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	<title>collasso Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Gravastar: la stella morente che potrebbe creare un nuovo universo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 11:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[buchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una stella morente potrebbe generare un nuovo universo al posto di un buco nero Le gravastelle, o gravastar, sono uno di quei concetti che sembrano usciti da un romanzo di fantascienza. Eppure un nuovo studio teorico della Goethe University di Francoforte propone qualcosa di straordinario: quando...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una stella morente potrebbe generare un nuovo universo al posto di un buco nero</h2>
<p>Le <strong>gravastelle</strong>, o <strong>gravastar</strong>, sono uno di quei concetti che sembrano usciti da un romanzo di fantascienza. Eppure un nuovo studio teorico della <strong>Goethe University di Francoforte</strong> propone qualcosa di straordinario: quando una stella massiccia collassa, potrebbe non trasformarsi in un <strong>buco nero</strong>. Potrebbe invece dare vita a un minuscolo <strong>nuovo universo</strong> al proprio interno. Sì, avete letto bene. Un universo dentro una stella.</p>
<p>Per capire la portata di questa idea bisogna fare un passo indietro. Le stelle più grandi, quelle davvero enormi, producono luce e calore grazie alla <strong>fusione nucleare</strong>. A un certo punto però il carburante finisce. Quando succede, la pressione che teneva tutto in equilibrio non basta più a contrastare la gravità, e la stella inizia a collassare su se stessa. Secondo la teoria classica, tutta quella massa viene compressa in un punto infinitamente piccolo, la famosa singolarità. Nasce così un buco nero. Il problema è che la singolarità, per quanto accettata dalla comunità scientifica, resta un concetto pieno di contraddizioni. Come può una massa pari a miliardi di soli stare in un punto senza dimensione? Le leggi della fisica, a quel livello estremo, semplicemente smettono di funzionare in modo affidabile.</p>
<h2>L&#8217;alternativa ai buchi neri: cosa sono le gravastar</h2>
<p>Ed è qui che entrano in gioco le gravastar. Questi oggetti ultracompatti sarebbero densi e massicci quasi quanto i buchi neri, quindi difficilissimi da distinguere osservativamente. La differenza fondamentale? Non avrebbero né una singolarità né un <strong>orizzonte degli eventi</strong>. Sotto i loro strati esterni di materia ordinaria, sarebbero riempiti di <strong>energia oscura</strong>, quella forza misteriosa che nell&#8217;universo su larga scala spinge tutto ad espandersi. Questa energia produrrebbe una pressione verso l&#8217;esterno capace di contrastare la gravità e impedire il collasso totale. Un&#8217;idea elegante, che risolve parecchi grattacapi teorici. Ma fino a poco tempo fa nessuno era riuscito a spiegare come una gravastar potesse effettivamente formarsi.</p>
<h2>Un mini Big Bang dentro una stella che muore</h2>
<p>Qui arriva la svolta. I fisici teorici Daniel Jampolski e il professor Luciano Rezzolla hanno proposto quella che descrivono come la prima soluzione dinamica alle equazioni della <strong>Relatività Generale</strong> di Einstein che spiega la formazione di una gravastar. Secondo il loro lavoro, pubblicato su Physical Review D nel giugno 2026, il collasso di una stella massiccia potrebbe innescare la nascita di un universo in miniatura all&#8217;interno della materia stessa che sta collassando. Questo nuovo universo non sarebbe poi così diverso dal Big Bang che ha dato origine al nostro cosmo. L&#8217;energia oscura guiderebbe la sua espansione, spingendo verso l&#8217;esterno e opponendosi alla gravità. Il risultato sarebbe un equilibrio stabile tra la materia stellare in caduta e l&#8217;universo interno in espansione. Ecco la gravastar.</p>
<p>Jampolski, che ha sviluppato la soluzione durante la sua tesi magistrale, spiega che il Big Bang di questo universo emergente può verificarsi quando la stella ha già quasi raggiunto il punto di diventare un buco nero. La materia compressa a densità così estreme potrebbe dare origine a fenomeni fisici completamente nuovi. Rezzolla, dal canto suo, tiene a precisare una cosa importante: cercare alternative ai buchi neri non significa metterli in discussione. I buchi neri restano la soluzione più naturale e semplice al destino del collasso gravitazionale. Ma la scienza, per sua natura, deve esplorare anche le interpretazioni più esotiche. La storia insegna che non è raro che quelle che oggi sembrano idee bizzarre diventino domani la nuova ortodossia.</p>
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		<title>Il tempo ha un&#8217;imperfezione nascosta: la scoperta che cambia la fisica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 13:53:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[collasso]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
		<category><![CDATA[gravità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una piccola imperfezione nel tempo: la scoperta che potrebbe riscrivere la fisica Il tempo potrebbe non essere perfetto come si è sempre pensato. Un gruppo internazionale di fisici ha individuato quella che sembra una minuscola, quasi impercettibile imperfezione nel tempo stesso, legata a uno dei...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una piccola imperfezione nel tempo: la scoperta che potrebbe riscrivere la fisica</h2>
<p>Il <strong>tempo</strong> potrebbe non essere perfetto come si è sempre pensato. Un gruppo internazionale di fisici ha individuato quella che sembra una minuscola, quasi impercettibile <strong>imperfezione nel tempo stesso</strong>, legata a uno dei misteri più profondi della fisica: il rapporto tra <strong>meccanica quantistica</strong> e <strong>gravità</strong>. La ricerca, pubblicata su Physical Review Research e sostenuta dalla Foundational Questions Institute (FQxI), non cambierà il funzionamento degli orologi né avrà effetti sulla vita quotidiana. Eppure, apre uno spiraglio affascinante su come funziona davvero l&#8217;universo nelle sue fondamenta.</p>
<p>Tutto parte da un problema vecchio di decenni. Nella meccanica quantistica, le particelle possono trovarsi in più stati contemporaneamente, una condizione chiamata <strong>sovrapposizione quantistica</strong>. Quando qualcuno osserva o misura il sistema, questa sovrapposizione &#8220;collassa&#8221; in un unico risultato definito. Ma perché succede? Nessuno lo sa davvero, e la questione resta uno dei nodi irrisolti della fisica moderna.</p>
<h2>Modelli di collasso spontaneo e il legame con la gravità</h2>
<p>Già negli anni Ottanta, alcuni ricercatori avevano proposto che il collasso della funzione d&#8217;onda potesse avvenire in modo spontaneo, senza bisogno di un osservatore. Questi <strong>modelli di collasso</strong> non sono semplici interpretazioni filosofiche: a differenza delle letture tradizionali della meccanica quantistica, fanno previsioni che potrebbero essere verificate sperimentalmente.</p>
<p>Il team guidato da Nicola Bortolotti, dottorando presso il Centro Ricerche Enrico Fermi (CREF) di Roma, ha preso sul serio l&#8217;ipotesi che questi modelli siano collegati alla gravità. Ha analizzato due versioni principali: il modello Diósi Penrose, che da tempo suggerisce un legame tra gravità e collasso, e la Localizzazione Spontanea Continua. Il risultato? Se questi modelli descrivono correttamente la realtà, allora il <strong>tempo</strong> non può essere perfettamente preciso. Conterrebbe un livello intrinseco, seppur infinitesimale, di <strong>incertezza temporale</strong>.</p>
<p>&#8220;Abbiamo preso sul serio l&#8217;idea che i modelli di collasso possano essere legati alla gravità e ci siamo chiesti: cosa implica tutto questo per il tempo stesso?&#8221; ha spiegato Bortolotti.</p>
<h2>Un limite fondamentale alla precisione degli orologi</h2>
<p>Questa imperfezione nel tempo stabilirebbe un limite assoluto alla <strong>precisione degli orologi</strong>, un confine oltre il quale nessuna tecnologia potrà mai spingersi. Detto questo, niente panico: l&#8217;effetto è talmente piccolo che nemmeno gli orologi atomici più avanzati oggi esistenti riuscirebbero a rilevarlo. Come ha sottolineato Catalina Curceanu, coautrice dello studio, &#8220;l&#8217;incertezza è di molti ordini di grandezza al di sotto di qualsiasi cosa possiamo attualmente misurare&#8221;.</p>
<p>Il punto davvero interessante, però, sta altrove. La meccanica quantistica e la <strong>relatività generale</strong> trattano il tempo in modi radicalmente diversi. Per la prima, il tempo è un parametro esterno e fisso, che scorre imperterrito sullo sfondo. Per la seconda, il tempo si piega, si allunga, si deforma sotto l&#8217;influenza della massa e dell&#8217;energia. Trovare un terreno comune tra queste due visioni è la grande sfida della fisica contemporanea, e questa ricerca sull&#8217;imperfezione nel tempo potrebbe rappresentare un piccolo ma significativo passo nella direzione giusta.</p>
<p>Curceanu ha anche ricordato quanto sia raro trovare istituzioni disposte a finanziare ricerche su questioni così fondamentali riguardo a universo, spazio, tempo e materia. Eppure, come dimostra questo lavoro, anche le idee più radicali sulla meccanica quantistica possono essere messe alla prova con misurazioni fisiche precise. E il fatto che la misurazione del tempo resti salda e affidabile è, a suo modo, una notizia rassicurante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/il-tempo-ha-unimperfezione-nascosta-la-scoperta-che-cambia-la-fisica/">Il tempo ha un&#8217;imperfezione nascosta: la scoperta che cambia la fisica</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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		<title>Il collasso dei Maya non fu solo colpa della siccità: cosa accadde davvero</title>
		<link>https://tecnoapple.it/il-collasso-dei-maya-non-fu-solo-colpa-della-siccita-cosa-accadde-davvero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 21:24:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[civiltà]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[collasso]]></category>
		<category><![CDATA[Guatemala]]></category>
		<category><![CDATA[Maya]]></category>
		<category><![CDATA[sedimenti]]></category>
		<category><![CDATA[siccità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il misterioso collasso dei Maya: non fu solo la siccità Il collasso della civiltà Maya è uno di quei grandi enigmi storici che continua a generare dibattito tra archeologi, climatologi e storici. Per decenni, la spiegazione dominante ha puntato il dito contro la siccità, un periodo prolungato di...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/il-collasso-dei-maya-non-fu-solo-colpa-della-siccita-cosa-accadde-davvero/">Il collasso dei Maya non fu solo colpa della siccità: cosa accadde davvero</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il misterioso collasso dei Maya: non fu solo la siccità</h2>
<p>Il <strong>collasso della civiltà Maya</strong> è uno di quei grandi enigmi storici che continua a generare dibattito tra archeologi, climatologi e storici. Per decenni, la spiegazione dominante ha puntato il dito contro la <strong>siccità</strong>, un periodo prolungato di aridità che avrebbe messo in ginocchio le grandi città dell&#8217;America centrale. Eppure, nuove evidenze raccolte dai <strong>sedimenti lacustri in Guatemala</strong> raccontano una storia diversa, più sfumata e per certi versi più inquietante. Perché il problema, a quanto pare, non era solo il clima.</p>
<p>Un gruppo di ricercatori ha analizzato i sedimenti del lago nei pressi della città di <strong>Itzan</strong>, un centro Maya che scomparve in modo piuttosto brusco nonostante le condizioni ambientali locali fossero tutt&#8217;altro che critiche. Nessun segno di desertificazione, nessun crollo delle risorse idriche nella zona. Il clima, per quella comunità specifica, era rimasto sostanzialmente stabile. Eppure la popolazione se ne andò, o semplicemente sparì. Il che apre una domanda enorme: se non fu la siccità a far crollare Itzan, cosa successe davvero?</p>
<h2>Una rete di città che si trascinò nel baratro</h2>
<p>La risposta, secondo queste nuove evidenze sul <strong>collasso della civiltà Maya</strong>, va cercata non tanto nel meteo locale quanto nella struttura stessa della società Maya. Le città erano collegate tra loro in una <strong>rete commerciale e politica</strong> estremamente fitta. Quando la siccità colpì alcune regioni vicine, gli effetti non rimasero confinati. Le <strong>guerre tra città</strong> si intensificarono, i flussi migratori aumentarono, le rotte commerciali saltarono. E tutto questo si propagò come un&#8217;onda d&#8217;urto, trascinando nel declino anche comunità che, prese singolarmente, avrebbero potuto farcela benissimo.</p>
<p>È un po&#8217; come il concetto moderno di crisi sistemica. Un singolo nodo della rete crolla, e l&#8217;effetto domino travolge anche chi stava bene. Itzan, con il suo clima favorevole, non aveva i mezzi per restare in piedi da sola una volta che il tessuto sociale e <strong>economico</strong> attorno si era dissolto. Niente più scambi, niente più alleanze, niente più stabilità politica.</p>
<h2>Perché questa scoperta cambia la narrazione</h2>
<p>Il punto centrale di questa ricerca è che il collasso della civiltà Maya non può essere ridotto a una sola causa. La siccità ebbe certamente un ruolo, ma fu l&#8217;<strong>interconnessione tra le città</strong> a trasformare una crisi locale in un disastro regionale. Le comunità Maya dipendevano le une dalle altre molto più di quanto si pensasse. Quando alcuni nodi della rete cedettero sotto la pressione climatica, il sistema intero perse coesione.</p>
<p>Questo cambia parecchio nella comprensione di come le civiltà antiche reagivano alle crisi. Non bastava avere acqua e cibo se il mondo attorno stava crollando. Una lezione che, a pensarci bene, suona stranamente attuale.</p>
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