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	<title>bioaccumulo Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: cosa hanno trovato gli scienziati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 02:23:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acquacoltura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: un problema reale e misurabile Gli antibiotici nei pesci di fiume rappresentano una minaccia silenziosa che sta emergendo con forza dalla ricerca scientifica. Uno studio condotto dal Centro per l'Energia Nucleare in Agricoltura dell'Università di San Paolo...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/antibiotici-nascosti-nei-pesci-di-fiume-cosa-hanno-trovato-gli-scienziati/">Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: cosa hanno trovato gli scienziati</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Antibiotici nascosti nei pesci di fiume: un problema reale e misurabile</h2>
<p>Gli <strong>antibiotici nei pesci di fiume</strong> rappresentano una minaccia silenziosa che sta emergendo con forza dalla ricerca scientifica. Uno studio condotto dal Centro per l&#8217;Energia Nucleare in Agricoltura dell&#8217;Università di San Paolo (CENA-USP), pubblicato sulla rivista <strong>Environmental Sciences Europe</strong>, ha rivelato qualcosa di piuttosto inquietante: nel fiume Piracicaba, uno dei principali corsi d&#8217;acqua dello stato di San Paolo in Brasile, si accumulano diverse classi di antibiotici. E non restano solo nell&#8217;acqua. Finiscono anche nei pesci che la gente mangia regolarmente.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato da Patrícia Alexandre Evangelista e sostenuto dalla FAPESP, ha adottato un approccio ampio: monitoraggio ambientale, analisi del <strong>bioaccumulo</strong> negli organismi, valutazione dei danni genetici nella fauna acquatica e sperimentazione con piante per rimuovere i contaminanti. Un lavoro complesso, che ha permesso di capire quanto sia profondo il problema legato all&#8217;uso di farmaci sia veterinari che umani.</p>
<p>I campioni sono stati raccolti vicino alla diga di Santa Maria da Serra, in un&#8217;area che riceve scarichi fognari, reflui domestici, residui di acquacoltura, allevamenti suinicoli e dilavamento agricolo. I ricercatori hanno analizzato acqua, sedimenti e pesci durante la <strong>stagione secca</strong> e quella delle piogge, monitorando 12 antibiotici di uso comune tra tetracicline, fluorochinoloni, sulfonamidi e fenoli. Il risultato? Durante la stagione delle piogge, la maggior parte delle concentrazioni restava sotto i limiti di rilevazione. Con la stagione secca, invece, quando il volume d&#8217;acqua diminuisce e gli inquinanti si concentrano, la situazione cambiava radicalmente.</p>
<h2>Un antibiotico vietato trovato nei pesci destinati al consumo umano</h2>
<p>Tra le scoperte più allarmanti c&#8217;è il ritrovamento di <strong>cloramfenicolo</strong> nei pesci lambari (Astyanax sp.) acquistati da pescatori locali nella regione di Barra Bonita. Il cloramfenicolo è un antibiotico il cui utilizzo negli animali da allevamento è proibito in Brasile proprio per la sua tossicità. Eppure era lì, nei tessuti dei pesci, durante la stagione secca, a livelli nell&#8217;ordine delle decine di microgrammi per chilogrammo. E dato che i lambari vengono consumati abitualmente dalla popolazione locale, la questione dell&#8217;<strong>esposizione umana agli antibiotici</strong> attraverso il cibo diventa tutt&#8217;altro che teorica.</p>
<p>Evangelista spiega che cloramfenicolo ed enrofloxacina sono stati scelti per esperimenti di laboratorio approfonditi per la loro rilevanza sia ambientale che sanitaria. L&#8217;enrofloxacina è largamente impiegata in zootecnia e acquacoltura, oltre che in medicina umana. Il cloramfenicolo, pur essendo bandito per gli animali destinati alla produzione alimentare, viene ancora usato nell&#8217;uomo e funziona come indicatore storico di <strong>contaminazione persistente</strong>.</p>
<h2>Le piante acquatiche possono aiutare, ma non è così semplice</h2>
<p>Il team ha anche esplorato il potenziale della <strong>Salvinia auriculata</strong>, una pianta galleggiante spesso considerata invasiva, come strumento naturale di bonifica. In esperimenti controllati, la pianta ha dimostrato un&#8217;efficienza notevole nel rimuovere l&#8217;enrofloxacina: con una biomassa maggiore, oltre il 95% dell&#8217;antibiotico veniva eliminato dall&#8217;acqua nel giro di pochi giorni. Per il cloramfenicolo, invece, la rimozione era più lenta e parziale, tra il 30% e il 45%.</p>
<p>Le tecniche di imaging hanno mostrato che gli antibiotici si accumulavano principalmente nelle radici della pianta, confermando il ruolo chiave dell&#8217;assorbimento radicale. Ma ecco il colpo di scena: la presenza della Salvinia modificava il modo in cui i pesci assorbivano queste sostanze. In alcuni casi, anziché ridurre l&#8217;esposizione dei pesci, la pianta la aumentava. Una possibile spiegazione è che la pianta alteri la forma chimica degli <strong>antibiotici</strong>, rendendoli più facilmente assimilabili dagli organismi acquatici.</p>
<p>Lo studio ha inoltre evidenziato che il cloramfenicolo causava danni significativi al DNA dei pesci, misurati attraverso anomalie nelle cellule del sangue. Quando la Salvinia era presente, questi danni diminuivano avvicinandosi ai livelli dei gruppi di controllo. Per l&#8217;enrofloxacina, invece, la pianta non produceva effetti protettivi significativi.</p>
<p>Come sottolinea Evangelista, usare le piante come &#8220;spugne&#8221; per i contaminanti non è affatto banale. La macrofita cambia l&#8217;intero sistema, compreso il modo in cui gli organismi entrano in contatto con le sostanze inquinanti. Resta comunque un&#8217;opzione a <strong>basso costo</strong> e basata sulla natura, particolarmente interessante dove i trattamenti avanzati come l&#8217;ozonizzazione risultano troppo costosi. Ma qualsiasi strategia, avverte la ricercatrice, deve considerare non solo la rimozione del contaminante, ma anche i suoi effetti biologici ed ecologici. Perché il problema è reale, misurabile e, soprattutto, complesso.</p>
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		<title>Squali contaminati da caffeina e farmaci: la scoperta inquietante alle Bahamas</title>
		<link>https://tecnoapple.it/squali-contaminati-da-caffeina-e-farmaci-la-scoperta-inquietante-alle-bahamas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 13:52:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Bahamas]]></category>
		<category><![CDATA[bioaccumulo]]></category>
		<category><![CDATA[caffeina]]></category>
		<category><![CDATA[contaminazione]]></category>
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		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
		<category><![CDATA[oceano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Squali contaminati da caffeina e farmaci: la scoperta inquietante alle Bahamas Quasi un terzo degli squali studiati nei pressi dell'isola di Eleuthera, alle Bahamas, presentava tracce di caffeina, antidolorifici e altri farmaci nel sangue. Una scoperta che ha lasciato di stucco persino i...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Squali contaminati da caffeina e farmaci: la scoperta inquietante alle Bahamas</h2>
<p>Quasi un terzo degli <strong>squali</strong> studiati nei pressi dell&#8217;isola di <strong>Eleuthera, alle Bahamas</strong>, presentava tracce di <strong>caffeina</strong>, antidolorifici e altri farmaci nel sangue. Una scoperta che ha lasciato di stucco persino i ricercatori coinvolti nello studio, e che racconta qualcosa di profondamente sbagliato nel rapporto tra attività umane e ecosistemi marini.</p>
<p>Il dato è emerso da una ricerca condotta su diverse specie di squali che popolano le acque costiere dell&#8217;isola. Gli scienziati hanno prelevato campioni di sangue e analizzato la presenza di <strong>contaminanti farmaceutici</strong>, trovando un cocktail piuttosto variegato: caffeina, sostanze antinfiammatorie, analgesici e altri composti che normalmente si trovano nelle farmacie, non certo nel corpo di un predatore marino. Il fatto che queste sostanze siano finite nel flusso sanguigno degli squali suggerisce una contaminazione ambientale costante e diffusa, non episodica.</p>
<h2>Come arrivano i farmaci nel mare</h2>
<p>La spiegazione più probabile è anche la più banale, e per questo ancora più preoccupante. Le <strong>acque reflue</strong> urbane, spesso trattate in modo insufficiente o scaricate senza adeguata depurazione, trasportano verso il mare residui di tutto ciò che le persone assumono quotidianamente. Parliamo di medicinali metabolizzati solo in parte dall&#8217;organismo umano, che finiscono nei sistemi fognari e da lì raggiungono l&#8217;oceano. Le Bahamas, con il loro turismo di massa e infrastrutture idriche non sempre all&#8217;altezza, rappresentano un caso emblematico, ma il problema è globale.</p>
<p>Gli <strong>squali</strong>, essendo predatori apicali, accumulano queste sostanze attraverso la catena alimentare. Mangiano pesci che a loro volta si sono nutriti in acque contaminate, e così via. È un processo noto come <strong>bioaccumulo</strong>, che amplifica le concentrazioni di contaminanti man mano che si sale nella catena trofica.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>Il punto non è solo la salute degli squali in sé, per quanto sia un aspetto rilevante. Il problema più grande è quello che questi dati raccontano sulla qualità complessiva degli <strong>ecosistemi marini</strong>. Se un predatore al vertice della catena alimentare ha caffeina e antidolorifici nel sangue, significa che l&#8217;intero ambiente in cui vive è intriso di queste sostanze. E questo riguarda anche i pesci che finiscono sulle tavole di milioni di persone.</p>
<p>Gli squali vicino a Eleuthera stanno funzionando, in pratica, come sentinelle involontarie dello stato di salute dell&#8217;oceano. E il messaggio che inviano è tutt&#8217;altro che rassicurante. Lo studio evidenzia quanto sia urgente ripensare la gestione delle acque reflue nelle zone costiere e turistiche, non solo alle Bahamas ma ovunque nel mondo. Perché se le sostanze che buttiamo via tornano a trovarci attraverso il cibo che mangiamo, forse è il caso di prestare un po&#8217; più attenzione a quello che finisce negli scarichi.</p>
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		<title>Acque reflue nei campi: dove finiscono i farmaci assorbiti dalle piante?</title>
		<link>https://tecnoapple.it/acque-reflue-nei-campi-dove-finiscono-i-farmaci-assorbiti-dalle-piante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 11:55:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[bioaccumulo]]></category>
		<category><![CDATA[colture]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
		<category><![CDATA[irrigazione]]></category>
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		<category><![CDATA[pomodori]]></category>
		<category><![CDATA[reflue]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Colture irrigate con acque reflue: dove finiscono i farmaci assorbiti dalle piante? Le colture irrigate con acque reflue possono accumulare tracce di farmaci nei propri tessuti, ma non necessariamente nelle parti che finiscono nel piatto. Questo è il punto centrale di uno studio della Johns Hopkins...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Colture irrigate con acque reflue: dove finiscono i farmaci assorbiti dalle piante?</h2>
<p>Le <strong>colture irrigate con acque reflue</strong> possono accumulare tracce di farmaci nei propri tessuti, ma non necessariamente nelle parti che finiscono nel piatto. Questo è il punto centrale di uno studio della <strong>Johns Hopkins University</strong>, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology nel marzo 2026, che ha analizzato il comportamento di pomodori, carote e lattuga esposte ad acqua contenente <strong>farmaci psicotropi</strong>. Il risultato più interessante? Nella stragrande maggioranza dei casi, le sostanze si concentrano nelle foglie, non nei frutti o nelle radici commestibili.</p>
<p>La questione non è affatto teorica. In molte aree del mondo dove le riserve di <strong>acqua dolce</strong> scarseggiano, riutilizzare le acque reflue trattate per irrigare i campi è già una pratica diffusa. E lo diventerà sempre di più, con la siccità che avanza e la domanda agricola che non accenna a calare. Capire cosa succede quando queste acque, che possono contenere residui di antidepressivi, antiepilettici e altri medicinali, entrano in contatto con le piante diventa quindi fondamentale.</p>
<h2>Come si muovono i farmaci dentro le piante</h2>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato dalla dottoranda Daniella Sanchez, ha coltivato pomodori, carote e lattuga in ambienti controllati, somministrando alle piante soluzioni contenenti quattro farmaci comunemente rilevati nelle acque reflue trattate: <strong>carbamazepina</strong>, lamotrigina, amitriptilina e fluoxetina. Dopo un periodo di esposizione fino a 45 giorni, gli scienziati hanno prelevato campioni da diverse parti delle piante per capire dove si fossero accumulati i composti.</p>
<p>Il meccanismo è tutto sommato intuitivo. L&#8217;acqua sale dalle radici attraverso il fusto fino alle foglie, trasportando con sé anche le molecole farmaceutiche disciolte. Quando raggiunge le foglie, evapora attraverso gli stomi, quelle minuscole aperture sulla superficie fogliare. I farmaci, però, non evaporano: restano lì, intrappolati nel <strong>tessuto fogliare</strong>. Le piante, a differenza degli animali, non hanno un sistema efficiente per espellere le sostanze di scarto. Come ha spiegato Sanchez con un paragone piuttosto efficace, le piante non possono semplicemente &#8220;fare pipì&#8221; per liberarsi di questi composti.</p>
<p>I numeri parlano chiaro. Nelle foglie di pomodoro la concentrazione di farmaci e dei loro sottoprodotti era oltre 200 volte superiore rispetto ai frutti. Nelle carote, le foglie contenevano circa sette volte di più rispetto alle radici che normalmente si consumano.</p>
<h2>Non tutti i farmaci si comportano allo stesso modo</h2>
<p>Un altro aspetto emerso dallo studio è che le diverse molecole vengono gestite in modo differente dalle piante. La lamotrigina, ad esempio, si è presentata a livelli relativamente bassi in tutti i tessuti analizzati. La <strong>carbamazepina</strong>, invece, ha mostrato una maggiore tendenza ad accumularsi un po&#8217; ovunque, comprese le parti commestibili come le radici di carota, i frutti di pomodoro e le foglie di lattuga.</p>
<p>Il co-autore dello studio, Carsten Prasse, professore associato di ingegneria ambientale alla Johns Hopkins, ha tenuto a precisare un punto importante: la semplice presenza di questi farmaci nelle <strong>colture irrigate con acque reflue</strong> non significa automaticamente che ci sia un rischio per la salute dei consumatori. Quello che serve adesso è un lavoro di approfondimento per identificare quali composti, compresi i <strong>sottoprodotti del metabolismo vegetale</strong>, meritano una valutazione più attenta in vista di eventuali regolamentazioni future.</p>
<p>Insomma, la buona notizia è che per pomodori e carote la parte che si mangia risulta decisamente meno esposta. Per la lattuga il discorso cambia, visto che si consumano proprio le foglie. E proprio da qui dovranno partire le prossime ricerche.</p>
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