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	<title>dipendenza Archivi - Tecnoapple</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 29 Mar 2026 10:53:59 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Terapia genica contro il dolore cronico: la svolta senza oppioidi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 10:53:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una terapia genica contro il dolore cronico che non crea dipendenza: la svolta senza oppioidi Una nuova terapia genica potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui viene trattato il dolore cronico, eliminando il rischio di dipendenza legato agli oppioidi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una terapia genica contro il dolore cronico che non crea dipendenza: la svolta senza oppioidi</h2>
<p>Una nuova <strong>terapia genica</strong> potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui viene trattato il <strong>dolore cronico</strong>, eliminando il rischio di dipendenza legato agli oppioidi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature e condotto da un team dell&#8217;Università della Pennsylvania insieme a ricercatori di Carnegie Mellon e Stanford, descrive un approccio che agisce direttamente sui circuiti cerebrali del dolore, replicando i benefici della morfina senza attivare i meccanismi che portano all&#8217;abuso.</p>
<p>Per capire la portata di questa scoperta basta pensare a un dato: solo negli Stati Uniti, oltre 50 milioni di persone convivono con il dolore cronico, una condizione che genera costi superiori a 635 milioni di dollari l&#8217;anno tra spese mediche e perdita di produttività. Gli <strong>oppioidi</strong> come la morfina restano tra i trattamenti più diffusi, ma il prezzo da pagare è altissimo. Col tempo si sviluppa tolleranza, servono dosi sempre più elevate e il rischio di <strong>dipendenza</strong> diventa concreto. Nel 2019, l&#8217;uso di droghe è stato collegato a 600.000 decessi nel mondo, e l&#8217;80 per cento di questi coinvolgeva proprio gli oppioidi.</p>
<h2>Come funziona: intelligenza artificiale e un &#8220;interruttore&#8221; nel cervello</h2>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato da Gregory Corder, ha lavorato per oltre sei anni a questo progetto. Il punto di partenza è stato mappare con precisione come il cervello elabora i segnali del dolore. Per farlo, gli scienziati hanno costruito un sistema basato sull&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> capace di monitorare il comportamento naturale nei topi, stimare i livelli di dolore e calibrare la risposta terapeutica necessaria.</p>
<p>Partendo da queste informazioni, il team ha progettato una terapia genica che funziona come un controllo del volume estremamente preciso. Invece di abbassare tutto, come fa la morfina (che agisce anche sulle aree cerebrali legate alla ricompensa e al piacere), questa <strong>terapia</strong> spegne selettivamente solo il segnale doloroso. Il risultato, nei test preclinici, è stato un sollievo prolungato senza alterare le sensazioni normali e senza attivare i percorsi neurali associati alla dipendenza.</p>
<p>&#8220;Per quanto ne sappiamo, si tratta della prima <strong>terapia genica mirata al sistema nervoso centrale</strong> per il dolore&#8221;, ha dichiarato Corder. &#8220;Un progetto concreto per una medicina del dolore non basata sulla dipendenza.&#8221;</p>
<h2>Verso le sperimentazioni cliniche: speranze e cautele</h2>
<p>Il passo successivo è portare questi risultati verso potenziali <strong>sperimentazioni cliniche</strong>. Il team sta già collaborando con Michael Platt, professore di neuroscienze e psicologia, per avvicinare la ricerca alla pratica medica. Platt ha commentato con un tono che mescola rigore scientifico e coinvolgimento personale: &#8220;Il percorso dalla scoperta all&#8217;applicazione è lungo, ma questo rappresenta un primo passo solido. Come scienziato e come familiare di persone colpite dal dolore cronico, la possibilità di alleviare la sofferenza senza alimentare la crisi degli oppioidi è davvero entusiasmante.&#8221;</p>
<p>La cautela è d&#8217;obbligo, perché parliamo ancora di risultati preclinici ottenuti su modelli animali. Ma la direzione è chiara e il bisogno è urgente. Il <strong>dolore cronico</strong> viene spesso definito un&#8217;epidemia silenziosa, e chi ne soffre sa bene quanto le opzioni attuali siano limitate o pericolose. Se i prossimi studi confermeranno l&#8217;efficacia e la sicurezza di questa terapia genica, potrebbe aprirsi una strada completamente nuova: trattare il dolore alla radice, nel cervello, senza il peso devastante della dipendenza da oppioidi.</p>
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		<title>Instagram e YouTube creano dipendenza: la sentenza storica che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/instagram-e-youtube-creano-dipendenza-la-sentenza-storica-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 19:53:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmi]]></category>
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		<category><![CDATA[engagement]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Instagram e YouTube progettati per creare dipendenza: cosa dice la storica sentenza americana Una sentenza destinata a fare rumore arriva dagli Stati Uniti e riguarda Instagram e YouTube, due delle piattaforme più utilizzate al mondo, soprattutto dai più giovani. Un tribunale americano ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Instagram e YouTube progettati per creare dipendenza: cosa dice la storica sentenza americana</h2>
<p>Una sentenza destinata a fare rumore arriva dagli Stati Uniti e riguarda <strong>Instagram</strong> e <strong>YouTube</strong>, due delle piattaforme più utilizzate al mondo, soprattutto dai più giovani. Un tribunale americano ha stabilito, in un caso giudiziario senza precedenti, che queste <strong>piattaforme social</strong> sono state progettate intenzionalmente per agganciare gli utenti e tenerli incollati allo schermo il più a lungo possibile. Non si tratta di una teoria complottista o di un&#8217;opinione isolata: è il risultato di un procedimento legale che potrebbe cambiare il modo in cui si guarda alla <strong>dipendenza da social media</strong>.</p>
<p>Il concetto, in fondo, non è del tutto nuovo. Da anni ricercatori, psicologi e associazioni di genitori denunciano le dinamiche di engagement aggressive che caratterizzano le principali app social. Ma avere una corte che mette nero su bianco la questione è tutta un&#8217;altra storia. La sentenza riconosce che meccanismi come lo <strong>scroll infinito</strong>, le notifiche push calibrate e i sistemi di raccomandazione algoritmica non sono semplici scelte di design. Sono strumenti pensati per sfruttare le vulnerabilità cognitive degli utenti, in particolare dei minorenni.</p>
<h2>Il parere della comunità medica e le implicazioni per i più giovani</h2>
<p>A commentare la portata della decisione è stata anche una <strong>pediatra</strong> statunitense, che ha spiegato come questa sentenza possa rappresentare un punto di svolta nella tutela della <strong>salute mentale dei minori</strong>. Secondo la dottoressa, le evidenze scientifiche raccolte negli ultimi anni mostrano un legame sempre più chiaro tra uso intensivo dei social e disturbi come ansia, depressione, disturbi del sonno e problemi di autostima nei ragazzi. Il fatto che un tribunale abbia ora riconosciuto la responsabilità diretta delle piattaforme apre scenari completamente nuovi.</p>
<p>Non si parla più solo di educazione digitale o di responsabilità genitoriale. La questione si sposta sulle spalle di chi progetta questi ambienti digitali. Se <strong>Instagram</strong> e <strong>YouTube</strong> vengono costruiti con l&#8217;obiettivo esplicito di massimizzare il tempo trascorso in app, allora chi li crea deve rispondere delle conseguenze. È un cambio di prospettiva enorme.</p>
<h2>Cosa potrebbe cambiare da qui in avanti</h2>
<p>Questa sentenza potrebbe aprire la strada a <strong>nuove regolamentazioni</strong> sia negli Stati Uniti che in Europa. Già il Digital Services Act europeo impone obblighi di trasparenza algoritmica, ma una decisione giudiziaria di questo tipo potrebbe spingere i legislatori ad andare oltre, imponendo limiti strutturali al design delle piattaforme rivolte ai minori. Le aziende tecnologiche, dal canto loro, potrebbero trovarsi costrette a ripensare funzionalità che fino a oggi hanno considerato intoccabili.</p>
<p>Resta da vedere se altri tribunali seguiranno la stessa direzione e se le grandi aziende tech decideranno di anticipare i tempi, modificando spontaneamente le proprie piattaforme. Quello che è certo è che il dibattito sulla <strong>dipendenza da social media</strong> ha raggiunto un livello che non può più essere ignorato. E stavolta non sono solo gli esperti a dirlo: lo dice un giudice.</p>
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		<title>Meta e Google colpevoli: social media progettati per creare dipendenza nei minori</title>
		<link>https://tecnoapple.it/meta-e-google-colpevoli-social-media-progettati-per-creare-dipendenza-nei-minori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 18:25:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Meta e Google ritenute responsabili per la dipendenza da social media nei minori Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto che potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra Big Tech e tutela dei minori. Meta e Google sono state ritenute responsabili per aver progettato servizi di social...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Meta e Google ritenute responsabili per la dipendenza da social media nei minori</h2>
<p>Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto che potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra <strong>Big Tech</strong> e tutela dei minori. <strong>Meta</strong> e <strong>Google</strong> sono state ritenute responsabili per aver progettato servizi di <strong>social media</strong> intenzionalmente costruiti per creare dipendenza, in una causa legale che riguardava una giovane donna identificata come Kaley, diventata dipendente da queste piattaforme quando era ancora una bambina.</p>
<p>Il caso, discusso presso la Corte Superiore di Los Angeles, si è concluso dopo settimane di deliberazioni della giuria, iniziate il 13 marzo. Il processo era partito a gennaio e ha messo sotto i riflettori le pratiche di design delle piattaforme gestite da Meta e Google, accusate di aver deliberatamente inserito meccanismi che alimentano un uso compulsivo, soprattutto tra i più giovani.</p>
<h2>Un precedente che pesa come un macigno</h2>
<p>Il verdetto non è un episodio isolato. Rappresenta piuttosto il primo tassello di un domino potenzialmente devastante per le grandi aziende tecnologiche. Esistono infatti centinaia di <strong>cause legali</strong> ancora pendenti contro queste stesse società, e il fatto che una giuria abbia stabilito la responsabilità diretta di Meta e Google nella creazione di <strong>dipendenza da social media</strong> nei minori offre una base concreta a tutti gli altri ricorrenti.</p>
<p>Il punto centrale della questione non è banale: non si parla di un semplice uso eccessivo dello smartphone, ma di architetture digitali pensate fin dall&#8217;inizio per agganciare l&#8217;attenzione e non lasciarla andare. Notifiche studiate a tavolino, feed infiniti, meccanismi di ricompensa variabile. Tutto calibrato per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme, senza particolare riguardo per l&#8217;età degli utenti.</p>
<p><strong>Mark Zuckerberg</strong>, CEO di Meta, si trova ora in una posizione ancora più delicata. La sua azienda è al centro di un numero crescente di procedimenti legali negli Stati Uniti, e questo verdetto rischia di accelerare un effetto valanga che potrebbe tradursi in risarcimenti miliardari.</p>
<h2>Cosa cambia adesso per le piattaforme social</h2>
<p>Il messaggio che arriva da questa sentenza è piuttosto chiaro: progettare piattaforme che sfruttano la vulnerabilità psicologica dei minori ha delle conseguenze concrete. Per anni le aziende tech hanno potuto ripararsi dietro termini di servizio e dichiarazioni generiche sulla sicurezza. Ora la musica sembra diversa.</p>
<p>Le prossime mosse di Meta e Google saranno osservate con estrema attenzione, sia dal punto di vista legale che da quello delle scelte di <strong>design delle piattaforme</strong>. È probabile che entrambe le aziende presentino ricorso, ma intanto il danno reputazionale è fatto. E soprattutto, per la prima volta, una giuria ha detto nero su bianco che rendere i social media volutamente addictivi non è solo eticamente discutibile, ma giuridicamente perseguibile.</p>
<p>Resta da capire se questo verdetto spingerà anche i legislatori, non solo americani ma anche europei, a intervenire con normative più stringenti sulla <strong>protezione dei minori online</strong>. La sensazione è che qualcosa si stia muovendo davvero.</p>
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		<title>DeltaFosB: la proteina che spiega perché ricadere nella cocaina è così facile</title>
		<link>https://tecnoapple.it/deltafosb-la-proteina-che-spiega-perche-ricadere-nella-cocaina-e-cosi-facile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 01:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[cocaina]]></category>
		<category><![CDATA[CRISPR]]></category>
		<category><![CDATA[DeltaFosB]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La proteina che ricollega il cervello alla cocaina: ecco perché ricadere è così facile Una scoperta della Michigan State University cambia il modo di guardare alla dipendenza da cocaina. Non si tratta di forza di volontà scarsa, né di debolezza caratteriale. Si tratta di biologia pura, di circuiti...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/deltafosb-la-proteina-che-spiega-perche-ricadere-nella-cocaina-e-cosi-facile/">DeltaFosB: la proteina che spiega perché ricadere nella cocaina è così facile</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La proteina che ricollega il cervello alla cocaina: ecco perché ricadere è così facile</h2>
<p>Una scoperta della <strong>Michigan State University</strong> cambia il modo di guardare alla <strong>dipendenza da cocaina</strong>. Non si tratta di forza di volontà scarsa, né di debolezza caratteriale. Si tratta di biologia pura, di circuiti cerebrali che vengono letteralmente riscritti dall&#8217;uso ripetuto della sostanza. E al centro di tutto c&#8217;è una <strong>proteina</strong> con un nome poco noto al grande pubblico ma destinata a far parlare di sé: <strong>DeltaFosB</strong>.</p>
<p>Lo studio, pubblicato su <strong>Science Advances</strong> nel marzo 2026 e finanziato dai National Institutes of Health, ha individuato il meccanismo molecolare che rende la ricaduta nell&#8217;uso di cocaina così difficile da evitare. Non è una questione astratta. Solo negli Stati Uniti, la dipendenza da cocaina colpisce almeno un milione di persone, e a oggi non esiste un farmaco specifico approvato dalla FDA per trattarla. Circa il 24% di chi smette torna a farne uso settimanale, e un altro 18% si ritrova in un programma di trattamento entro un anno. Numeri che raccontano quanto il problema sia radicato, letteralmente, nel cervello.</p>
<h2>Come la cocaina riscrive i circuiti della memoria</h2>
<p>Il punto chiave della ricerca riguarda il rapporto tra il sistema di ricompensa cerebrale e l&#8217;<strong>ippocampo</strong>, quella regione del cervello che gestisce memoria e apprendimento. Quando una persona assume cocaina, il cervello viene inondato di dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere e alla motivazione. Fin qui, nulla di nuovo. La novità sta in quello che succede dopo, con l&#8217;uso ripetuto.</p>
<p>Andrew Eagle, primo autore dello studio ed ex ricercatore nel laboratorio del professor A.J. Robison, ha usato una forma specializzata di tecnologia CRISPR per osservare cosa fa la proteina DeltaFosB nei topi esposti alla cocaina. Quello che ha trovato è piuttosto impressionante. La proteina funziona come una specie di interruttore genetico: attiva o silenzia geni specifici nel circuito che collega il centro di ricompensa all&#8217;ippocampo. Man mano che l&#8217;uso di cocaina continua, DeltaFosB si accumula in questo circuito. E più si accumula, più cambia il comportamento dei neuroni, rafforzando la spinta del cervello a cercare ancora la sostanza.</p>
<p>&#8220;Questa proteina non è semplicemente associata a questi cambiamenti. È necessaria perché avvengano&#8221;, ha spiegato Eagle. &#8220;Senza di essa, la cocaina non produce le stesse alterazioni nell&#8217;attività cerebrale né la stessa forte spinta a cercare la droga.&#8221;</p>
<p>Il team ha anche identificato altri geni regolati da DeltaFosB dopo un&#8217;esposizione prolungata alla cocaina. Uno di questi è la <strong>calreticulina</strong>, una proteina che influenza il modo in cui i neuroni comunicano tra loro. Gli esperimenti hanno mostrato che la calreticulina aumenta l&#8217;attività nelle vie cerebrali che spingono a continuare la ricerca di cocaina, accelerando di fatto i processi che rinforzano la dipendenza.</p>
<h2>Verso nuovi farmaci e trattamenti personalizzati</h2>
<p>&#8220;La dipendenza è una malattia esattamente come il cancro&#8221;, ha detto Robison, professore di neuroscienze e fisiologia. &#8220;Dobbiamo trovare trattamenti migliori e aiutare le persone dipendenti nello stesso modo in cui cerchiamo cure per il cancro.&#8221; Non è retorica. Il suo gruppo sta già collaborando con ricercatori della University of Texas Medical Branch a Galveston per sviluppare composti capaci di colpire specificamente DeltaFosB. L&#8217;obiettivo è creare molecole in grado di controllare il modo in cui questa proteina si lega al DNA, bloccando alla radice il meccanismo che alimenta la <strong>ricaduta</strong>.</p>
<p>Certo, si parla di tempi lunghi. Lo stesso Robison ha ammesso che un eventuale farmaco è ancora a anni di distanza. Ma la direzione è tracciata. E c&#8217;è un altro fronte aperto: la prossima fase della ricerca esplorerà come gli ormoni influenzano questi circuiti cerebrali e se la cocaina agisce in modo diverso sul cervello maschile e femminile. Capire queste differenze potrebbe aprire la strada a <strong>trattamenti personalizzati</strong>, calibrati non solo sulla sostanza ma anche sulla persona.</p>
<p>Quello che emerge da questo studio è qualcosa che chi si occupa di dipendenze ripete da tempo ma che ora ha una base molecolare solida: la dipendenza da cocaina non è una scelta. È un circuito che si è rotto, e finalmente qualcuno sta capendo quale pezzo va sostituito.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/deltafosb-la-proteina-che-spiega-perche-ricadere-nella-cocaina-e-cosi-facile/">DeltaFosB: la proteina che spiega perché ricadere nella cocaina è così facile</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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