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	<title>astrociti Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Astrociti, le cellule a stella che potrebbero cambiare la neuroscienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 13:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le cellule a stella del cervello che potrebbero cambiare tutto quello che sappiamo sulla comunicazione neurale Nel cervello dei topi esiste una rete parallela di comunicazione che nessuno aveva davvero considerato fino a poco tempo fa. Gli astrociti, cellule dalla caratteristica forma a stella, non...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le cellule a stella del cervello che potrebbero cambiare tutto quello che sappiamo sulla comunicazione neurale</h2>
<p>Nel cervello dei topi esiste una rete parallela di comunicazione che nessuno aveva davvero considerato fino a poco tempo fa. Gli <strong>astrociti</strong>, cellule dalla caratteristica forma a stella, non si limitano a fare da supporto ai neuroni come si è creduto per decenni. Formano <strong>reti flessibili</strong> che potrebbero rappresentare un canale alternativo attraverso cui le diverse <strong>regioni del cervello</strong> si scambiano informazioni. Una scoperta che, se confermata anche nell&#8217;essere umano, aprirebbe scenari enormi per la <strong>neuroscienza</strong>.</p>
<h2>Cosa fanno davvero gli astrociti e perché contano così tanto</h2>
<p>Per anni queste cellule sono state trattate come semplice &#8220;colla&#8221; del sistema nervoso. Il loro nome scientifico, del resto, deriva proprio dalla funzione di supporto strutturale che gli veniva attribuita. Ma le ricerche condotte sui <strong>cervelli dei topi</strong> raccontano una storia molto diversa. Gli astrociti non stanno lì a guardare: si organizzano in network dinamici, capaci di adattarsi e modificarsi. Parliamo di strutture che cambiano configurazione a seconda delle necessità, il che suggerisce un livello di complessità che va ben oltre il semplice ruolo di impalcatura biologica.</p>
<p>Quello che rende questa scoperta particolarmente affascinante è il concetto di flessibilità. Le <strong>reti di astrociti</strong> non sono statiche. Si riorganizzano, si espandono, si restringono. E lo fanno in modo coordinato con l&#8217;attività neuronale, quasi come se funzionassero da sistema di comunicazione complementare rispetto a quello elettrico classico dei neuroni. Immaginate un&#8217;autostrada principale affiancata da una rete di strade secondarie che nessuno sapeva esistesse: ecco, siamo più o meno lì.</p>
<h2>Le implicazioni per la comprensione del cervello umano</h2>
<p>La questione ora è capire se queste <strong>reti flessibili</strong> degli astrociti funzionino allo stesso modo anche nel cervello umano. Gli studi sui topi offrono indizi importantissimi, ma il salto tra modello animale e biologia umana non è mai scontato. Tuttavia, la comunità scientifica guarda a questi risultati con un entusiasmo che non si vedeva da tempo nel campo della <strong>comunicazione cerebrale</strong>.</p>
<p>Se gli astrociti davvero partecipano attivamente allo scambio di informazioni tra aree cerebrali diverse, molte patologie neurologiche andrebbero ripensate da zero. Disturbi come l&#8217;epilessia, l&#8217;Alzheimer o la sclerosi multipla coinvolgono proprio queste cellule a stella, e fino ad oggi nessuno aveva valutato seriamente l&#8217;ipotesi che parte del problema potesse risiedere in un malfunzionamento delle loro reti. Non nei neuroni, ma negli astrociti stessi.</p>
<p>Il lavoro da fare resta enorme, ovviamente. Ma sapere che il cervello possiede un sistema di <strong>comunicazione neurale</strong> potenzialmente più ricco e articolato di quanto si pensasse cambia le regole del gioco. E costringe tutti, dai ricercatori ai clinici, a guardare quelle cellule a forma di stella con occhi completamente nuovi.</p>
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		<title>Alzheimer: una proteina già nel cervello potrebbe combattere le placche</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-una-proteina-gia-nel-cervello-potrebbe-combattere-le-placche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 18:24:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una proteina potenziata potrebbe aiutare il cervello a difendersi dall'Alzheimer Combattere l'Alzheimer sfruttando le risorse già presenti nel cervello. Sembra un'idea quasi troppo elegante per essere vera, eppure un gruppo di ricercatori del Baylor College of Medicine ha dimostrato che è...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una proteina potenziata potrebbe aiutare il cervello a difendersi dall&#8217;Alzheimer</h2>
<p>Combattere l&#8217;<strong>Alzheimer</strong> sfruttando le risorse già presenti nel cervello. Sembra un&#8217;idea quasi troppo elegante per essere vera, eppure un gruppo di ricercatori del <strong>Baylor College of Medicine</strong> ha dimostrato che è possibile, almeno nei modelli animali. La chiave sta in una proteina chiamata <strong>Sox9</strong>, capace di riattivare le cellule di supporto del cervello e spingerle a fare pulizia delle placche tossiche che caratterizzano la malattia.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Nature Neuroscience</strong>, ha mostrato risultati notevoli: aumentando i livelli di Sox9, gli <strong>astrociti</strong>, cellule a forma di stella che svolgono funzioni fondamentali per la salute cerebrale, hanno iniziato a inglobare e rimuovere le <strong>placche amiloidi</strong> già presenti nel cervello di topi con sintomi conclamati di Alzheimer. Non parliamo quindi di prevenzione, ma di un intervento su una malattia già in corso. Questo dettaglio non è banale, perché molti esperimenti precedenti venivano condotti prima che le placche si formassero, un contesto meno rappresentativo della realtà clinica.</p>
<h2>Come funziona il meccanismo e perché gli astrociti contano così tanto</h2>
<p>Gli astrociti non sono semplici comparse nella vita del cervello. Facilitano la comunicazione tra neuroni, contribuiscono alla memorizzazione e mantengono l&#8217;ambiente cerebrale in equilibrio. Il problema è che, con l&#8217;invecchiamento, queste cellule perdono progressivamente efficienza. La proteina <strong>Sox9</strong> regola l&#8217;attività di numerosi geni negli astrociti che invecchiano, e quando i suoi livelli calano, il declino si fa più marcato.</p>
<p>I ricercatori hanno verificato cosa succede manipolando i livelli di Sox9 in topi già affetti da deficit cognitivi. Il confronto è stato netto: livelli più bassi di Sox9 hanno portato a un accumulo più rapido di placche e a strutture degli astrociti più semplificate, quindi meno funzionali. Al contrario, aumentare Sox9 ha prodotto astrociti più complessi, più attivi e decisamente più bravi nel ripulire il cervello. Come ha spiegato il dottor Benjamin Deneen, autore corrispondente dello studio, gli astrociti con livelli elevati di Sox9 hanno agito quasi come un aspirapolvere biologico, ingerendo le placche amiloidi e rimuovendole.</p>
<p>La cosa più incoraggiante? I topi con Sox9 potenziato hanno mantenuto nel tempo <strong>funzioni cognitive</strong> migliori, riuscendo a riconoscere oggetti e ambienti familiari con maggiore facilità rispetto ai gruppi di controllo. Il monitoraggio è durato sei mesi, un arco temporale significativo per questo tipo di studi.</p>
<h2>Un approccio diverso da quelli attuali contro l&#8217;Alzheimer</h2>
<p>La maggior parte delle terapie oggi in fase di sviluppo o già approvate per l&#8217;Alzheimer punta sui neuroni o cerca di bloccare la formazione delle placche amiloidi a monte. Questo studio suggerisce che potenziare la capacità naturale degli astrociti di fare pulizia potrebbe essere altrettanto importante, aprendo un fronte terapeutico complementare. Serve ancora molto lavoro per capire come Sox9 si comporta nel <strong>cervello umano</strong> nel lungo periodo, ma la direzione è promettente.</p>
<p>Lo studio è stato finanziato dai National Institutes of Health e da altre fondazioni, e rappresenta un passo avanti nella comprensione di come le cellule non neuronali possano essere alleate preziose nella lotta contro le <strong>malattie neurodegenerative</strong>. Se questi risultati troveranno conferma anche nell&#8217;uomo, potremmo trovarci davanti a un cambio di paradigma nel modo di affrontare l&#8217;Alzheimer: non solo proteggere i neuroni, ma risvegliare chi già lavora al loro fianco.</p>
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		<title>Astrociti e appetito: scoperto un interruttore nascosto nel cervello</title>
		<link>https://tecnoapple.it/astrociti-e-appetito-scoperto-un-interruttore-nascosto-nel-cervello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 09:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[appetito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli astrociti e il controllo dell'appetito: una scoperta che cambia tutto Esiste un interruttore nascosto nel cervello che dice quando smettere di mangiare, e non si trova dove la scienza ha cercato per decenni. Questa è la notizia che arriva da un gruppo di ricercatori dell'Università del Maryland...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli astrociti e il controllo dell&#8217;appetito: una scoperta che cambia tutto</h2>
<p>Esiste un <strong>interruttore nascosto nel cervello</strong> che dice quando smettere di mangiare, e non si trova dove la scienza ha cercato per decenni. Questa è la notizia che arriva da un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università del Maryland e dell&#8217;Università di Concepción, in Cile, che hanno individuato un meccanismo finora sconosciuto nel quale gli <strong>astrociti</strong>, cellule cerebrali considerate per lungo tempo semplici comparse, giocano un ruolo da protagonisti nella regolazione dell&#8217;appetito.</p>
<p>Per anni la comunità scientifica ha dato per scontato che fossero i <strong>neuroni</strong>, e solo loro, a gestire il senso di sazietà. Lo studio, pubblicato nei Proceedings of the National Academy of Sciences il 6 aprile 2026, ribalta questa prospettiva. Ricardo Araneda, professore di biologia all&#8217;Università del Maryland, ha spiegato che gli astrociti non sono affatto cellule di supporto passive: partecipano attivamente ai circuiti che regolano quanto si mangia. E questo, a dirla tutta, apre scenari che nessuno aveva previsto.</p>
<h2>Come funziona il meccanismo: dal glucosio al senso di sazietà</h2>
<p>Il percorso parte da cellule specializzate chiamate <strong>taniciti</strong>, che si trovano in una cavità profonda del cervello e monitorano il <strong>glucosio</strong> nel liquido cerebrospinale. Dopo un pasto, quando i livelli di zucchero nel sangue salgono, i taniciti processano il glucosio e rilasciano lattato nei tessuti circostanti. Fino a poco tempo fa si pensava che questo lattato parlasse direttamente ai neuroni coinvolti nel controllo dell&#8217;appetito. E invece no: c&#8217;è un intermediario inaspettato.</p>
<p>Il lattato viene intercettato dagli astrociti attraverso un recettore chiamato <strong>HCAR1</strong>. Una volta attivati, gli astrociti rilasciano glutammato, un messaggero chimico che a sua volta stimola i neuroni della sazietà. In pratica, i taniciti parlano agli astrociti, e gli astrociti parlano ai neuroni. Una catena di comunicazione più articolata di quanto chiunque sospettasse.</p>
<p>La cosa ancora più interessante è che, durante gli esperimenti, stimolando un singolo tanicita con glucosio si è osservata l&#8217;attivazione di numerosi astrociti circostanti. Il segnale si propaga come un&#8217;onda nella rete cerebrale. E c&#8217;è di più: nell&#8217;<strong>ipotalamo</strong> esistono due gruppi opposti di neuroni, quelli che promuovono la fame e quelli che la sopprimono. Il lattato potrebbe agire su entrambi contemporaneamente, attivando la sazietà tramite gli astrociti e silenziando la fame per via diretta.</p>
<h2>Cosa significa per obesità e disturbi alimentari</h2>
<p>La ricerca è stata condotta su modelli animali, ma sia i taniciti che gli astrociti sono presenti in tutti i mammiferi, esseri umani compresi. Questo lascia pensare che lo stesso meccanismo possa operare anche nelle persone. Il prossimo passo sarà verificare se modificare il recettore HCAR1 negli astrociti possa influenzare il comportamento alimentare.</p>
<p>Al momento non esistono farmaci che agiscano su questo percorso specifico. Tuttavia, secondo Araneda, potrebbe diventare un bersaglio terapeutico del tutto nuovo, complementare a trattamenti già esistenti come <strong>Ozempic</strong>, migliorando la vita di chi soffre di <strong>obesità</strong> e altri disturbi legati all&#8217;appetito.</p>
<p>Dietro questa scoperta ci sono quasi dieci anni di collaborazione tra il laboratorio di Araneda e quello di María de los Ángeles García Robles a Concepción. L&#8217;autore principale dello studio, Sergio López, è un dottorando che ha condotto esperimenti chiave durante otto mesi di lavoro presso l&#8217;Università del Maryland. Un esempio concreto di come la ricerca internazionale, quando funziona davvero, possa cambiare la comprensione di qualcosa di fondamentale come il modo in cui il cervello decide che è ora di posare la forchetta.</p>
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		<item>
		<title>Astrociti e paura: la scoperta che ribalta tutto ciò che sapevamo</title>
		<link>https://tecnoapple.it/astrociti-e-paura-la-scoperta-che-ribalta-tutto-cio-che-sapevamo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 05:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[amigdala]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli astrociti e il controllo della paura: una scoperta che cambia tutto Cellule cerebrali a forma di stella, ignorate per decenni dalla comunità scientifica, potrebbero essere la chiave per comprendere come nasce e si consolida la paura nel cervello. Si chiamano astrociti, e per anni sono stati...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli astrociti e il controllo della paura: una scoperta che cambia tutto</h2>
<p>Cellule cerebrali a forma di stella, ignorate per decenni dalla comunità scientifica, potrebbero essere la chiave per comprendere come nasce e si consolida la paura nel cervello. Si chiamano <strong>astrociti</strong>, e per anni sono stati considerati poco più che cellule di supporto, una sorta di impalcatura silenziosa al servizio dei neuroni. Una nuova ricerca pubblicata su <strong>Nature</strong> nell&#8217;aprile 2026 ribalta completamente questa visione, dimostrando che gli astrociti giocano un ruolo attivo e determinante nella formazione, nel richiamo e perfino nell&#8217;estinzione dei <strong>ricordi legati alla paura</strong>.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato da <strong>Lindsay Halladay</strong> dell&#8217;Università dell&#8217;Arizona insieme a scienziati dei National Institutes of Health, ha lavorato su modelli murini concentrandosi sull&#8217;<strong>amigdala</strong>, quella regione del cervello che da sempre viene associata all&#8217;elaborazione delle emozioni legate al pericolo. Grazie a sensori fluorescenti, il team ha potuto osservare in tempo reale cosa succede agli astrociti quando un ricordo di paura si forma e quando viene richiamato alla memoria. Il risultato? L&#8217;attività degli astrociti aumentava sia durante l&#8217;apprendimento della paura sia durante il suo richiamo. Quando invece quel ricordo veniva gradualmente estinto, l&#8217;attività calava in modo evidente.</p>
<p>Ma la parte davvero sorprendente è un&#8217;altra. Quando i ricercatori hanno modificato i segnali che gli astrociti inviano ai neuroni vicini, hanno ottenuto effetti concreti e misurabili. Potenziando quei segnali, i ricordi di paura diventavano più intensi. Indebolendoli, la risposta emotiva si riduceva. Questo dimostra che gli astrociti non stanno lì a fare da spettatori: partecipano attivamente a come la paura viene immagazzinata e poi espressa.</p>
<h2>Oltre l&#8217;amigdala: implicazioni per PTSD e disturbi d&#8217;ansia</h2>
<p>La portata di questa scoperta va ben oltre l&#8217;amigdala. Il team ha osservato che le variazioni nell&#8217;attività degli astrociti influenzano anche il modo in cui i segnali legati alla paura raggiungono la <strong>corteccia prefrontale</strong>, la zona del cervello coinvolta nelle decisioni. Significa che queste cellule non si limitano a creare ricordi di paura, ma contribuiscono anche a guidare le reazioni comportamentali nelle situazioni di pericolo.</p>
<p>E qui si apre uno scenario enorme per la medicina. Se gli astrociti controllano in parte se un ricordo di paura resta attivo o si attenua nel tempo, allora potrebbero diventare un bersaglio terapeutico per chi soffre di <strong>disturbo da stress post traumatico</strong> (PTSD), <strong>disturbi d&#8217;ansia</strong> e fobie. Fino a oggi, quasi tutti gli approcci farmacologici si sono concentrati sui neuroni. Questa ricerca suggerisce che forse si stava guardando solo metà del quadro.</p>
<h2>I prossimi passi della ricerca</h2>
<p>Halladay ha già annunciato che il passo successivo sarà studiare gli astrociti nell&#8217;intero <strong>circuito cerebrale della paura</strong>, che include anche regioni più profonde come il grigio periacqueduttale nel mesencefalo, responsabile di risposte istintive come il congelamento o la fuga. Ancora non è chiaro quale ruolo preciso svolgano gli astrociti in queste aree, ma i ricercatori sospettano che la loro influenza si estenda ben oltre quanto documentato finora.</p>
<p>Come ha spiegato Halladay stessa, capire questo circuito più ampio potrebbe aiutare a rispondere a una domanda apparentemente semplice ma fondamentale: perché una persona con un disturbo d&#8217;ansia reagisce con paura a qualcosa che in realtà non rappresenta alcun pericolo. Se gli astrociti sono parte della risposta, allora la strada verso nuove terapie potrebbe passare proprio da queste cellule a stella, così a lungo sottovalutate.</p>
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		<item>
		<title>Alzheimer, una sola iniezione potrebbe eliminare le placche dal cervello</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-una-sola-iniezione-potrebbe-eliminare-le-placche-dal-cervello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 17:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[amiloide]]></category>
		<category><![CDATA[astrociti]]></category>
		<category><![CDATA[CAR-T]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cellule cerebrali trasformate in spazzini contro l'Alzheimer: la svolta che potrebbe cambiare tutto Una singola iniezione per ripulire il cervello dalle placche amiloidi responsabili dell'Alzheimer. Sembra fantascienza, eppure un gruppo di ricercatori della Washington University School of Medicine...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Cellule cerebrali trasformate in spazzini contro l&#8217;Alzheimer: la svolta che potrebbe cambiare tutto</h2>
<p>Una singola iniezione per ripulire il cervello dalle <strong>placche amiloidi</strong> responsabili dell&#8217;<strong>Alzheimer</strong>. Sembra fantascienza, eppure un gruppo di ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis ha dimostrato che è possibile, almeno nei topi. Lo studio, pubblicato il 5 marzo 2026 sulla rivista <strong>Science</strong>, descrive una <strong>terapia cellulare sperimentale</strong> che trasforma comuni cellule del cervello in vere e proprie macchine mangia placche. E i risultati sono notevoli.</p>
<p>Il punto di partenza è semplice da capire, anche se la scienza dietro è sofisticata. I farmaci attuali contro l&#8217;Alzheimer, quelli a base di <strong>anticorpi monoclonali</strong>, funzionano abbassando i livelli di amiloide nel cervello. Ma richiedono infusioni ripetute, una o due volte al mese, e riescono a rallentare la malattia garantendo circa dieci mesi in più di autonomia ai pazienti. Un progresso reale, certo, ma lontano dall&#8217;essere risolutivo.</p>
<h2>Come funziona la nuova immunoterapia cellulare</h2>
<p>Qui entra in gioco l&#8217;intuizione del team guidato da Marco Colonna e David M. Holtzman. Invece di puntare sulle cellule immunitarie classiche, i ricercatori hanno scelto gli <strong>astrociti</strong>, le cellule più abbondanti nel cervello, quelle che normalmente si occupano di mantenere l&#8217;ambiente cerebrale in ordine. Li hanno riprogrammati geneticamente, dotandoli di un recettore chimerico (lo stesso principio delle terapie <strong>CAR-T</strong> usate contro i tumori) capace di riconoscere e agganciare la <strong>proteina beta amiloide</strong>, quella che si accumula formando le placche tipiche dell&#8217;Alzheimer.</p>
<p>Il risultato? Questi astrociti ingegnerizzati, ribattezzati <strong>CAR-astrociti</strong>, diventano cacciatori specializzati. Localizzano le proteine nocive, le catturano e le eliminano. Il bello è che basta una sola iniezione: un virus innocuo trasporta il gene del recettore direttamente nel cervello, e da lì le cellule fanno il resto.</p>
<p>Nei topi trattati prima della comparsa delle placche, la terapia ha impedito completamente la loro formazione. A sei mesi di età, quando normalmente il cervello di questi animali sarebbe saturo di depositi amiloidi, quelli trattati non ne mostravano traccia. Nei topi che avevano già il cervello pieno di placche, il trattamento le ha ridotte di circa il 50 percento. Numeri che fanno riflettere.</p>
<h2>Prospettive concrete e prossimi passi</h2>
<p>Naturalmente siamo ancora nella fase preclinica. Lo stesso Colonna ha sottolineato che servono ulteriori studi per ottimizzare l&#8217;approccio e valutare eventuali effetti collaterali. Ma il potenziale è enorme. La possibilità di trattare l&#8217;Alzheimer con un&#8217;unica somministrazione cambierebbe radicalmente la gestione clinica della malattia, eliminando il peso delle infusioni continue sia per i pazienti sia per il sistema sanitario.</p>
<p>C&#8217;è poi un aspetto che rende la ricerca ancora più interessante. Modificando il recettore dei CAR-astrociti per fargli riconoscere marcatori diversi, la stessa tecnologia potrebbe essere adattata per colpire i <strong>tumori cerebrali</strong>. Gli astrociti, già perfettamente integrati nell&#8217;ambiente del cervello, verrebbero così redirezionati dalla pulizia dei detriti alla distruzione diretta delle cellule tumorali.</p>
<p>Il gruppo di ricerca ha già depositato un brevetto e sta lavorando per affinare la precisione con cui queste cellule colpiscono i bersagli, senza interferire con le normali funzioni cerebrali. Come ha osservato Holtzman, la differenza rispetto ai trattamenti attuali sta tutta in quella singola iniezione che, almeno nei topi, ha saputo fare quello che mesi di infusioni non riescono ancora a garantire. Se i prossimi passi confermeranno questi dati, la lotta contro l&#8217;Alzheimer potrebbe davvero aver trovato un&#8217;arma nuova. E stavolta, forse, quella giusta.</p>
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