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	<title>corteccia Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Neuroni nel tronco encefalico: la scoperta che cambia tutto sull&#8217;attenzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 01:24:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ADHD]]></category>
		<category><![CDATA[attenzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Neuroni antichi nel tronco encefalico: la scoperta che cambia la comprensione dell'attenzione Un gruppo di neuroni nel tronco encefalico potrebbe essere la chiave per capire come il cervello filtra le distrazioni e mantiene la concentrazione. La scoperta, firmata dai ricercatori della Johns Hopkins...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Neuroni antichi nel tronco encefalico: la scoperta che cambia la comprensione dell&#8217;attenzione</h2>
<p>Un gruppo di <strong>neuroni nel tronco encefalico</strong> potrebbe essere la chiave per capire come il cervello filtra le distrazioni e mantiene la concentrazione. La scoperta, firmata dai ricercatori della <strong>Johns Hopkins University</strong> e pubblicata su <strong>Nature Communications</strong> nel giugno 2026, ribalta una convinzione diffusa: per decenni si è pensato che l&#8217;attenzione fosse governata quasi esclusivamente dalla corteccia prefrontale, la parte più &#8220;evoluta&#8221; del cervello. E invece no. Esiste un meccanismo molto più antico, condiviso da tutti i vertebrati, che funziona come una specie di filtro attentivo naturale. Un sistema che, quando smette di funzionare, produce effetti sorprendentemente simili a quelli dell&#8217;<strong>ADHD</strong>.</p>
<p>La cosa interessante è proprio questa: i ricercatori hanno individuato questi neuroni in una regione cerebrale primitiva, il tronco encefalico, presente non solo nei mammiferi ma anche in uccelli, pesci, rane e tartarughe. Come ha spiegato Ninad Kothari, primo autore dello studio, se si torna indietro di centinaia di milioni di anni nell&#8217;evoluzione, la capacità di focalizzare l&#8217;attenzione esisteva già. Eppure quegli animali non avevano una corteccia prefrontale sviluppata. Quindi doveva esserci qualcos&#8217;altro. E quel qualcos&#8217;altro sta proprio in questi <strong>neuroni inibitori del tronco encefalico</strong>.</p>
<h2>Cosa succede quando questi neuroni vengono &#8220;spenti&#8221;</h2>
<p>Per verificare il ruolo di queste cellule, il team ha progettato un compito attentivo per i topi, simile a quelli usati negli studi sugli esseri umani. Gli animali dovevano rispondere a stimoli visivi mostrati direttamente davanti a loro, ignorando segnali distraenti che comparivano lateralmente. Finché i neuroni erano attivi, i topi se la cavavano benissimo. Ma nel momento in cui i ricercatori li disattivavano temporaneamente, gli animali diventavano ipersensibili a qualsiasi distrazione, anche la più debole. Esattamente quello che accade nelle persone con <strong>disturbo da deficit di attenzione</strong>.</p>
<p>E la parte davvero notevole è che, il giorno dopo, riattivando i neuroni, i topi tornavano perfettamente capaci di ignorare le distrazioni. Come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Shreesh Mysore, neuroscienziato e autore senior della ricerca, ha descritto questa parte del cervello come un vero e proprio &#8220;motore della selezione attentiva&#8221;, quello che aiuta a rispondere alla domanda: qual è l&#8217;informazione più importante su cui concentrarsi adesso?</p>
<h2>Prospettive per ADHD e autismo</h2>
<p>I test supplementari hanno escluso che i topi avessero problemi di vista o difficoltà motorie. L&#8217;unica funzione compromessa era proprio la capacità di valutare informazioni in competizione tra loro e di dare priorità al segnale più rilevante. Una scoperta che apre scenari importanti per chi studia l&#8217;<strong>attenzione selettiva spaziale</strong> e i disturbi a essa collegati.</p>
<p>Tutti gli indizi raccolti finora suggeriscono che questi neuroni esistano anche negli esseri umani. Se ulteriori studi confermeranno che nelle persone con ADHD o <strong>autismo</strong> queste cellule funzionano in modo diverso, si potrebbe arrivare a sviluppare <strong>terapie più mirate</strong>, farmaci pensati per agire su un circuito specifico anziché su meccanismi cerebrali più generici. Non è ancora il momento delle certezze, ma la direzione è promettente. E il fatto che questo sistema sia così antico, così radicato nella biologia dei vertebrati, lo rende ancora più affascinante da esplorare.</p>
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		<title>Il cervello impara a parlare in modo diverso da come si credeva</title>
		<link>https://tecnoapple.it/il-cervello-impara-a-parlare-in-modo-diverso-da-come-si-credeva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 23:24:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[apprendimento]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[corteccia]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apprendimento del linguaggio: il cervello funziona in modo diverso da quello che si pensava Parlare non è solo una questione di muscoli e movimenti della bocca. Uno studio recente sull'apprendimento del linguaggio ribalta parecchie convinzioni consolidate, mostrando che il cervello impara a parlare...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Apprendimento del linguaggio: il cervello funziona in modo diverso da quello che si pensava</h2>
<p>Parlare non è solo una questione di muscoli e movimenti della bocca. Uno studio recente sull&#8217;<strong>apprendimento del linguaggio</strong> ribalta parecchie convinzioni consolidate, mostrando che il cervello impara a parlare soprattutto attraverso ciò che sente e percepisce, più che attraverso le aree motorie. La scoperta arriva dai ricercatori della <strong>McGill University</strong> e della Yale School of Medicine, ed è stata pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences nel giugno 2026.</p>
<p>Per anni la neuroscienza ha dato quasi per scontato che le <strong>aree motorie del cervello</strong>, quelle che controllano i movimenti di labbra, lingua e tratto vocale, fossero il motore principale dell&#8217;apprendimento del linguaggio. Questa nuova ricerca dice qualcosa di molto diverso. Sono le regioni sensoriali, ovvero la <strong>corteccia uditiva</strong> e la <strong>corteccia somatosensoriale</strong>, a giocare il ruolo davvero decisivo quando si tratta di acquisire e trattenere nuovi schemi vocali. David Ostry, professore di psicologia alla McGill University, lo ha detto in modo piuttosto netto: la tradizione scientifica ha sempre puntato i riflettori sulle aree frontali motorie come protagoniste del movimento, ma questo studio cambia quella visione, dimostrando che l&#8217;apprendimento del linguaggio umano è in larga parte di natura sensoriale.</p>
<h2>Come è stato condotto l&#8217;esperimento</h2>
<p>Il metodo usato è stato tanto elegante quanto efficace. I ricercatori hanno modificato in tempo reale il parlato dei partecipanti, riproducendolo alterato attraverso le cuffie. Questo trucco ha spinto le persone ad adattare spontaneamente i propri schemi vocali, creando una forma di apprendimento motorio del linguaggio. A quel punto è entrata in gioco la <strong>stimolazione magnetica transcranica</strong> (TMS), una tecnica non invasiva capace di &#8220;spegnere&#8221; temporaneamente specifiche zone cerebrali. Sono state testate tre aree: la corteccia uditiva, quella somatosensoriale e quella motoria. Ventiquattro ore dopo, i ricercatori hanno verificato quanto i partecipanti ricordassero i nuovi schemi appresi. Il ragionamento era semplice: se un&#8217;area è fondamentale per conservare la memoria di ciò che si è imparato, disattivarla dovrebbe compromettere la ritenzione. Ebbene, quando veniva disturbata la corteccia uditiva o quella somatosensoriale, la capacità di ricordare i nuovi movimenti vocali calava in modo significativo. La corteccia motoria, invece? Quasi nessun effetto. Una sorpresa notevole.</p>
<h2>Cosa cambia per la riabilitazione dopo un ictus</h2>
<p>Questa scoperta non resta chiusa in laboratorio. Le implicazioni per la <strong>riabilitazione post ictus</strong> e per il recupero della parola sono potenzialmente enormi. Chi perde la capacità di parlare a causa di un ictus potrebbe beneficiare di terapie che coinvolgano maggiormente i processi sensoriali, anziché concentrarsi esclusivamente sul ripristino delle funzioni motorie. Lo stesso vale per le <strong>tecnologie di comunicazione cerebrale</strong>, quei dispositivi sperimentali che un giorno potrebbero restituire la parola a chi non riesce più a comunicare. Integrare la componente sensoriale nella progettazione di questi sistemi potrebbe migliorarne drasticamente le prestazioni.</p>
<p>Il gruppo di ricerca ha già in programma di approfondire i circuiti corticali coinvolti e di esplorare trattamenti basati sulle aree sensoriali per i disturbi del movimento. Si tratta di un filone che si inserisce in un percorso più ampio: studi precedenti dello stesso team avevano già mostrato risultati simili per i movimenti di braccia e mani, confermando che il ruolo delle regioni sensoriali nell&#8217;apprendimento motorio va ben oltre il linguaggio. Insomma, il cervello impara a parlare ascoltando e sentendo, non solo muovendo. E questa consapevolezza potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si affronta il recupero della parola.</p>
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		<title>I neuroni spezzano il proprio DNA per crescere: la scoperta shock</title>
		<link>https://tecnoapple.it/i-neuroni-spezzano-il-proprio-dna-per-crescere-la-scoperta-shock/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 12:53:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[corteccia]]></category>
		<category><![CDATA[DNA]]></category>
		<category><![CDATA[migrazione]]></category>
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		<category><![CDATA[sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[topoisomerasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I neuroni spezzano il proprio DNA per costruire il cervello: la scoperta che cambia tutto Sembra quasi un paradosso, eppure è esattamente quello che succede. I neuroni, durante lo sviluppo del cervello, si ritrovano a rompere il proprio DNA come parte naturale del processo di crescita. Non è un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>I neuroni spezzano il proprio DNA per costruire il cervello: la scoperta che cambia tutto</h2>
<p>Sembra quasi un paradosso, eppure è esattamente quello che succede. I <strong>neuroni</strong>, durante lo sviluppo del cervello, si ritrovano a rompere il proprio <strong>DNA</strong> come parte naturale del processo di crescita. Non è un errore, non è un malfunzionamento. È il prezzo fisico che le cellule nervose pagano per raggiungere la loro destinazione nella <strong>corteccia cerebrale</strong> e formare quei circuiti che permettono al cervello di funzionare.</p>
<p>A rivelarlo è uno studio pubblicato su <strong>Nature</strong> da un gruppo di ricercatori della Kyoto University, in collaborazione con altre istituzioni internazionali. Il team ha scoperto che quando i neuroni appena formati migrano attraverso il tessuto cerebrale in via di sviluppo, il passaggio forzato in spazi strettissimi provoca delle <strong>rotture a doppio filamento del DNA</strong>, una delle forme più gravi di danno genetico esistenti. Eppure, nel cervello sano, queste rotture vengono riparate quasi immediatamente, senza conseguenze permanenti.</p>
<h2>Come avviene il danno e perché non è fatale</h2>
<p>Per capire cosa succede davvero, i ricercatori hanno ricreato in laboratorio le condizioni fisiche che i neuroni affrontano durante la migrazione. Hanno fatto passare le cellule attraverso microcanali progettati per simulare gli spazi angusti del tessuto cerebrale in formazione. Grazie a marcatori fluorescenti, è stato possibile osservare le rotture del DNA nel momento esatto in cui i neuroni attraversavano questi passaggi. E, cosa ancora più interessante, una volta usciti dall&#8217;altra parte, il danno iniziava a sparire. La maggior parte delle rotture veniva riparata entro <strong>24 ore</strong>.</p>
<p>Il responsabile di queste rotture è un enzima chiamato <strong>Topoisomerasi IIβ</strong>, che normalmente taglia temporaneamente i filamenti del DNA per alleviare tensioni e torsioni, per poi ricollegarli. Quando però il neurone viene sottoposto a stress meccanico intenso, l&#8217;enzima può restare &#8220;bloccato&#8221; a metà del lavoro, lasciando tratti di DNA spezzati. A quel punto interviene un meccanismo di riparazione noto come <strong>giunzione delle estremità non omologhe</strong>, che ricollega i frammenti.</p>
<p>Un dettaglio fondamentale distingue i neuroni dalle cellule tumorali che subiscono un danno simile. Nelle cellule cancerose, le rotture del DNA tendono a verificarsi in modo casuale e spesso in zone critiche del genoma, con conseguenze potenzialmente devastanti. Nei neuroni, invece, le rotture si concentrano in regioni che non sono coinvolte in funzioni genetiche essenziali. Per questo le cellule nervose riescono a sopravvivere e a funzionare normalmente nonostante il trauma.</p>
<h2>Cosa succede quando la riparazione del DNA fallisce</h2>
<p>Per esplorare le conseguenze di una riparazione incompleta, i ricercatori hanno creato topi privi di Ligasi 4, un enzima fondamentale per riparare le rotture del DNA nei neuroni del cervelletto. Questi topi si sviluppavano normalmente all&#8217;inizio, senza anomalie evidenti. Ma con il tempo, raggiunta l&#8217;età adulta, iniziavano a mostrare problemi di equilibrio che peggioravano gradualmente. Sintomi che ricordano da vicino quelli di alcune patologie umane legate all&#8217;instabilità del genoma che colpiscono il <strong>cervelletto</strong>.</p>
<p>La professoressa Mineko Kengaku, che ha guidato lo studio, ha spiegato che il cervello in sviluppo sembra essersi evoluto per tollerare e riparare in modo efficiente questo tipo di danno neuronale. Capire i limiti di questa tolleranza, e cosa accade quando la riparazione resta incompleta, potrebbe aprire la strada alla comprensione di diverse condizioni neurologiche.</p>
<p>La scoperta solleva una questione affascinante. Ogni neurone nasce dallo stesso DNA, ma il processo di rottura e riparazione può introdurre piccole differenze genetiche tra una cellula nervosa e l&#8217;altra. Parte della storia di ogni neurone potrebbe essere letteralmente scritta nel suo genoma, sotto forma di cicatrici invisibili lasciate da quel viaggio meccanico compiuto nei primissimi stadi dello sviluppo cerebrale.</p>
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		<title>Il cervello rivede ciò che immagina: la scienza lo ha dimostrato</title>
		<link>https://tecnoapple.it/il-cervello-rivede-cio-che-immagina-la-scienza-lo-ha-dimostrato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 19:53:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[corteccia]]></category>
		<category><![CDATA[immaginazione]]></category>
		<category><![CDATA[neuroni]]></category>
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		<category><![CDATA[visione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il cervello "rivede" ciò che immagina: la scienza lo ha finalmente dimostrato L'immaginazione visiva non è solo un gioco della mente. Un gruppo di scienziati ha registrato per la prima volta in modo diretto l'attività cerebrale durante il processo di immaginazione, dimostrando qualcosa che i...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Quando il cervello &#8220;rivede&#8221; ciò che immagina: la scienza lo ha finalmente dimostrato</h2>
<p>L&#8217;<strong>immaginazione visiva</strong> non è solo un gioco della mente. Un gruppo di scienziati ha registrato per la prima volta in modo diretto l&#8217;<strong>attività cerebrale</strong> durante il processo di immaginazione, dimostrando qualcosa che i neuroscienziati sospettavano da tempo: quando una persona immagina un oggetto, il cervello riattiva in parte gli stessi <strong>pattern neurali</strong> che si accendono nel momento in cui quell&#8217;oggetto viene effettivamente osservato. Detto in parole più semplici, immaginare qualcosa e vederlo davvero non sono processi poi così diversi, almeno dal punto di vista del cervello.</p>
<p>La cosa affascinante è il metodo. Non si parla di risonanze magnetiche funzionali o di tecniche indirette, che misurano il flusso sanguigno come proxy dell&#8217;attività neurale. Qui i ricercatori hanno registrato direttamente i segnali elettrici dei <strong>neuroni</strong>, ottenendo una risoluzione temporale e spaziale che cambia completamente la qualità delle osservazioni. Questo tipo di registrazione, possibile solo in contesti clinici molto particolari, ha permesso di cogliere sfumature che altrimenti sarebbero rimaste invisibili.</p>
<h2>Come funziona la riattivazione dei pattern visivi</h2>
<p>Quando qualcuno guarda, poniamo, una mela, specifiche popolazioni di neuroni nella <strong>corteccia visiva</strong> si attivano creando una sorta di firma unica. Quello che i ricercatori hanno scoperto è che, nel momento in cui alla stessa persona viene chiesto di immaginare quella mela a occhi chiusi, una porzione significativa di quella firma neurale si riaccende. Non in modo identico, attenzione. La sovrapposizione è parziale, ma comunque robusta e statisticamente significativa.</p>
<p>Questo significa che l&#8217;<strong>immaginazione visiva</strong> non è un processo completamente separato dalla percezione reale. Attinge agli stessi circuiti, li recluta, anche se con intensità e completezza diverse. È un po&#8217; come se il cervello consultasse un archivio interno e ne estraesse una copia leggermente sbiadita ma riconoscibile dell&#8217;esperienza originale.</p>
<h2>Perché questa scoperta è importante</h2>
<p>Le implicazioni vanno ben oltre la curiosità accademica. Capire come il cervello ricostruisce le immagini mentali potrebbe avere un impatto enorme su diversi campi. Si pensi alla <strong>riabilitazione neurologica</strong>, dove le tecniche di visualizzazione mentale vengono già usate per aiutare pazienti con danni cerebrali. Oppure alle <strong>interfacce cervello computer</strong>, dove decodificare i contenuti dell&#8217;immaginazione potrebbe un giorno permettere a persone paralizzate di comunicare attraverso il pensiero visivo.</p>
<p>C&#8217;è anche un risvolto che riguarda la comprensione di disturbi come le allucinazioni o il disturbo da stress post traumatico, condizioni in cui la linea tra ciò che si vede e ciò che si immagina diventa drammaticamente sottile. Se i pattern neurali si sovrappongono già in condizioni normali, diventa più facile capire come in certe situazioni patologiche il cervello possa confondere l&#8217;immaginato con il reale.</p>
<p>La ricerca sull&#8217;<strong>attività cerebrale</strong> legata all&#8217;immaginazione visiva è ancora agli inizi, ma questo studio segna un punto fermo. Il cervello, quando immagina, non inventa da zero. Ripesca, riattiva, ricostruisce. E ora lo sappiamo non per deduzione, ma perché qualcuno è riuscito ad ascoltare i neuroni mentre lo facevano.</p>
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