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	<title>allucinazioni Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Chatbot AI e false credenze: lo studio che fa riflettere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 16:24:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando i chatbot AI rafforzano le false credenze: lo studio che fa riflettere I chatbot AI potrebbero fare molto più che generare risposte sbagliate. Secondo una ricerca appena pubblicata dall'Università di Exeter, l'intelligenza artificiale conversazionale avrebbe la capacità di radicare e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Quando i chatbot AI rafforzano le false credenze: lo studio che fa riflettere</h2>
<p>I <strong>chatbot AI</strong> potrebbero fare molto più che generare risposte sbagliate. Secondo una ricerca appena pubblicata dall&#8217;Università di Exeter, l&#8217;<strong>intelligenza artificiale conversazionale</strong> avrebbe la capacità di radicare e amplificare le convinzioni errate degli utenti, rendendo credenze distorte, teorie complottiste e persino pensieri deliranti molto più convincenti di quanto sarebbero altrimenti. E la cosa, francamente, è più preoccupante di quanto sembri a prima vista.</p>
<p>La studiosa Lucy Osler ha analizzato come le interazioni prolungate con i <strong>chatbot AI</strong> possano contribuire a costruire ricordi distorti, narrazioni personali alterate e vere e proprie forme di <strong>pensiero delirante</strong>. Il punto centrale dello studio è questo: quando un sistema di intelligenza artificiale generativa riceve un input da parte dell&#8217;utente, tende a prenderlo per buono. Parte da lì, ci costruisce sopra, lo elabora. Non mette in discussione. Non alza la mano per dire &#8220;un momento, forse questa cosa non torna&#8221;. E questo meccanismo, apparentemente innocuo, può avere conseguenze serie.</p>
<p>Osler lo chiama &#8220;allucinare con l&#8217;AI&#8221;. Non si tratta più soltanto delle famose <strong>allucinazioni dell&#8217;intelligenza artificiale</strong>, quelle risposte inventate che i modelli linguistici producono di tanto in tanto. Qui il problema è diverso: l&#8217;utente porta una convinzione falsa nella conversazione, e il chatbot la accoglie, la conferma, la arricchisce. Alla fine quella convinzione sembra più vera, più solida, quasi condivisa da qualcun altro.</p>
<h2>Perché i chatbot sono diversi da un motore di ricerca</h2>
<p>La ricerca sottolinea una distinzione fondamentale. Un motore di ricerca restituisce risultati. Un quaderno conserva appunti. Ma un <strong>chatbot conversazionale</strong> fa qualcosa di molto più sottile: interagisce, risponde con empatia simulata, dà la sensazione di essere ascoltati e capiti. Questa doppia funzione, strumento cognitivo e <strong>compagno virtuale</strong>, lo rende particolarmente efficace nel far sentire le persone validate. E la validazione emotiva, quando riguarda idee distorte o deliranti, può diventare un problema enorme.</p>
<p>Lo studio ha esaminato casi reali in cui sistemi di <strong>AI generativa</strong> sono diventati parte attiva del processo cognitivo di persone con diagnosi cliniche legate ad allucinazioni. Alcuni di questi episodi vengono ormai definiti casi di &#8220;psicosi indotta dall&#8217;AI&#8221;. Non è allarmismo gratuito: sono situazioni documentate, che stanno emergendo con frequenza crescente.</p>
<h2>Chi rischia di più e cosa si può fare</h2>
<p>Le persone più esposte a questo tipo di dinamica sono quelle che vivono situazioni di <strong>isolamento sociale</strong>, solitudine o difficoltà nel confrontarsi con altri esseri umani. Per chi cerca rassicurazione senza giudizio, un chatbot AI rappresenta un interlocutore sempre disponibile, personalizzato e tendenzialmente accondiscendente. A differenza di un amico o di un terapeuta, che prima o poi potrebbe mettere in discussione certe convinzioni, l&#8217;AI tende a proseguire sulla strada tracciata dall&#8217;utente. Anche quando quella strada porta in territori pericolosi.</p>
<p>Le <strong>teorie complottiste</strong>, ad esempio, possono diventare più elaborate e articolate proprio grazie alla collaborazione involontaria del chatbot, che aiuta a costruire spiegazioni sempre più complesse attorno a premesse infondate.</p>
<p>Osler suggerisce che servirebbero sistemi di protezione più sofisticati: controlli integrati sui fatti, meno tendenza alla compiacenza da parte dell&#8217;AI, e la capacità di mettere in discussione gli input degli utenti quando necessario. Ma ammette anche una difficoltà strutturale: questi sistemi si basano interamente su ciò che le persone raccontano di sé e del mondo. Non hanno esperienza diretta della realtà, e quindi non possono davvero sapere quando è il caso di assecondare e quando invece sarebbe meglio opporre resistenza.</p>
<p>Un problema che, con la diffusione sempre più capillare dei <strong>chatbot AI</strong> nella vita quotidiana, diventa ogni giorno più urgente da affrontare.</p>
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		<title>Funghi magici senza allucinazioni: la svolta contro la depressione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 13:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[allucinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[funghi]]></category>
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		<category><![CDATA[terapeutica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Funghi magici senza allucinazioni: la nuova frontiera contro la depressione Un composto derivato dai funghi magici potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della depressione, e la parte interessante è che lo farebbe senza provocare effetti psichedelici. Sembra quasi un controsenso, eppure...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/funghi-magici-senza-allucinazioni-la-svolta-contro-la-depressione/">Funghi magici senza allucinazioni: la svolta contro la depressione</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Funghi magici senza allucinazioni: la nuova frontiera contro la depressione</h2>
<p>Un composto derivato dai <strong>funghi magici</strong> potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della <strong>depressione</strong>, e la parte interessante è che lo farebbe senza provocare effetti psichedelici. Sembra quasi un controsenso, eppure un gruppo di ricercatori è riuscito a modificare la struttura della <strong>psilocina</strong>, il principio attivo che il corpo produce quando metabolizza la <strong>psilocibina</strong>, ottenendo molecole che mantengono l&#8217;azione terapeutica sul cervello ma riducono drasticamente le allucinazioni. Lo studio, pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry dell&#8217;American Chemical Society a marzo 2026, apre scenari davvero promettenti per chi soffre di disturbi dell&#8217;umore e non solo.</p>
<p>La psilocibina, la sostanza psicoattiva contenuta nei funghi magici, da anni attira l&#8217;attenzione della comunità scientifica. Le ricerche hanno mostrato risultati incoraggianti nel trattamento di ansia, depressione, disturbi da uso di sostanze e persino alcune malattie neurodegenerative. Il problema, però, è sempre stato lo stesso: le <strong>allucinazioni</strong> intense che accompagnano l&#8217;assunzione rendono questi trattamenti poco praticabili su larga scala. Molti pazienti, comprensibilmente, sono restii a sottoporsi a esperienze psichedeliche anche quando i potenziali benefici medici sarebbero evidenti.</p>
<h2>Come funzionano le nuove molecole e perché cambiano le regole del gioco</h2>
<p>Il team guidato da Sara De Martin, Andrea Mattarei e Paolo Manfredi ha progettato cinque varianti chimiche della psilocina. L&#8217;idea di fondo è tanto semplice quanto elegante: fare in modo che il principio attivo venga rilasciato nel cervello in modo più lento e graduale, anziché tutto insieme come avviene con la psilocibina tradizionale. Questo rilascio controllato potrebbe essere la chiave per separare gli effetti terapeutici da quelli allucinogeni.</p>
<p>Dopo una serie di test di laboratorio su campioni di plasma umano e simulazioni dell&#8217;assorbimento gastrointestinale, i ricercatori hanno identificato il candidato più promettente, denominato <strong>4e</strong>. Questa molecola ha dimostrato un&#8217;ottima stabilità durante l&#8217;assorbimento e un rilascio graduale della psilocina, continuando ad attivare i <strong>recettori della serotonina</strong> a livelli paragonabili a quelli della psilocina stessa.</p>
<p>Ed è proprio qui che entra in gioco la serotonina. Molti disturbi dell&#8217;umore e condizioni neurodegenerative, compreso il morbo di Alzheimer, sono legati a squilibri di questo neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell&#8217;umore e di altre funzioni cerebrali. I <strong>composti psichedelici</strong> come la psilocibina agiscono proprio sui percorsi serotoninergici del cervello, ed è per questo che la ricerca su queste sostanze va avanti da decenni.</p>
<h2>I risultati nei test sugli animali e le prospettive future</h2>
<p>La fase successiva dello studio ha coinvolto topi a cui sono state somministrate dosi equivalenti di 4e e di psilocibina farmaceutica per via orale. I ricercatori hanno monitorato i livelli di psilocina nel sangue e nel cervello nell&#8217;arco di 48 ore. Nei topi trattati con 4e, il composto ha attraversato la <strong>barriera ematoencefalica</strong> in modo efficiente, producendo un livello di psilocina nel cervello più basso ma decisamente più prolungato rispetto alla psilocibina classica.</p>
<p>Il dato più significativo, però, riguarda il comportamento. I topi che avevano ricevuto 4e mostravano un numero significativamente inferiore di movimenti della testa (il cosiddetto &#8220;head twitch&#8221;), che nella ricerca sugli animali è considerato un indicatore affidabile dell&#8217;attività psichedelica. Questo nonostante il composto interagisse fortemente con i recettori della serotonina. Secondo i ricercatori, la differenza dipende principalmente dalla quantità di psilocina rilasciata nel cervello e dalla velocità con cui questo rilascio avviene.</p>
<p>&#8220;Le nostre scoperte sono coerenti con una prospettiva scientifica crescente che suggerisce come gli <strong>effetti psichedelici</strong> e l&#8217;attività serotoninergica possano essere dissociati&#8221;, ha spiegato Mattarei. &#8220;Questo apre la possibilità di progettare nuovi farmaci che mantengano l&#8217;attività biologica benefica riducendo le risposte allucinogene, potenzialmente consentendo strategie terapeutiche più sicure e pratiche.&#8221;</p>
<p>Naturalmente, la strada è ancora lunga. Serviranno ulteriori ricerche per comprendere esattamente il meccanismo d&#8217;azione di queste molecole e valutarne la sicurezza e il potenziale terapeutico nelle persone. Ma il fatto che sia possibile, almeno in linea di principio, separare i benefici dei funghi magici dalle allucinazioni è già di per sé una notizia che vale la pena seguire con attenzione.</p>
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