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	<title>cattura Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Squalo bianco nel Mediterraneo: la scoperta che riapre un mistero di 160 anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 01:23:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[avvistamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Carcharodon]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Squalo bianco nel Mediterraneo: la cattura di un giovane esemplare riaccende un mistero lungo 160 anni</h2>
<p>Uno <strong>squalo bianco</strong> giovane pescato accidentalmente al largo delle coste spagnole ha riaperto un capitolo che molti consideravano ormai chiuso. Il fatto risale all&#8217;aprile 2023, quando alcuni pescatori locali si sono ritrovati nelle reti un esemplare di <strong>Carcharodon carcharias</strong> lungo circa 210 centimetri e dal peso stimato tra gli 80 e i 90 chilogrammi. Una sorpresa, certo, ma soprattutto un indizio prezioso per la comunità scientifica: la cosiddetta popolazione &#8220;fantasma&#8221; di <strong>squali bianchi del Mediterraneo</strong> potrebbe essere ancora viva e, dettaglio ancora più significativo, potrebbe ancora riprodursi in queste acque.</p>
<p>La notizia arriva da uno studio pubblicato sulla rivista ad accesso aperto Acta Ichthyologica et Piscatoria, in cui un team di ricercatori guidato dal dottor José Carlos Báez ha passato al setaccio ben <strong>160 anni di avvistamenti documentati</strong>, dal 1862 al 2023. Il quadro che ne emerge è tanto affascinante quanto sfuggente: lo squalo bianco nel Mediterraneo non è scomparso, ma si è reso quasi invisibile.</p>
<h2>Perché un esemplare giovane cambia tutto</h2>
<p>Avvistare uno squalo bianco adulto nel Mediterraneo è già di per sé un evento raro. Ma trovarne uno giovane apre scenari diversi. Come spiega Báez, determinare la presenza di individui giovanili ha un&#8217;importanza particolare, perché solleva una domanda inevitabile: è possibile che la <strong>riproduzione</strong> sia ancora attiva nella regione? Se la risposta fosse sì, significherebbe che questi animali non stanno semplicemente transitando nel Mediterraneo durante le loro migrazioni oceaniche, ma che lo considerano ancora un habitat dove mettere al mondo nuovi esemplari.</p>
<p>Servono ovviamente altre prove per confermare questa ipotesi. Però il dato è lì, nero su bianco: un giovane squalo bianco catturato in acque spagnole del Mediterraneo orientale. Non un fossile, non un racconto di pescatori. Un esemplare reale, misurato e documentato.</p>
<h2>La popolazione &#8220;fantasma&#8221; e il ruolo ecologico dello squalo bianco</h2>
<p>Gli scienziati parlano di <strong>popolazione fantasma</strong> per una ragione molto concreta. Gli avvistamenti ci sono, ma sono così sporadici da rendere quasi impossibile qualsiasi stima sulla dimensione del gruppo. Lo squalo bianco è classificato come <strong>Vulnerabile</strong> nella Lista Rossa della IUCN, e le popolazioni globali risultano in declino. Sapere dove questi predatori sono ancora presenti diventa quindi fondamentale per qualsiasi strategia di conservazione.</p>
<p>C&#8217;è poi un aspetto che spesso sfugge al grande pubblico, intrappolato nell&#8217;immaginario hollywoodiano del mostro assassino. Lo squalo bianco è un <strong>predatore apicale</strong> che svolge un ruolo essenziale negli ecosistemi marini. Regola le popolazioni delle specie di cui si nutre, redistribuisce energia e nutrienti su distanze enormi durante le migrazioni, e funziona anche da spazzino naturale consumando carcasse. Perfino dopo la morte, quando il corpo affonda sul fondale, fornisce nutrimento alle comunità degli abissi.</p>
<p>Báez lo dice con chiarezza: questi grandi animali marini hanno un ruolo fondamentale che va ben oltre la paura che ispirano. Citando Lovecraft e la sua celebre riflessione sulla paura dell&#8217;ignoto, il ricercatore sottolinea come la <strong>conoscenza scientifica</strong> sia lo strumento migliore per smontare miti e pregiudizi infondati.</p>
<p>Per ora, la scoperta di un singolo giovane squalo bianco ha ridato fiato a un mistero che dura da oltre un secolo e mezzo. Serviranno programmi di monitoraggio a lungo termine e tecnologie come il <strong>tracciamento satellitare</strong> per capire davvero cosa succede sotto la superficie del Mediterraneo. Ma una cosa sembra chiara: questi leggendari predatori non sono spariti. Stanno semplicemente pattugliando le acque della regione in silenzio, quasi del tutto inosservati.</p>
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		<title>CO2, il nuovo materiale a base di carbonio che cambia tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 14:53:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[azoto]]></category>
		<category><![CDATA[carbonio]]></category>
		<category><![CDATA[cattura]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[CO2]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[materiale]]></category>
		<category><![CDATA[viciaziti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un nuovo materiale a base di carbonio potrebbe rivoluzionare la cattura della CO2 La cattura della CO2 è una delle sfide più urgenti nella lotta al cambiamento climatico, ma finora i costi elevati hanno frenato qualsiasi tentativo di adozione su larga scala. Ora, un gruppo di scienziati della Chiba...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un nuovo materiale a base di carbonio potrebbe rivoluzionare la cattura della CO2</h2>
<p>La <strong>cattura della CO2</strong> è una delle sfide più urgenti nella lotta al cambiamento climatico, ma finora i costi elevati hanno frenato qualsiasi tentativo di adozione su larga scala. Ora, un gruppo di scienziati della <strong>Chiba University</strong> in Giappone ha sviluppato un nuovo <strong>materiale a base di carbonio</strong> che potrebbe cambiare radicalmente le regole del gioco. La chiave sta nel modo in cui gli atomi di azoto vengono disposti sulla superficie del materiale: una modifica apparentemente piccola, ma con conseguenze enormi in termini di efficienza e risparmio energetico.</p>
<p>Chi si occupa di tecnologie ambientali sa bene che il metodo più diffuso per la cattura della CO2 a livello industriale, il cosiddetto scrubbing con ammine acquose, richiede temperature superiori ai 100 °C per rilasciare l&#8217;anidride carbonica catturata e riutilizzare la soluzione. Tradotto: servono enormi quantità di energia, il che fa lievitare i costi operativi e rende il tutto poco sostenibile economicamente. I materiali solidi a base di carbonio rappresentano da tempo un&#8217;alternativa promettente, grazie alla loro superficie estesa e al costo contenuto. Tuttavia, fino ad oggi nessuno era riuscito a controllare con precisione la disposizione dei <strong>gruppi funzionali azotati</strong> sulla loro superficie, rendendo difficile capire quali configurazioni funzionassero meglio.</p>
<h2>Cosa sono i viciaziti e perché fanno la differenza</h2>
<p>Il team guidato dal professor <strong>Yasuhiro Yamada</strong> ha creato un tipo di materiale chiamato <strong>viciaziti</strong>, progettato con gruppi di azoto posizionati uno accanto all&#8217;altro in modo controllato. Sono state realizzate tre versioni diverse, ciascuna con una configurazione specifica di azoto adiacente. Una di queste, quella con gruppi amminici primari affiancati, ha raggiunto una selettività del 76%, il che significa che la maggior parte degli atomi di azoto è finita esattamente dove doveva. Le altre due versioni presentavano rispettivamente azoto pirrolico (82% di selettività) e azoto piridinico (60%).</p>
<p>I risultati dei test parlano chiaro. I campioni con gruppi amminici adiacenti e con <strong>azoto pirrolico</strong> hanno catturato più CO2 rispetto alle fibre di carbonio non trattate. La configurazione con azoto piridinico, invece, non ha offerto miglioramenti significativi. Il dato più interessante, però, riguarda il rilascio della CO2: nel materiale con gruppi amminici adiacenti, la maggior parte dell&#8217;anidride carbonica viene rilasciata a temperature inferiori ai <strong>60 °C</strong>. Questo è un punto di svolta, perché significa che il processo potrebbe sfruttare il calore di scarto industriale invece di richiedere energia costosa.</p>
<h2>Verso una cattura della CO2 economicamente sostenibile</h2>
<p>Lo stesso Yamada ha sottolineato come la combinazione di queste proprietà con il <strong>calore di scarto</strong> industriale potrebbe rendere i processi di cattura della CO2 molto più economici. Il materiale con azoto pirrolico richiede temperature più alte per il rilascio, ma potrebbe garantire una stabilità maggiore nel lungo periodo grazie alla sua struttura chimica più robusta.</p>
<p>Questa ricerca, pubblicata sulla rivista <strong>Carbon</strong> nel marzo 2026, non si limita a proporre un materiale migliore. Offre un vero e proprio metodo riproducibile per progettare materiali con strutture azotate controllate, aprendo la strada a tecnologie di <strong>cattura della CO2</strong> di nuova generazione. E non è tutto: i viciaziti potrebbero trovare applicazione anche nella rimozione di ioni metallici o come catalizzatori, grazie alle loro proprietà superficiali personalizzabili. Se queste premesse verranno confermate su scala industriale, potrebbe essere davvero l&#8217;inizio di qualcosa di grande nella lotta alle emissioni di gas serra.</p>
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