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	<title>classificazione Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>BMI sbaglia categoria di peso per un adulto su tre: lo svela uno studio italiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:23:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[BMI]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il BMI sbaglia classificazione per oltre un terzo degli adulti: lo dice uno studio italiano</h2>
<p>Quella formula semplice che incrocia peso e altezza, il famoso <strong>BMI</strong>, potrebbe raccontare una storia sbagliata per tantissime persone. Uno studio condotto da ricercatori italiani e presentato al Congresso Europeo sull&#8217;Obesità ha messo nero su bianco un dato che fa riflettere: più di un terzo degli adulti viene inserito nella <strong>categoria di peso</strong> sbagliata quando ci si affida solo al <strong>BMI</strong>. E non parliamo di errori marginali.</p>
<p>La ricerca, pubblicata sulla rivista <strong>Nutrients</strong>, ha coinvolto 1351 adulti tra i 18 e i 98 anni, tutti valutati presso l&#8217;Università di Verona. Il punto chiave è il confronto tra la classificazione tradizionale dell&#8217;OMS basata sul BMI e le misurazioni effettuate con la <strong>DXA</strong> (assorbimetria a raggi X a doppia energia), considerata il metodo di riferimento assoluto per misurare la <strong>percentuale di grasso corporeo</strong>. Il risultato? Le due classificazioni spesso non coincidono, e la discrepanza è tutt&#8217;altro che trascurabile.</p>
<h2>Dove il BMI fallisce di più</h2>
<p>Tra le persone etichettate come obese dal BMI, il 34% in realtà rientrava nella categoria sovrappeso secondo la DXA. Ma il dato più sorprendente riguarda chi veniva classificato come <strong>sovrappeso</strong>: oltre la metà, il 53%, era stata collocata nella categoria sbagliata. Di questi, circa tre quarti avevano un peso normale, mentre il restante quarto risultava effettivamente obeso. Anche nel gruppo dei sottopeso la situazione non era migliore: quasi il 70% di chi aveva un <strong>BMI</strong> inferiore a 18.5 è stato riclassificato come normopeso dopo la scansione DXA.</p>
<p>Il professor <strong>Marwan El Ghoch</strong>, dell&#8217;Università di Modena e Reggio Emilia, ha spiegato che il BMI non misura direttamente il grasso corporeo né tiene conto di come questo si distribuisce nel corpo. Un limite noto da tempo, eppure il BMI resta lo strumento dominante negli ambulatori medici, nelle polizze assicurative e nelle politiche sanitarie pubbliche.</p>
<h2>Serve un cambio di rotta nella valutazione del peso</h2>
<p>La professoressa <strong>Chiara Milanese</strong> dell&#8217;Università di Verona ha aggiunto un dettaglio che vale la pena sottolineare: anche quando BMI e DXA individuano una prevalenza complessiva simile di sovrappeso e <strong>obesità</strong>, le persone coinvolte non sono necessariamente le stesse. Significa che alcuni individui a rischio sfuggono completamente al radar del BMI, mentre altri vengono etichettati erroneamente con un problema che non hanno.</p>
<p>I numeri complessivi lo confermano. La DXA ha rilevato una prevalenza combinata di sovrappeso e obesità intorno al 37%, contro il 41% stimato dal BMI. Non una differenza enorme in termini assoluti, ma il problema vero sta nel fatto che si parla di persone diverse.</p>
<p>I ricercatori propongono che le <strong>linee guida sanitarie</strong> italiane vengano aggiornate per integrare strumenti complementari al BMI. Si va dalla misurazione diretta della composizione corporea a soluzioni più accessibili, come la plicometria o il rapporto vita/altezza. Lo studio si è concentrato su una popolazione caucasica del Veneto, e gli autori ritengono plausibile che schemi di errore simili si riscontrino anche in altri paesi europei, anche se serviranno ricerche ulteriori per confermare questa ipotesi su gruppi etnici differenti.</p>
<p>Quello che emerge con chiarezza è che affidarsi esclusivamente al BMI per valutare lo stato di salute legato al peso resta una semplificazione che, per troppe persone, può tradursi in diagnosi sbagliate e percorsi clinici inappropriati.</p>
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		<title>Due nuove specie di bass scoperte grazie al DNA: erano nascoste da decenni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 09:26:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[bass]]></category>
		<category><![CDATA[classificazione]]></category>
		<category><![CDATA[DNA]]></category>
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		<category><![CDATA[pesci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due nuove specie di bass scoperte grazie al DNA: erano lì da decenni, ma nessuno le aveva riconosciute Il **DNA** ha svelato qualcosa che per decenni era rimasto nascosto sotto gli occhi di tutti. Due nuove specie di black bass, battezzate Bartram's bass e Altamaha bass, sono state finalmente...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Due nuove specie di bass scoperte grazie al DNA: erano lì da decenni, ma nessuno le aveva riconosciute</h2>
<p>Il <strong>DNA</strong> ha svelato qualcosa che per decenni era rimasto nascosto sotto gli occhi di tutti. Due <strong>nuove specie di black bass</strong>, battezzate <strong>Bartram&#8217;s bass</strong> e <strong>Altamaha bass</strong>, sono state finalmente identificate e descritte in modo ufficiale grazie a un&#8217;analisi genetica approfondita condotta dai ricercatori della <strong>University of Georgia</strong>. La cosa sorprendente? Questi pesci non arrivano da qualche fondale inesplorato. Nuotano da sempre nei fiumi della Georgia e della Carolina del Sud, confusi con altre specie simili, in particolare il redeye bass.</p>
<p>La storia ha anche un risvolto quasi comico. L&#8217;ecologo Bud Freeman si imbatté per la prima volta nel Bartram&#8217;s bass negli anni Ottanta, lungo il Broad River. Una coppia di pescatori gli mostrò un pesce insolito che avevano messo in una borsa frigo. Freeman capì subito che si trattava di qualcosa di diverso e offrì 5 dollari per portarselo via. La risposta fu secca: quel pesce sarebbe finito in padella, non in un laboratorio. Un esemplare potenzialmente cruciale, andato perduto per sempre.</p>
<h2>Aspetto fisico e conferme genetiche</h2>
<p>Nei decenni successivi, il team di Freeman ha raccolto centinaia di campioni. Il <strong>Bartram&#8217;s bass</strong> è stato trovato in 14 siti nei bacini dei fiumi Savannah e Saluda: presenta una colorazione dorata chiara con macchie marroni scure sui fianchi, pinne con sfumature rosate e occhi rossi cerchiati d&#8217;oro. Può raggiungere i 38 centimetri di lunghezza. L&#8217;<strong>Altamaha bass</strong>, raccolto in 14 località nei sistemi fluviali Altamaha e Ogeechee, mostra invece squame dorate con bordi olivastri, pinne accentuate dall&#8217;arancione e dimensioni leggermente inferiori, attorno ai 35 centimetri.</p>
<p>Ma l&#8217;aspetto esteriore da solo non bastava più. Come ha spiegato Mary Freeman, coautrice dello studio, oggi la classificazione di una specie richiede anche una <strong>caratterizzazione genetica</strong> rigorosa. Il team ha analizzato il <strong>DNA mitocondriale</strong> e utilizzato strumenti avanzati di bioinformatica per confrontare segmenti di DNA nucleare su ogni singolo individuo, escludendo così eventuali esemplari ibridi. Il dataset complessivo comprende 570 pesci appartenenti a diverse specie di bass, tra cui smallmouth, largemouth e Alabama bass. Oltre 100 esemplari sono stati utilizzati specificamente per definire le due <strong>nuove specie</strong>.</p>
<h2>Il rischio concreto di perderle prima ancora di conoscerle</h2>
<p>Ed è qui che la scoperta assume un tono più urgente. Sia il Bartram&#8217;s bass che l&#8217;Altamaha bass vivono in <strong>sistemi fluviali</strong> a corrente, tra pozze e rapide vicino a fondali rocciosi. Questi ambienti, però, sono stati pesantemente modificati nel tempo: accumulo di sedimenti, costruzione di dighe, frammentazione dei corsi d&#8217;acqua. A tutto questo si aggiunge l&#8217;introduzione di altre specie di Micropterus al di fuori dei loro areali naturali, che aumenta il rischio di <strong>ibridazione</strong>. Un fenomeno che potrebbe compromettere l&#8217;integrità genetica di queste specie appena riconosciute.</p>
<p>Il nome scientifico del Bartram&#8217;s bass, <em>Micropterus pucpuggy</em>, rende omaggio al popolo Seminole Creek della Florida, il cui capo diede all&#8217;esploratore William Bartram il soprannome &#8220;Puc Puggy&#8221;, che significa &#8220;cacciatore di fiori&#8221;. L&#8217;Altamaha bass, invece, porta il nome <em>Micropterus calliurus</em>, dove calliurus significa &#8220;bella coda&#8221;. Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Zootaxa</strong>, rappresenta molto più di un esercizio tassonomico. Come ha sottolineato Mary Freeman: «Stiamo gettando le basi per il futuro. L&#8217;ibridazione potrebbe far sì che il Bartram&#8217;s bass non esista più come lo conosciamo, ma almeno sapremo cosa era». Una frase che dice tutto sulla fragilità di queste <strong>nuove specie di bass</strong> e sull&#8217;urgenza di proteggerle, ora che finalmente hanno un nome.</p>
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