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	<title>demenza Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Vitamina D a 40 anni: cosa succede al cervello dopo 16 anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 09:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[biomarcatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vitamina D e salute del cervello: quello che succede a 40 anni conta più di quanto si pensi Quanto la vitamina D assunta nella mezza età possa influenzare la salute cerebrale a distanza di decenni è una domanda che la scienza si pone da tempo. Ora uno studio pubblicato il 1 aprile 2026 sulla...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Vitamina D e salute del cervello: quello che succede a 40 anni conta più di quanto si pensi</h2>
<p>Quanto la <strong>vitamina D</strong> assunta nella mezza età possa influenzare la salute cerebrale a distanza di decenni è una domanda che la scienza si pone da tempo. Ora uno studio pubblicato il 1 aprile 2026 sulla rivista Neurology Open Access, organo ufficiale della <strong>American Academy of Neurology</strong>, offre una risposta che fa riflettere. La ricerca ha seguito quasi 800 persone per oltre 16 anni, scoprendo che chi presentava livelli più alti di vitamina D tra i 30 e i 40 anni mostrava successivamente una quantità inferiore di <strong>proteina tau</strong> nel cervello. E la proteina tau, vale la pena ricordarlo, è uno dei marcatori più strettamente associati alla <strong>demenza</strong> e all&#8217;<strong>Alzheimer</strong>.</p>
<p>Prima di correre in farmacia, però, una precisazione importante: lo studio evidenzia una correlazione, non un rapporto diretto di causa ed effetto. Come ha spiegato l&#8217;autore principale Martin David Mulligan, dell&#8217;Università di Galway in Irlanda, questi risultati suggeriscono che livelli adeguati di vitamina D nella mezza età potrebbero offrire una sorta di protezione contro l&#8217;accumulo di depositi di tau nel cervello. E che bassi livelli di vitamina D potrebbero rappresentare un <strong>fattore di rischio modificabile</strong>, cioè qualcosa su cui si può intervenire. Ma servono ulteriori conferme.</p>
<h2>Come è stata condotta la ricerca</h2>
<p>Lo studio ha coinvolto 793 adulti, con un&#8217;età media di 39 anni, tutti privi di diagnosi di demenza all&#8217;inizio dell&#8217;osservazione. A ciascun partecipante è stato misurato il livello ematico di vitamina D. Circa 16 anni dopo, le stesse persone sono state sottoposte a scansioni cerebrali per valutare la presenza di proteina tau e di <strong>beta amiloide</strong>, entrambi considerati biomarcatori dell&#8217;Alzheimer. La soglia scelta dai ricercatori era di 30 nanogrammi per millilitro: chi stava sopra veniva classificato come &#8220;livello alto&#8221;, chi stava sotto come &#8220;livello basso&#8221;. Il dato interessante? Il 34% dei partecipanti aveva livelli insufficienti di vitamina D e solo il 5% dichiarava di assumere integratori.</p>
<p>Dopo aver tenuto conto di variabili come età, sesso e sintomi depressivi, il quadro che è emerso è piuttosto netto: livelli più elevati di vitamina D erano associati a una minore presenza di proteina tau. Nessuna correlazione significativa, invece, con la beta amiloide. Un risultato che aggiunge un tassello importante ma non completa ancora il puzzle.</p>
<h2>I limiti dello studio e perché servono altre ricerche</h2>
<p>C&#8217;è un aspetto che va detto con chiarezza: la vitamina D è stata misurata una sola volta, all&#8217;inizio dello studio, senza monitoraggio nel tempo. Questo significa che non sappiamo come i livelli siano cambiati negli anni successivi, il che rappresenta un limite non trascurabile. Inoltre, la ricerca non dimostra che integrare la <strong>vitamina D</strong> riduca effettivamente il rischio di sviluppare demenza.</p>
<p>Eppure il messaggio di fondo resta potente. La mezza età, come sottolinea Mulligan, è il momento in cui intervenire sui fattori di rischio può avere il maggiore impatto sulla <strong>salute del cervello</strong> a lungo termine. Lo studio, finanziato dal National Institute on Aging e dall&#8217;Irish Research Council tra gli altri enti, apre una strada che la comunità scientifica dovrà percorrere con ulteriori indagini. Nel frattempo, tenere sotto controllo i propri livelli di vitamina D non sembra affatto una cattiva idea.</p>
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		<title>Alzheimer e carne: lo studio che ribalta le certezze sulla dieta</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-e-carne-lo-studio-che-ribalta-le-certezze-sulla-dieta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 06:53:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[APOE]]></category>
		<category><![CDATA[carne]]></category>
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		<category><![CDATA[genetica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mangiare più carne potrebbe ridurre il rischio di Alzheimer: lo studio che ribalta le certezze Una ricerca pubblicata su JAMA Network Open sta facendo discutere parecchio nella comunità scientifica. Il motivo? Secondo i ricercatori del Karolinska Institutet, mangiare più carne potrebbe abbassare il...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Mangiare più carne potrebbe ridurre il rischio di Alzheimer: lo studio che ribalta le certezze</h2>
<p>Una ricerca pubblicata su <strong>JAMA Network Open</strong> sta facendo discutere parecchio nella comunità scientifica. Il motivo? Secondo i ricercatori del <strong>Karolinska Institutet</strong>, mangiare più <strong>carne</strong> potrebbe abbassare il <strong>rischio di Alzheimer</strong> in alcune persone. Non in tutte, attenzione. Solo in chi porta nel proprio DNA determinate varianti del gene <strong>APOE</strong>, uno dei principali fattori genetici legati alla malattia. È un risultato che va contro molti consigli dietetici tradizionali e che apre scenari davvero interessanti sulla personalizzazione dell&#8217;alimentazione in base al profilo genetico.</p>
<p>Lo studio ha seguito oltre 2.100 adulti svedesi con almeno 60 anni, tutti senza demenza all&#8217;inizio della ricerca, nell&#8217;ambito del progetto SNAC-K (Swedish National Study on Aging and Care, Kungsholmen). Il monitoraggio è durato fino a 15 anni, un arco di tempo significativo. I ricercatori hanno incrociato le abitudini alimentari dichiarate dai partecipanti con i dati sulla <strong>salute cognitiva</strong>, tenendo conto di variabili come età, sesso, istruzione e stile di vita.</p>
<p>Il dato più sorprendente? Tra chi consumava poca carne, le persone portatrici delle varianti <strong>APOE 3/4</strong> e APOE 4/4 avevano un rischio di sviluppare demenza più che doppio rispetto a chi non possedeva queste varianti genetiche. Ma questo rischio elevato spariva nel gruppo che consumava più carne. Nel gruppo con il consumo più alto, la mediana si attestava intorno agli 870 grammi di carne a settimana, calcolati su un apporto energetico giornaliero di 2.000 calorie.</p>
<h2>Il ruolo del gene APOE e perché la genetica cambia tutto</h2>
<p>Per capire la portata di questa scoperta bisogna fare un passo indietro. Il gene APOE codifica una proteina fondamentale per il trasporto di colesterolo e grassi nel cervello e nel sangue. Esistono tre varianti principali: epsilon 2, 3 e 4. Ognuno eredita due copie del gene, una da ciascun genitore. Chi ha una copia della variante 4 vede il proprio rischio di Alzheimer aumentare di tre o quattro volte rispetto al genotipo più comune (3/3). Chi ne ha due copie? Il rischio sale di dieci o quindici volte.</p>
<p>In Svezia circa il 30% della popolazione porta le combinazioni APOE 3/4 o 4/4. Tra chi riceve una diagnosi di <strong>Alzheimer</strong>, quasi il 70% ha una di queste varianti. Numeri che fanno riflettere.</p>
<p>Jakob Norgren, primo autore dello studio, ha spiegato che l&#8217;ipotesi di partenza era legata all&#8217;evoluzione: la variante APOE4 è la più antica dal punto di vista evolutivo e potrebbe essersi sviluppata in un periodo in cui i nostri antenati seguivano una <strong>dieta</strong> prevalentemente a base animale. In pratica, quel gene potrebbe &#8220;funzionare meglio&#8221; quando l&#8217;alimentazione include quantità importanti di carne.</p>
<h2>Non tutta la carne è uguale, e servono ancora conferme</h2>
<p>Un altro aspetto emerso dalla ricerca riguarda il tipo di carne consumata. Una proporzione più bassa di <strong>carne processata</strong> sul totale era associata a un rischio inferiore di demenza, indipendentemente dal genotipo APOE. Quindi non è solo questione di quantità, ma anche di qualità. In un&#8217;analisi di follow up, le persone con le varianti genetiche a rischio che consumavano più carne non processata mostravano anche una riduzione significativa della mortalità per qualsiasi causa.</p>
<p>Naturalmente, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire un rapporto diretto di causa ed effetto. Servono trial clinici rigorosi per confermare se modificare la dieta possa davvero influenzare il decorso della malattia. Lo stesso Norgren ha sottolineato che i paesi nordici, dove la prevalenza di APOE4 è circa doppia rispetto a quelli mediterranei, rappresentano il contesto ideale per approfondire queste indagini.</p>
<p>Quello che questa ricerca suggerisce, però, è qualcosa di potente: le raccomandazioni alimentari universali potrebbero non essere adatte a tutti. Per chi appartiene a un gruppo genetico specifico, la possibilità di modulare il rischio attraverso scelte alimentari mirate rappresenta una prospettiva concreta e, per molti, una notizia che offre speranza.</p>
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		<title>Alzheimer, scoperto l&#8217;interruttore della morte nel cervello: si può spegnere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:24:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Scoperto un "interruttore della morte" nel cervello legato all'Alzheimer Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente la comprensione della malattia di Alzheimer arriva da un gruppo di ricercatori dell'Università di Heidelberg. Gli scienziati hanno individuato quello che hanno definito un vero e...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Scoperto un &#8220;interruttore della morte&#8221; nel cervello legato all&#8217;Alzheimer</h2>
<p>Una scoperta che potrebbe cambiare radicalmente la comprensione della <strong>malattia di Alzheimer</strong> arriva da un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università di Heidelberg. Gli scienziati hanno individuato quello che hanno definito un vero e proprio <strong>&#8220;interruttore della morte&#8221;</strong> nascosto nel cervello, un meccanismo molecolare che innesca la distruzione delle cellule nervose e alimenta il declino cognitivo. E la parte più interessante è che, almeno nei topi, sono riusciti a spegnerlo.</p>
<p>Il team guidato dal neurobiologo Hilmar Bading, in collaborazione con colleghi della Shandong University in Cina, ha scoperto che il problema nasce dall&#8217;interazione tossica tra due <strong>proteine</strong> ben note: il recettore NMDA e il canale ionico <strong>TRPM4</strong>. Quando queste due componenti si legano al di fuori delle sinapsi, formano quello che i ricercatori hanno chiamato un &#8220;complesso della morte&#8221;. In pratica, invece di supportare la comunicazione tra neuroni, questa coppia avvia un processo distruttivo che uccide le cellule cerebrali e peggiora progressivamente la malattia di Alzheimer.</p>
<p>Nei modelli murini della patologia, i livelli di questo complesso tossico risultavano molto più elevati rispetto ai topi sani. Un dato che ha subito attirato l&#8217;attenzione del gruppo di ricerca.</p>
<h2>Un composto sperimentale spezza il legame tossico</h2>
<p>Per contrastare questo meccanismo, gli scienziati hanno utilizzato un composto chiamato <strong>FP802</strong>, sviluppato dallo stesso laboratorio di Bading. Questa molecola agisce legandosi all&#8217;interfaccia dove le due proteine si connettono, impedendo fisicamente la loro interazione e smontando il complesso tossico.</p>
<p>I risultati nei topi trattati con FP802 sono stati davvero notevoli. La <strong>progressione della malattia</strong> è rallentata in modo significativo. La perdita di sinapsi si è ridotta, i danni ai mitocondri erano molto meno gravi e, cosa fondamentale, le capacità di apprendimento e <strong>memoria</strong> sono rimaste sostanzialmente intatte. Oltre a tutto questo, i ricercatori hanno osservato anche una diminuzione importante dell&#8217;accumulo di <strong>beta amiloide</strong> nel cervello, che rappresenta uno dei segni distintivi dell&#8217;Alzheimer.</p>
<p>Quello che rende questo approccio particolarmente originale è la strategia stessa. Invece di puntare a rimuovere la proteina amiloide dal cervello, come fanno molte terapie attuali, qui si agisce a valle, bloccando il meccanismo cellulare che provoca la morte dei neuroni e che, in un circolo vizioso, promuove a sua volta la formazione di depositi amiloidi.</p>
<h2>Strada ancora lunga, ma le premesse sono solide</h2>
<p>Bading stesso ha tenuto a precisare che la strada verso un&#8217;applicazione clinica nell&#8217;essere umano resta lunga. Servono studi farmacologici approfonditi, test tossicologici e sperimentazioni cliniche prima di poter anche solo immaginare un utilizzo terapeutico. Però i risultati preclinici sono promettenti, e il lavoro prosegue in collaborazione con FundaMental Pharma per perfezionare il composto.</p>
<p>Un elemento che aggiunge ulteriore interesse: ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano già mostrato che FP802 ha effetti neuroprotettivi anche in modelli di <strong>sclerosi laterale amiotrofica</strong>, un&#8217;altra malattia neurodegenerativa che coinvolge la stessa interazione proteica. Questo suggerisce che la strategia potrebbe avere un&#8217;applicabilità molto più ampia di quanto si pensi inizialmente.</p>
<p>Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Molecular Psychiatry e ha ricevuto finanziamenti dalla Fondazione tedesca per la ricerca, dal Consiglio europeo della ricerca e dalla Fondazione nazionale cinese per le scienze naturali. Per chi segue da anni il panorama della ricerca sull&#8217;Alzheimer, questa scoperta rappresenta un cambio di prospettiva non da poco. Non è la cura definitiva, nessuno si azzarda a dirlo. Ma è un pezzo del puzzle che potrebbe fare davvero la differenza.</p>
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		<title>TDP43: la proteina che collega SLA, demenza e cancro</title>
		<link>https://tecnoapple.it/tdp43-la-proteina-che-collega-sla-demenza-e-cancro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 05:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cancro]]></category>
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		<category><![CDATA[DNA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La proteina TDP43 al centro di una scoperta che collega SLA, demenza e cancro Una proteina legata alla SLA e alla demenza potrebbe avere un ruolo molto più ampio di quanto la comunità scientifica avesse immaginato fino a oggi. Un gruppo di ricercatori del Houston Methodist Research Institute ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La proteina TDP43 al centro di una scoperta che collega SLA, demenza e cancro</h2>
<p>Una <strong>proteina legata alla SLA</strong> e alla demenza potrebbe avere un ruolo molto più ampio di quanto la comunità scientifica avesse immaginato fino a oggi. Un gruppo di ricercatori del <strong>Houston Methodist Research Institute</strong> ha scoperto che la proteina <strong>TDP43</strong> controlla un processo fondamentale di riparazione del DNA, e che quando i suoi livelli si alterano, le conseguenze possono essere devastanti sia per il cervello che per il rischio oncologico. Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Nucleic Acids Research</strong>, apre scenari del tutto nuovi nel modo di comprendere malattie neurodegenerative e tumori.</p>
<p>Il meccanismo coinvolto si chiama <strong>DNA mismatch repair</strong>, ovvero quel sistema che corregge gli errori che si verificano quando le cellule copiano il materiale genetico. Funziona un po&#8217; come un correttore di bozze biologico. Il problema emerge quando la proteina TDP43 non è presente nelle giuste quantità: se ce n&#8217;è troppa o troppo poca, i geni responsabili della riparazione diventano iperattivi. E qui succede qualcosa di paradossale. Invece di proteggere le cellule, questa attività eccessiva finisce per danneggiare i neuroni e destabilizzare il genoma, aumentando potenzialmente il rischio di sviluppare un cancro.</p>
<p>Come ha spiegato il ricercatore principale Muralidhar L. Hegde, professore di neurochirurgia al centro di neuroregenerazione dell&#8217;istituto, la proteina TDP43 non è semplicemente una delle tante proteine che legano l&#8217;RNA. È un regolatore critico del meccanismo di riparazione del DNA, e questo ha implicazioni enormi per malattie come la <strong>sclerosi laterale amiotrofica</strong> e la <strong>demenza frontotemporale</strong>, dove questa proteina smette di funzionare correttamente.</p>
<h2>TDP43 collegata anche all&#8217;aumento delle mutazioni nei tumori</h2>
<p>La parte forse più sorprendente dello studio riguarda il legame con il cancro. Analizzando grandi database oncologici, il team ha trovato che livelli elevati di TDP43 erano associati a un numero maggiore di mutazioni all&#8217;interno dei tumori. Questo dato colloca la proteina TDP43 in una posizione davvero unica nella biologia umana, all&#8217;incrocio tra neurodegenerazione e oncologia.</p>
<p>Hegde ha sottolineato che la biologia di questa proteina è molto più ampia di quanto si pensasse. Nei tumori, la proteina risulta sovraespressa e correlata a un carico mutazionale più elevato. Due categorie di malattie enormi, collegate da un unico protagonista molecolare. Non capita spesso.</p>
<h2>Verso nuove strategie terapeutiche</h2>
<p>C&#8217;è anche un risvolto che guarda al futuro delle terapie. Nei modelli di laboratorio, i ricercatori sono riusciti a ridurre l&#8217;attività eccessiva di riparazione del DNA causata da livelli anomali di TDP43, ottenendo un parziale recupero del danno cellulare. Controllare il meccanismo di <strong>riparazione del DNA</strong> potrebbe quindi rappresentare una strategia terapeutica concreta, anche se la strada dalla ricerca di base alla clinica resta lunga.</p>
<p>Lo studio ha coinvolto collaboratori di diverse istituzioni, tra cui l&#8217;MD Anderson Cancer Center, l&#8217;Università del Massachusetts, l&#8217;UT Southwestern Medical Center e la Binghamton University. Il finanziamento è arrivato principalmente dal National Institute of Neurological Disorders and Stroke, dal National Institute on Aging e dallo Sherman Foundation Parkinson&#8217;s Disease Research Challenge Fund. Una rete di competenze che dà il peso della portata di questa scoperta sulla proteina TDP43, destinata probabilmente a cambiare più di un capitolo nei libri di neurologia e oncologia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/tdp43-la-proteina-che-collega-sla-demenza-e-cancro/">TDP43: la proteina che collega SLA, demenza e cancro</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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