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	<title>bipedismo Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Destrimani: ecco perché il 90% degli umani preferisce la mano destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 May 2026 10:23:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché siamo destrimani? La risposta potrebbe nascondersi nell'evoluzione Circa il 90% della popolazione mondiale preferisce usare la mano destra, e questa predominanza della mano destra negli esseri umani è un fenomeno che non ha eguali in nessun'altra specie di primati. Per decenni la scienza ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Perché siamo destrimani? La risposta potrebbe nascondersi nell&#8217;evoluzione</h2>
<p>Circa il 90% della popolazione mondiale preferisce usare la mano destra, e questa <strong>predominanza della mano destra</strong> negli esseri umani è un fenomeno che non ha eguali in nessun&#8217;altra specie di primati. Per decenni la scienza ha cercato di capire cosa rendesse gli umani così sbilanciati verso un lato, senza mai trovare una spiegazione davvero convincente. Ora, uno studio pubblicato sulla rivista <strong>PLOS Biology</strong> e condotto da ricercatori dell&#8217;Università di Oxford sembra aver individuato due fattori chiave: camminare eretti e avere un cervello più grande.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato dal dottor Thomas A. Püschel e da Rachel M. Hurwitz, ha analizzato dati relativi a oltre 2.000 esemplari appartenenti a 41 specie diverse di <strong>primati</strong>. Attraverso modelli statistici bayesiani, il team ha messo alla prova diverse ipotesi storiche sull&#8217;origine della manualità, prendendo in considerazione variabili come l&#8217;uso di utensili, la dieta, la struttura sociale, le <strong>dimensioni del cervello</strong> e i pattern di movimento. E il risultato è stato piuttosto netto.</p>
<h2>Bipedismo e cervello: la combinazione che ha fatto la differenza</h2>
<p>Quando i ricercatori hanno inserito nei modelli due tratti specifici, ovvero le dimensioni cerebrali e il rapporto tra lunghezza delle braccia e delle gambe (un indicatore classico del <strong>bipedismo</strong>), gli esseri umani hanno smesso di sembrare un&#8217;anomalia evolutiva. In pratica, la combinazione tra <strong>camminata eretta</strong> e cervello più voluminoso sembra spiegare perché la nostra specie abbia sviluppato una preferenza così marcata per la mano destra.</p>
<p>Lo studio ha permesso anche di stimare la manualità probabile dei nostri antenati estinti. Specie come Ardipithecus e Australopithecus mostravano probabilmente una preferenza lieve per la destra, simile a quella delle grandi scimmie moderne. Con la comparsa del genere Homo, però, la tendenza si è rafforzata in modo significativo: <strong>Homo erectus</strong> e i Neanderthal erano verosimilmente molto più destrimani.</p>
<p>Un caso curioso riguarda l&#8217;<strong>Homo floresiensis</strong>, la specie soprannominata &#8220;hobbit&#8221; per le sue dimensioni ridotte. Secondo le previsioni del modello, questa specie aveva una preferenza per la mano destra molto più debole, il che ha senso se si considera il suo cervello relativamente piccolo e il fatto che manteneva adattamenti sia per arrampicarsi sia per camminare su due gambe.</p>
<h2>Una storia evolutiva in due fasi</h2>
<p>Secondo i ricercatori, il processo si è sviluppato in due momenti distinti. Prima, il passaggio alla postura eretta ha liberato le mani dalla locomozione, creando nuove pressioni selettive che favorivano un uso più specializzato e asimmetrico degli arti superiori. Poi, con l&#8217;espansione del cervello, la preferenza per la <strong>mano destra</strong> si è consolidata fino a diventare il tratto quasi universale che conosciamo oggi.</p>
<p>Resta aperta una domanda affascinante: perché il <strong>mancinismo</strong> non è mai scomparso del tutto? La scienza non ha ancora una risposta definitiva, e non è chiaro nemmeno quanto la cultura umana abbia contribuito a rafforzare nel tempo la predominanza della destra. Si tratta di questioni che probabilmente terranno impegnati i ricercatori ancora per parecchio, ma questo studio segna un punto fermo importante nel capire cosa ci rende, anche nelle piccole cose quotidiane, così profondamente diversi dagli altri primati.</p>
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		<title>Dinosauri sauropodi: da giovani riuscivano a stare su due zampe</title>
		<link>https://tecnoapple.it/dinosauri-sauropodi-da-giovani-riuscivano-a-stare-su-due-zampe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 00:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[biomeccanica]]></category>
		<category><![CDATA[bipedismo]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[femore]]></category>
		<category><![CDATA[fossili]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[sauropodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dinosauri sauropodi: quando alzarsi sulle zampe posteriori era possibile solo da giovani Alcuni dinosauri sauropodi riuscivano a sollevarsi sulle zampe posteriori come veri giganti, almeno finché il peso corporeo glielo permetteva. Una scoperta affascinante, che ribalta un po' l'immagine classica...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Dinosauri sauropodi: quando alzarsi sulle zampe posteriori era possibile solo da giovani</h2>
<p>Alcuni <strong>dinosauri sauropodi</strong> riuscivano a sollevarsi sulle zampe posteriori come veri giganti, almeno finché il peso corporeo glielo permetteva. Una scoperta affascinante, che ribalta un po&#8217; l&#8217;immagine classica di queste creature enormi, sempre piantate su quattro zampe come colonne viventi. Il punto è che questa abilità non era uguale per tutti e, soprattutto, non durava per sempre. Man mano che crescevano, la postura <strong>bipede</strong> diventava sempre più difficile da sostenere.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Palaeontology</strong> e condotto da ricercatori brasiliani, tedeschi e argentini con il supporto della FAPESP, ha preso in esame due specie sudamericane vissute circa 66 milioni di anni fa: l&#8217;<strong>Uberabatitan</strong> brasiliano e il <strong>Neuquensaurus</strong> argentino. Entrambi erano sauropodi relativamente piccoli, più o meno delle dimensioni di un elefante moderno. Eppure, nonostante la stazza contenuta per gli standard del gruppo, un Uberabatitan adulto poteva raggiungere i 26 metri di lunghezza, il che ne fa il dinosauro più grande mai trovato in Brasile.</p>
<p>Il team di ricerca ha utilizzato ricostruzioni digitali dei femori di sette specie diverse di sauropodi, applicando poi la cosiddetta <strong>analisi agli elementi finiti</strong>, una tecnica comunemente usata in ingegneria per simulare come i materiali rispondono alle forze. In pratica, hanno simulato quanto stress subiva il femore quando l&#8217;animale si reggeva su due zampe, considerando sia la gravità e il peso corporeo, sia la forza esercitata dai muscoli.</p>
<h2>Femori più robusti, meno stress: il vantaggio dei sauropodi più piccoli</h2>
<p>I risultati parlano chiaro. Le due specie sudamericane, in particolare un esemplare giovane di Uberabatitan e il Neuquensaurus, mostravano i livelli di <strong>stress osseo</strong> più bassi. I loro femori erano proporzionalmente più robusti e riuscivano a dissipare meglio le tensioni. Julian Silva Júnior, primo autore dello studio e ricercatore post dottorato all&#8217;Università Statale Paulista, ha spiegato che i sauropodi più piccoli avevano una struttura ossea e muscolare che rendeva la postura eretta molto più gestibile. Quelli enormi, pur avendo muscoli giganteschi e femori massicci, semplicemente non disponevano di abbastanza supporto strutturale per sostenere tutto quel peso in modo confortevole. Non che fosse impossibile per loro alzarsi, ma probabilmente sceglievano con cura il momento giusto per farlo, perché doveva essere una posizione piuttosto scomoda.</p>
<p>Ed ecco il dettaglio più interessante: gli esemplari adulti di Uberabatitan, a differenza dei giovani analizzati nello studio, probabilmente affrontavano le stesse difficoltà dei sauropodi più grandi. Quella che da cuccioli era una mossa relativamente agile, con la crescita diventava un gesto strategico e limitato.</p>
<h2>Perché alzarsi sulle zampe posteriori era così importante</h2>
<p>Reggersi su due zampe offriva ai <strong>dinosauri sauropodi</strong> diversi vantaggi concreti. Essendo erbivori, potevano raggiungere vegetazione più alta, altrimenti inaccessibile. La postura bipede poteva anche avere un ruolo durante l&#8217;<strong>accoppiamento</strong> o nelle esibizioni visive. Senza contare l&#8217;effetto intimidatorio: sembrare ancora più grandi non guastava certo di fronte a un predatore.</p>
<p>I ricercatori ammettono che le simulazioni non includevano la <strong>cartilagine</strong>, che avrebbe potuto ammortizzare parte dello stress articolare, né il contributo della coda come terzo punto d&#8217;appoggio in una sorta di postura a treppiede. Nonostante questi limiti, il metodo comparativo utilizzato offre comunque un quadro piuttosto affidabile del comportamento di questi animali milioni di anni fa. Uno strumento imperfetto, certo, ma efficace nel confronto tra specie diverse, e capace di raccontare qualcosa che i fossili da soli non potrebbero dire.</p>
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