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	<title>antibiotici Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Caldo estremo e siccità potrebbero diffondere la resistenza agli antibiotici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 15:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caldo estremo e siccità potrebbero accelerare la diffusione della resistenza agli antibiotici Il legame tra cambiamento climatico e resistenza agli antibiotici è uno di quei temi che, a prima vista, sembra tirato per i capelli. E invece no. Un numero crescente di studi sta facendo emergere un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Caldo estremo e siccità potrebbero accelerare la diffusione della resistenza agli antibiotici</h2>
<p>Il legame tra <strong>cambiamento climatico</strong> e <strong>resistenza agli antibiotici</strong> è uno di quei temi che, a prima vista, sembra tirato per i capelli. E invece no. Un numero crescente di studi sta facendo emergere un quadro piuttosto preoccupante: l&#8217;aumento delle temperature e i periodi prolungati di <strong>siccità</strong> potrebbero spingere i batteri a scambiarsi con maggiore frequenza i <strong>geni di resistenza agli antibiotici</strong>. E questo, va da sé, rappresenta un rischio concreto per la <strong>salute umana</strong>.</p>
<p>Il meccanismo non è banale, ma nemmeno impossibile da capire. Quando le condizioni ambientali diventano più estreme, i batteri entrano in una sorta di modalità di sopravvivenza. Lo stress termico e la scarsità d&#8217;acqua li portano a intensificare un processo che in microbiologia si chiama <strong>trasferimento genico orizzontale</strong>. In pratica, i microrganismi si passano frammenti di DNA tra loro, anche tra specie diverse. Tra questi frammenti ci sono proprio quei geni che conferiscono la capacità di sopravvivere agli antibiotici. Più fa caldo, più questo scambio diventa frequente. Il risultato è un ambiente in cui i batteri resistenti proliferano con maggiore facilità.</p>
<h2>Perché la siccità peggiora le cose</h2>
<p>La siccità gioca un ruolo subdolo in tutta questa dinamica. Quando l&#8217;acqua scarseggia, le concentrazioni di <strong>inquinanti</strong> e residui farmaceutici nei corsi d&#8217;acqua e nei suoli aumentano. Gli antibiotici già presenti nell&#8217;ambiente, quelli che derivano dagli allevamenti intensivi o dagli scarichi urbani, si trovano in dosi più concentrate. Questo crea una pressione selettiva fortissima: i batteri che possiedono geni di resistenza hanno un vantaggio enorme rispetto agli altri, e finiscono per dominare la popolazione microbica.</p>
<p>Non è un problema che riguarda solo ecosistemi lontani o laboratori di ricerca. La resistenza agli antibiotici è già oggi una delle emergenze sanitarie più gravi a livello globale. L&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno centinaia di migliaia di persone muoiano a causa di infezioni resistenti ai farmaci. Se il cambiamento climatico dovesse davvero accelerare questo fenomeno, le conseguenze potrebbero diventare ancora più serie di quanto già non siano.</p>
<h2>Cosa significa tutto questo per la salute pubblica</h2>
<p>Il punto fondamentale è che non si può più ragionare per compartimenti stagni. La lotta alla resistenza agli antibiotici e quella contro il <strong>riscaldamento globale</strong> sono collegate in modo più stretto di quanto la maggior parte delle persone immagini. Ridurre le emissioni, gestire meglio le risorse idriche, limitare l&#8217;uso improprio di antibiotici negli allevamenti: sono tutti tasselli dello stesso mosaico. Ignorare questo legame significa ritrovarsi, fra qualche anno, con un problema sanitario amplificato da fattori ambientali che si sarebbero potuti contenere. E a quel punto recuperare terreno diventa molto più complicato.</p>
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		<title>Acido madecassico: l&#8217;ingrediente della skincare che potrebbe battere i superbatteri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 23:24:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antibiotici]]></category>
		<category><![CDATA[antimicrobici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un ingrediente della skincare coreana potrebbe combattere i superbatteri resistenti agli antibiotici Che un principio attivo usato nelle creme per il viso possa diventare un'arma contro i batteri più pericolosi al mondo suona quasi come fantascienza. Eppure è esattamente quello che emerge da una...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/acido-madecassico-lingrediente-della-skincare-che-potrebbe-battere-i-superbatteri/">Acido madecassico: l&#8217;ingrediente della skincare che potrebbe battere i superbatteri</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un ingrediente della skincare coreana potrebbe combattere i superbatteri resistenti agli antibiotici</h2>
<p>Che un principio attivo usato nelle creme per il viso possa diventare un&#8217;arma contro i batteri più pericolosi al mondo suona quasi come fantascienza. Eppure è esattamente quello che emerge da una ricerca appena pubblicata: l&#8217;<strong>acido madecassico</strong>, ingrediente star della <strong>skincare coreana</strong>, ha dimostrato di poter bloccare la crescita di <strong>batteri resistenti agli antibiotici</strong>, compresi ceppi aggressivi di <strong>E. coli</strong>. La scoperta arriva dall&#8217;Università del Kent, in collaborazione con lo University College London, e potrebbe aprire una strada del tutto nuova nello sviluppo di <strong>farmaci antimicrobici</strong>.</p>
<p>L&#8217;acido madecassico si ricava dalla <strong>Centella asiatica</strong>, un&#8217;erba medicinale asiatica che nel mondo della cosmetica è praticamente ovunque. Sieri, creme, maschere: chi segue la skincare coreana lo conosce bene come ingrediente calmante e riparatore. Quello che nessuno sospettava, fino a poco tempo fa, è che questa molecola vegetale avesse anche un potenziale terapeutico così rilevante. I ricercatori hanno combinato screening computazionale e test di laboratorio per capire come agisce, e i risultati sono stati piuttosto sorprendenti.</p>
<h2>Come agisce l&#8217;acido madecassico sui batteri</h2>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista RSC Medicinal Chemistry, ha rivelato che l&#8217;acido madecassico colpisce una proteina chiamata <strong>complesso citocromo bd</strong>, fondamentale per la respirazione e la sopravvivenza dei batteri durante l&#8217;infezione. Il dettaglio cruciale è che questo sistema proteico non esiste nelle cellule umane o animali, il che lo rende un bersaglio ideale: colpire i batteri senza danneggiare chi ospita l&#8217;infezione.</p>
<p>Interferendo con questo meccanismo, l&#8217;acido madecassico impedisce ai microrganismi di funzionare normalmente. E non finisce qui. I ricercatori hanno estratto il composto da un campione vegetale proveniente dal Vietnam e ne hanno creato tre versioni modificate. Tutte e tre hanno bloccato con successo il complesso citocromo bd, fermando la crescita batterica. Una di queste varianti è riuscita addirittura a uccidere l&#8217;E. coli a concentrazioni più elevate.</p>
<p>Il contesto rende tutto ancora più urgente. La <strong>resistenza antimicrobica</strong> è una delle emergenze sanitarie globali più gravi: le stime parlano di 39 milioni di morti potenziali tra il 2025 e il 2050 a causa di infezioni non più curabili con gli antibiotici tradizionali. Sviluppare nuovi farmaci è un processo lento e costosissimo, e trovare molecole promettenti in fonti naturali rappresenta una scorciatoia preziosa.</p>
<h2>Dalla cosmetica alla medicina, e ritorno</h2>
<p>C&#8217;è anche un risvolto interessante che riguarda proprio il mondo della skincare. Se l&#8217;acido madecassico ha effetti antibatterici così potenti, viene naturale chiedersi come influenzi il <strong>microbioma cutaneo</strong> quando lo si applica sulla pelle ogni giorno. Capirlo potrebbe cambiare il modo in cui si formulano certi prodotti cosmetici.</p>
<p>Il dottor Mark Shepherd, autore principale dello studio e docente di biochimica microbica a Kent, ha commentato con un certo entusiasmo: le piante sono state fonte di medicine naturali per millenni, e oggi le tecniche di ricerca contemporanee permettono finalmente di comprendere i meccanismi d&#8217;azione. La speranza del team è di continuare a esplorare gli antimicrobici naturali di origine vegetale, quelle che Shepherd definisce le grandi fabbriche chimiche della natura.</p>
<p>Resta da vedere quanto tempo ci vorrà prima che l&#8217;acido madecassico passi dal vasetto di crema al bancone della farmacia. Ma il primo passo, quello della scoperta, è fatto. E arriva da dove nessuno se lo aspettava.</p>
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		<title>Batteri &#8220;esplodono&#8221; per diffondere resistenza agli antibiotici</title>
		<link>https://tecnoapple.it/batteri-esplodono-per-diffondere-resistenza-agli-antibiotici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 15:25:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antibiotici]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I batteri "esplodono" per diffondere la resistenza agli antibiotici: la scoperta che cambia le carte in tavola La resistenza agli antibiotici è una delle emergenze sanitarie più serie a livello globale, e adesso un gruppo di scienziati ha scoperto un meccanismo che nessuno si aspettava. I batteri,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/batteri-esplodono-per-diffondere-resistenza-agli-antibiotici/">Batteri &#8220;esplodono&#8221; per diffondere resistenza agli antibiotici</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>I batteri &#8220;esplodono&#8221; per diffondere la resistenza agli antibiotici: la scoperta che cambia le carte in tavola</h2>
<p>La <strong>resistenza agli antibiotici</strong> è una delle emergenze sanitarie più serie a livello globale, e adesso un gruppo di scienziati ha scoperto un meccanismo che nessuno si aspettava. I <strong>batteri</strong>, a quanto pare, sono in grado di letteralmente esplodere per condividere il proprio DNA con le cellule vicine, alimentando così la diffusione di geni che li rendono immuni ai farmaci. Lo studio, pubblicato su <strong>Nature Microbiology</strong> dal team del John Innes Centre in collaborazione con l&#8217;Università di York e il Rowland Institute di Harvard, getta luce su un processo tanto affascinante quanto inquietante.</p>
<p>Al centro della scoperta ci sono delle particelle chiamate <strong>agenti di trasferimento genico</strong> (GTA), che somigliano a virus capaci di infettare i batteri ma che in realtà non lo sono più. Si tratta di antichi invasori virali che i batteri hanno &#8220;addomesticato&#8221; nel corso dell&#8217;evoluzione, trasformandoli in una sorta di corrieri molecolari. Questi corrieri raccolgono frammenti di DNA da una cellula batterica e li consegnano alle cellule vicine. Il processo si chiama <strong>trasferimento genico orizzontale</strong> e permette ai batteri di scambiarsi rapidamente caratteristiche utili alla sopravvivenza, compresa la capacità di resistere ai trattamenti con antibiotici.</p>
<h2>Il sistema LypABC: quando il sistema immunitario diventa un&#8217;arma a doppio taglio</h2>
<p>La vera sorpresa è arrivata quando i ricercatori hanno identificato un gruppo di tre geni, battezzato <strong>LypABC</strong>, che funziona come una centralina di controllo per l&#8217;intero meccanismo. Utilizzando tecniche di sequenziamento profondo sul batterio modello Caulobacter crescentus, il team ha dimostrato che senza questi geni le cellule non riescono più a rompersi per rilasciare le particelle GTA. Al contrario, quando LypABC viene sovraattivato, una percentuale altissima di cellule va incontro a lisi, cioè si spacca letteralmente.</p>
<p>E qui arriva il colpo di scena. LypABC assomiglia in modo impressionante a un <strong>sistema immunitario batterico</strong> progettato per difendersi dai virus. Contiene componenti proteiche normalmente associate alla difesa antivirale. Eppure, in questo caso, i batteri hanno riprogrammato quel sistema per fare l&#8217;esatto opposto: invece di proteggersi, lo usano per autodistruggersi e liberare i pacchetti di DNA. È come se un esercito avesse convertito le proprie difese in un servizio postale genetico.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta nella lotta alla resistenza agli antibiotici</h2>
<p>I ricercatori hanno anche individuato una proteina regolatrice che tiene sotto stretto controllo l&#8217;attività di LypABC. Questo dettaglio non è secondario: se il sistema si attiva nel momento sbagliato, diventa altamente tossico per la cellula stessa. È un equilibrio delicatissimo, che i batteri gestiscono con una <strong>precisione</strong> notevole.</p>
<p>La dottoressa Emma Banks, prima autrice dello studio, ha spiegato che la cosa più interessante è proprio questa doppia natura del sistema. Un meccanismo nato per la difesa che viene riciclato per favorire la condivisione di DNA tra batteri, contribuendo direttamente alla diffusione della <strong>resistenza agli antibiotici</strong>. Il prossimo passo sarà capire esattamente come LypABC si attiva e come controlla la rottura delle cellule batteriche.</p>
<p>Questa ricerca, pubblicata il 17 aprile 2026, apre prospettive importanti. Comprendere nel dettaglio come i batteri si scambiano geni di resistenza potrebbe offrire nuovi bersagli per contrastare un fenomeno che l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità considera tra le dieci principali minacce alla <strong>salute pubblica</strong> globale. Sapere che questi microrganismi sono capaci di riadattare i propri strumenti biologici in modi così creativi è tanto un monito quanto un&#8217;opportunità per chi cerca soluzioni contro la resistenza agli antibiotici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/batteri-esplodono-per-diffondere-resistenza-agli-antibiotici/">Batteri &#8220;esplodono&#8221; per diffondere resistenza agli antibiotici</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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		<title>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: cosa hanno trovato gli scienziati</title>
		<link>https://tecnoapple.it/antibiotici-nascosti-nei-pesci-di-fiume-cosa-hanno-trovato-gli-scienziati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 02:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acquacoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: un problema reale e misurabile Gli antibiotici nei pesci di fiume rappresentano una minaccia silenziosa che sta emergendo con forza dalla ricerca scientifica. Uno studio condotto dal Centro per l'Energia Nucleare in Agricoltura dell'Università di San Paolo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/antibiotici-nascosti-nei-pesci-di-fiume-cosa-hanno-trovato-gli-scienziati/">Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: cosa hanno trovato gli scienziati</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: un problema reale e misurabile</h2>
<p>Gli <strong>antibiotici nei pesci di fiume</strong> rappresentano una minaccia silenziosa che sta emergendo con forza dalla ricerca scientifica. Uno studio condotto dal Centro per l&#8217;Energia Nucleare in Agricoltura dell&#8217;Università di San Paolo (CENA-USP), pubblicato sulla rivista <strong>Environmental Sciences Europe</strong>, ha rivelato qualcosa di piuttosto inquietante: nel fiume Piracicaba, uno dei principali corsi d&#8217;acqua dello stato di San Paolo in Brasile, si accumulano diverse classi di antibiotici. E non restano solo nell&#8217;acqua. Finiscono anche nei pesci che la gente mangia regolarmente.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato da Patrícia Alexandre Evangelista e sostenuto dalla FAPESP, ha adottato un approccio ampio: monitoraggio ambientale, analisi del <strong>bioaccumulo</strong> negli organismi, valutazione dei danni genetici nella fauna acquatica e sperimentazione con piante per rimuovere i contaminanti. Un lavoro complesso, che ha permesso di capire quanto sia profondo il problema legato all&#8217;uso di farmaci sia veterinari che umani.</p>
<p>I campioni sono stati raccolti vicino alla diga di Santa Maria da Serra, in un&#8217;area che riceve scarichi fognari, reflui domestici, residui di acquacoltura, allevamenti suinicoli e dilavamento agricolo. I ricercatori hanno analizzato acqua, sedimenti e pesci durante la <strong>stagione secca</strong> e quella delle piogge, monitorando 12 antibiotici di uso comune tra tetracicline, fluorochinoloni, sulfonamidi e fenoli. Il risultato? Durante la stagione delle piogge, la maggior parte delle concentrazioni restava sotto i limiti di rilevazione. Con la stagione secca, invece, quando il volume d&#8217;acqua diminuisce e gli inquinanti si concentrano, la situazione cambiava radicalmente.</p>
<h2>Un antibiotico vietato trovato nei pesci destinati al consumo umano</h2>
<p>Tra le scoperte più allarmanti c&#8217;è il ritrovamento di <strong>cloramfenicolo</strong> nei pesci lambari (Astyanax sp.) acquistati da pescatori locali nella regione di Barra Bonita. Il cloramfenicolo è un antibiotico il cui utilizzo negli animali da allevamento è proibito in Brasile proprio per la sua tossicità. Eppure era lì, nei tessuti dei pesci, durante la stagione secca, a livelli nell&#8217;ordine delle decine di microgrammi per chilogrammo. E dato che i lambari vengono consumati abitualmente dalla popolazione locale, la questione dell&#8217;<strong>esposizione umana agli antibiotici</strong> attraverso il cibo diventa tutt&#8217;altro che teorica.</p>
<p>Evangelista spiega che cloramfenicolo ed enrofloxacina sono stati scelti per esperimenti di laboratorio approfonditi per la loro rilevanza sia ambientale che sanitaria. L&#8217;enrofloxacina è largamente impiegata in zootecnia e acquacoltura, oltre che in medicina umana. Il cloramfenicolo, pur essendo bandito per gli animali destinati alla produzione alimentare, viene ancora usato nell&#8217;uomo e funziona come indicatore storico di <strong>contaminazione persistente</strong>.</p>
<h2>Le piante acquatiche possono aiutare, ma non è così semplice</h2>
<p>Il team ha anche esplorato il potenziale della <strong>Salvinia auriculata</strong>, una pianta galleggiante spesso considerata invasiva, come strumento naturale di bonifica. In esperimenti controllati, la pianta ha dimostrato un&#8217;efficienza notevole nel rimuovere l&#8217;enrofloxacina: con una biomassa maggiore, oltre il 95% dell&#8217;antibiotico veniva eliminato dall&#8217;acqua nel giro di pochi giorni. Per il cloramfenicolo, invece, la rimozione era più lenta e parziale, tra il 30% e il 45%.</p>
<p>Le tecniche di imaging hanno mostrato che gli antibiotici si accumulavano principalmente nelle radici della pianta, confermando il ruolo chiave dell&#8217;assorbimento radicale. Ma ecco il colpo di scena: la presenza della Salvinia modificava il modo in cui i pesci assorbivano queste sostanze. In alcuni casi, anziché ridurre l&#8217;esposizione dei pesci, la pianta la aumentava. Una possibile spiegazione è che la pianta alteri la forma chimica degli <strong>antibiotici</strong>, rendendoli più facilmente assimilabili dagli organismi acquatici.</p>
<p>Lo studio ha inoltre evidenziato che il cloramfenicolo causava danni significativi al DNA dei pesci, misurati attraverso anomalie nelle cellule del sangue. Quando la Salvinia era presente, questi danni diminuivano avvicinandosi ai livelli dei gruppi di controllo. Per l&#8217;enrofloxacina, invece, la pianta non produceva effetti protettivi significativi.</p>
<p>Come sottolinea Evangelista, usare le piante come &#8220;spugne&#8221; per i contaminanti non è affatto banale. La macrofita cambia l&#8217;intero sistema, compreso il modo in cui gli organismi entrano in contatto con le sostanze inquinanti. Resta comunque un&#8217;opzione a <strong>basso costo</strong> e basata sulla natura, particolarmente interessante dove i trattamenti avanzati come l&#8217;ozonizzazione risultano troppo costosi. Ma qualsiasi strategia, avverte la ricercatrice, deve considerare non solo la rimozione del contaminante, ma anche i suoi effetti biologici ed ecologici. Perché il problema è reale, misurabile e, soprattutto, complesso.</p>
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