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	<title>Hubble Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>SN Winny: la supernova che appare 5 volte potrebbe svelare un mistero cosmico</title>
		<link>https://tecnoapple.it/sn-winny-la-supernova-che-appare-5-volte-potrebbe-svelare-un-mistero-cosmico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 10:23:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>SN Winny, la supernova che potrebbe svelare la velocità di espansione dell'universo Un evento cosmico spettacolare sta facendo parlare di sé la comunità scientifica internazionale. SN Winny è il soprannome dato a una supernova superluminosa che potrebbe aiutare a risolvere uno dei misteri più...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>SN Winny, la supernova che potrebbe svelare la velocità di espansione dell&#8217;universo</h2>
<p>Un evento cosmico spettacolare sta facendo parlare di sé la comunità scientifica internazionale. <strong>SN Winny</strong> è il soprannome dato a una supernova superluminosa che potrebbe aiutare a risolvere uno dei misteri più grandi dell&#8217;astronomia moderna: quanto velocemente si sta espandendo il nostro universo. E la cosa affascinante è che non si tratta di una semplice esplosione stellare. Questa supernova appare ben cinque volte nel cielo, come un fuoco d&#8217;artificio cosmico ripetuto, grazie a un fenomeno noto come <strong>lente gravitazionale</strong>.</p>
<p>Ma facciamo un passo indietro. SN Winny si trova a circa <strong>10 miliardi di anni luce</strong> dalla Terra. Una distanza che fa girare la testa solo a pensarci. La luce che arriva fino a noi ha viaggiato per un tempo quasi inconcepibile, e lungo il percorso è successo qualcosa di straordinario. Due galassie in primo piano, posizionate tra la supernova e chi la osserva, hanno agito come una sorta di lente cosmica naturale. La loro enorme massa ha curvato la luce di SN Winny, sdoppiandola e moltiplicandola fino a creare cinque immagini distinte dello stesso evento.</p>
<h2>Come una supernova può misurare l&#8217;espansione dell&#8217;universo</h2>
<p>Ecco dove la faccenda diventa davvero interessante. Ognuna delle cinque apparizioni di SN Winny non arriva esattamente nello stesso momento. La luce, prendendo percorsi leggermente diversi attorno alle galassie che fungono da lente, accumula dei <strong>ritardi temporali</strong> misurabili. E proprio questi ritardi sono la chiave di tutto. Analizzando con precisione le differenze di tempo tra un&#8217;apparizione e l&#8217;altra, gli scienziati possono calcolare in modo diretto il <strong>tasso di espansione dell&#8217;universo</strong>, noto anche come costante di Hubble.</p>
<p>Il punto è che questo valore è al centro di un acceso dibattito scientifico. Metodi diversi di misurazione restituiscono risultati che non coincidono tra loro, una discrepanza che i ricercatori chiamano &#8220;tensione di Hubble&#8221;. SN Winny rappresenta quindi un&#8217;opportunità rara e preziosa per ottenere una misurazione indipendente, che potrebbe finalmente chiarire quale valore sia più vicino alla realtà.</p>
<h2>Perché SN Winny è un evento così raro</h2>
<p>Le <strong>supernove superluminose</strong> sono già di per sé fenomeni poco comuni. Brillano fino a cento volte più delle supernove classiche, e trovarle a una distanza così grande, per giunta moltiplicate dalla lente gravitazionale, è qualcosa che capita davvero di rado. La combinazione di fattori che rende possibile osservare SN Winny in questo modo è quasi un colpo di fortuna cosmico.</p>
<p>Per gli astronomi, è come avere un laboratorio naturale perfetto, servito su un piatto d&#8217;argento dallo spazio stesso. Il fatto che la <strong>supernova</strong> appaia ripetuta nel cielo consente misurazioni multiple e incrociate, aumentando l&#8217;affidabilità dei dati raccolti. SN Winny non è solo uno spettacolo visivo straordinario: è uno strumento scientifico potentissimo, che potrebbe riscrivere parte di quello che sappiamo sulla storia e sul destino del nostro <strong>universo</strong>.</p>
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		<title>L&#8217;universo si espande troppo in fretta e nessuno sa perché</title>
		<link>https://tecnoapple.it/luniverso-si-espande-troppo-in-fretta-e-nessuno-sa-perche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:52:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astrofisica]]></category>
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		<category><![CDATA[cosmologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'universo si espande troppo in fretta, e nessuno sa ancora perché La tensione di Hubble non accenna a sparire. Anzi, una nuova misurazione ultraprecisa del tasso di espansione dell'universo ha reso il problema ancora più evidente, confermando che qualcosa non torna nei modelli cosmologici attuali....</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;universo si espande troppo in fretta, e nessuno sa ancora perché</h2>
<p>La <strong>tensione di Hubble</strong> non accenna a sparire. Anzi, una nuova misurazione ultraprecisa del <strong>tasso di espansione dell&#8217;universo</strong> ha reso il problema ancora più evidente, confermando che qualcosa non torna nei modelli cosmologici attuali. Un grande sforzo internazionale, coordinato dalla collaborazione H0 Distance Network (H0DN), ha prodotto la misura diretta più accurata mai ottenuta della velocità con cui l&#8217;universo locale si sta allargando. E il risultato, pubblicato il 10 aprile 2026 sulla rivista <strong>Astronomy and Astrophysics</strong>, non lascia molto spazio ai dubbi: il valore della <strong>costante di Hubble</strong> si attesta a 73,50 ± 0,81 chilometri al secondo per megaparsec, con una precisione leggermente migliore dell&#8217;1%.</p>
<p>Il punto critico è che questo numero non coincide con quello che ci si aspetterebbe guardando l&#8217;universo primordiale. Le osservazioni della <strong>radiazione cosmica di fondo</strong>, quella sorta di eco residuo del Big Bang, suggeriscono un tasso di espansione più lento, intorno a 67 o 68 chilometri al secondo per megaparsec. La differenza sembra piccola in termini assoluti, ma è troppo grande per essere liquidata come un errore statistico. Da anni questa discrepanza tormenta la comunità scientifica, e ogni nuova misurazione sembra renderla più concreta.</p>
<h2>Un approccio unificato che non lascia scappatoie</h2>
<p>La vera novità di questo studio sta nel metodo. Invece di affidarsi a una singola tecnica, il team ha costruito quella che viene chiamata una <strong>rete di distanze cosmiche</strong>. Si tratta di un sistema che collega diversi metodi sovrapposti per misurare le distanze nell&#8217;universo: le <strong>stelle variabili Cefeidi</strong>, le giganti rosse con luminosità nota, le supernovae di tipo Ia e alcuni tipi specifici di galassie. Ogni metodo funziona come un gradino di una scala, e ognuno permette di verificare gli altri.</p>
<p>La forza di questo approccio è proprio nella ridondanza. Se uno dei metodi fosse affetto da un errore sistematico, eliminarlo dall&#8217;analisi cambierebbe il risultato finale. Non è successo. Anche escludendo singole tecniche, il valore complessivo è rimasto sostanzialmente invariato. Questo significa che non esiste un singolo difetto nascosto nelle misurazioni locali che possa spiegare la tensione di Hubble. La collaborazione ha anche incorporato dati provenienti da osservatori terrestri e spaziali, tra cui quelli dell&#8217;<strong>Osservatorio di Cerro Tololo</strong> in Cile e di Kitt Peak in Arizona, entrambi parte del programma NSF NOIRLab.</p>
<h2>E se fosse il modello cosmologico a essere incompleto?</h2>
<p>Se la discrepanza è reale, e le evidenze puntano sempre più in quella direzione, le conseguenze potrebbero essere profonde. Il tasso di espansione derivato dall&#8217;universo primordiale dipende dal <strong>modello standard della cosmologia</strong>, che descrive come l&#8217;universo si è evoluto dal Big Bang a oggi. Se quel modello non tiene conto di qualcosa, che si tratti di dettagli sull&#8217;<strong>energia oscura</strong>, di particelle ancora sconosciute o di variazioni nelle leggi della gravità, le sue previsioni per l&#8217;espansione attuale risulterebbero inevitabilmente sballate.</p>
<p>In pratica, la tensione di Hubble potrebbe non essere affatto un problema di misurazione, ma il segnale di una fisica nuova che ancora sfugge alla comprensione attuale. La rete di distanze cosmiche sviluppata dal team è stata resa pubblica, con dati e metodi accessibili a tutta la comunità scientifica. Un invito aperto a perfezionare il quadro man mano che nuovi osservatori entreranno in funzione e forniranno misurazioni ancora più precise. Il mistero, per ora, resta tutto lì. E forse è proprio questo il bello della scienza: ogni risposta porta con sé una domanda più grande.</p>
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		<title>Hubble cattura per caso una cometa che si disintegra in diretta</title>
		<link>https://tecnoapple.it/hubble-cattura-per-caso-una-cometa-che-si-disintegra-in-diretta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 04:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[cometa]]></category>
		<category><![CDATA[disintegrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Hubble]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il telescopio Hubble cattura per caso una cometa mentre si disintegra in diretta Qualcuno lassù aveva evidentemente altri piani. Il telescopio spaziale Hubble della NASA ha immortalato una cometa che si frantuma in tempo reale, e la cosa più incredibile è che non stava nemmeno guardando nella sua...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il telescopio Hubble cattura per caso una cometa mentre si disintegra in diretta</h2>
<p>Qualcuno lassù aveva evidentemente altri piani. Il <strong>telescopio spaziale Hubble</strong> della NASA ha immortalato una <strong>cometa che si frantuma in tempo reale</strong>, e la cosa più incredibile è che non stava nemmeno guardando nella sua direzione. Un colpo di fortuna cosmico, letteralmente, che gli astronomi inseguivano da anni senza mai riuscirci. La cometa in questione, denominata <strong>C/2025 K1 (ATLAS)</strong>, non era affatto l&#8217;obiettivo originale delle osservazioni. Eppure, quando il team di ricerca ha dovuto cambiare bersaglio per problemi tecnici, si è ritrovato davanti a uno spettacolo che nessuno aveva programmato: la disgregazione in diretta di un corpo celeste. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista <strong>Icarus</strong>.</p>
<p>&#8220;A volte la migliore scienza nasce per caso&#8221;, ha commentato John Noonan, co-investigatore e professore di ricerca nel Dipartimento di Fisica della Auburn University in Alabama. La cometa K1 era una sostituta. L&#8217;obiettivo originale era diventato inosservabile a causa di nuovi vincoli tecnici. E proprio nel momento in cui Hubble ha puntato verso il nuovo target, la <strong>cometa K1</strong> ha deciso di andare in pezzi. Noonan se ne è accorto solo il giorno dopo, analizzando le immagini: quattro comete dove ne era prevista una sola. &#8220;Sapevamo che era qualcosa di davvero, davvero speciale&#8221;, ha raccontato.</p>
<h2>Cosa è successo davvero alla cometa K1</h2>
<p>Hubble ha osservato la cometa K1 mentre si spezzava in almeno <strong>quattro frammenti distinti</strong>, ciascuno circondato dalla propria chioma, quell&#8217;involucro di gas e polvere che avvolge il nucleo ghiacciato. I telescopi terrestri riuscivano a malapena a distinguerli come macchioline sfocate, mentre Hubble li ha risolti con chiarezza impressionante. Le immagini risalgono al periodo tra l&#8217;8 e il 10 novembre 2025, circa un mese dopo il passaggio più ravvicinato al Sole, il cosiddetto perielio. In quella fase, K1 si era spinta fin dentro l&#8217;orbita di Mercurio, a circa un terzo della distanza tra la Terra e il Sole. Ed è proprio lì che le comete subiscono lo stress termico più violento.</p>
<p>Prima di cominciare a disintegrarsi, la cometa K1 aveva un diametro stimato di circa 8 chilometri, leggermente più grande della media. Secondo le ricostruzioni, il processo di <strong>frammentazione</strong> era iniziato circa otto giorni prima che Hubble lo documentasse. E durante le tre immagini consecutive da 20 secondi ciascuna, uno dei frammenti più piccoli si è ulteriormente diviso. Grazie alla risoluzione di Hubble, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la sequenza a ritroso, risalendo allo stato originario di un unico corpo. Ma c&#8217;era un enigma: perché il ritardo tra la frammentazione e le esplosioni luminose osservate poi dalla Terra? Se il ghiaccio fresco era esposto, perché la cometa non si è illuminata subito?</p>
<h2>Un mistero sulla luminosità e uno sguardo alle origini del sistema solare</h2>
<p>Il team ha avanzato diverse ipotesi. La <strong>luminosità di una cometa</strong> dipende in gran parte dalla luce solare che si riflette sulle particelle di polvere. Quando una cometa si apre, però, espone ghiaccio pulito, non polvere. Una possibilità è che debba prima formarsi uno strato secco di polvere, che successivamente viene spazzato via. Un&#8217;altra teoria suggerisce che il calore penetri sotto la superficie, accumuli pressione e alla fine espella un guscio di materiale nello spazio. &#8220;Mai prima d&#8217;ora Hubble aveva catturato una cometa in frantumazione così vicina al momento effettivo della rottura&#8221;, ha sottolineato Noonan.</p>
<p>Dennis Bodewits, investigatore principale dello studio e anche lui professore alla Auburn University, ha aggiunto un elemento cruciale. Le comete sono avanzi dell&#8217;epoca di formazione del <strong>sistema solare</strong>, fatte di materiali primordiali. Ma non sono intatte: sono state riscaldate, irradiate dal Sole e dai raggi cosmici. Romperne una significa accedere al materiale antico non ancora alterato. Le prime analisi indicano che K1 ha una composizione chimica insolita, con livelli di carbonio significativamente più bassi rispetto alla maggior parte delle comete. Ulteriori dati dagli strumenti STIS e COS di Hubble forniranno informazioni più approfondite. La cometa K1, ora un ammasso di frammenti a circa 400 milioni di chilometri dalla Terra nella costellazione dei Pesci, si sta allontanando dal Sole. Con ogni probabilità, non farà mai più ritorno nel <strong>sistema solare interno</strong>.</p>
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		<title>Costante di Hubble, un ronzio cosmico potrebbe risolvere il mistero</title>
		<link>https://tecnoapple.it/costante-di-hubble-un-ronzio-cosmico-potrebbe-risolvere-il-mistero/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 11:41:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un ronzio cosmico potrebbe risolvere il mistero dell'espansione dell'universo La costante di Hubble è uno di quei numeri che tolgono il sonno agli astrofisici. Sappiamo da quasi un secolo che l'universo si sta espandendo, questo è assodato. Il problema è che nessuno riesce a mettersi d'accordo su...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un ronzio cosmico potrebbe risolvere il mistero dell&#8217;espansione dell&#8217;universo</h2>
<p>La <strong>costante di Hubble</strong> è uno di quei numeri che tolgono il sonno agli astrofisici. Sappiamo da quasi un secolo che l&#8217;universo si sta espandendo, questo è assodato. Il problema è che nessuno riesce a mettersi d&#8217;accordo su quanto velocemente stia accadendo. Tecniche diverse danno risultati diversi, e questa discrepanza ha un nome preciso: <strong>tensione di Hubble</strong>. Ora, un gruppo di ricercatori dell&#8217;Università dell&#8217;Illinois Urbana Champaign e dell&#8217;Università di Chicago ha proposto un approccio del tutto nuovo per tentare di chiudere la questione. Lo strumento? Le <strong>onde gravitazionali</strong>, quelle increspature invisibili nello spaziotempo generate dalla collisione tra buchi neri. E non le singole onde che già vengono captate dai rivelatori, ma qualcosa di più sottile: un debole ronzio di fondo, una sorta di brusio cosmico creato da milioni di collisioni troppo lontane per essere osservate una per una.</p>
<p>La ricerca, accettata per la pubblicazione su <strong>Physical Review Letters</strong> nel numero dell&#8217;11 marzo 2026, introduce quello che il team chiama &#8220;metodo della sirena stocastica&#8221;. Il nome richiama la natura casuale delle collisioni che contribuiscono a questo segnale di fondo gravitazionale. A guidare il lavoro ci sono il professor Nicolás Yunes, direttore fondatore dell&#8217;Illinois Center for Advanced Studies of the Universe, e Daniel Holz, professore di fisica e astrofisica all&#8217;Università di Chicago, insieme a un gruppo di giovani ricercatori tra cui Bryce Cousins, autore principale dello studio.</p>
<h2>Perché i conti non tornano: il nodo della tensione di Hubble</h2>
<p>Per capire la portata di questa scoperta, serve fare un passo indietro. Dagli inizi del Novecento, gli scienziati misurano l&#8217;espansione cosmica con due strategie principali. La prima si basa sulle osservazioni elettromagnetiche, in particolare sulle cosiddette &#8220;candele standard&#8221; come le <strong>supernove</strong>: esplosioni stellari la cui luminosità intrinseca è nota, il che permette di calcolare la distanza dalla Terra e la velocità di allontanamento. L&#8217;altra strada passa proprio dalle onde gravitazionali, rilevate sulla Terra dalla collaborazione <strong>LIGO Virgo KAGRA</strong>, una rete globale con oltre 2.000 membri. Anche queste onde permettono di stimare le distanze cosmiche, attraverso il cosiddetto metodo della &#8220;sirena standard&#8221;.</p>
<p>Il guaio è che le due famiglie di misurazioni non concordano. Le osservazioni dell&#8217;universo primordiale restituiscono un valore della costante di Hubble diverso da quello ottenuto studiando l&#8217;universo più recente. E siccome entrambe si basano sulla stessa fisica di fondo, dovrebbero dare lo stesso numero. Invece no. Se questa tensione di Hubble dovesse resistere a ogni tentativo di risoluzione, potrebbe significare qualcosa di enorme: che la comprensione attuale dell&#8217;universo primordiale va rivista. Le ipotesi in campo sono affascinanti quanto complesse: energia oscura primordiale, interazioni tra materia oscura e neutrini, oppure cambiamenti nel comportamento dell&#8217;<strong>energia oscura</strong> nel tempo.</p>
<h2>Come funziona il nuovo metodo della sirena stocastica</h2>
<p>Ed è qui che entra in gioco l&#8217;intuizione del team di Yunes e colleghi. Invece di concentrarsi sulle singole collisioni tra buchi neri (quelle abbastanza potenti da essere captate individualmente), i ricercatori hanno spostato l&#8217;attenzione su tutte le altre. Quelle che i rivelatori attuali non riescono a distinguere una per una, ma che sommate insieme generano un <strong>fondo di onde gravitazionali</strong>, un segnale debole ma persistente. Cousins lo spiega in modo piuttosto chiaro: osservando le collisioni individuali, è possibile stimare la frequenza con cui avvengono nell&#8217;universo. E sulla base di quelle stime, ci si aspetta un numero enorme di eventi invisibili che, tutti insieme, producono questo ronzio cosmico.</p>
<p>Il ragionamento è elegante. Se la costante di Hubble fosse più bassa, il volume osservabile dell&#8217;universo risulterebbe più piccolo. Le collisioni tra buchi neri sarebbero quindi più concentrate in uno spazio ridotto, e il segnale di fondo sarebbe più intenso. Se quel segnale non viene rilevato a un certo livello, si possono escludere tassi di espansione più lenti. Anche senza aver ancora rilevato direttamente il fondo gravitazionale, il team è già riuscito a escludere valori particolarmente bassi della costante di Hubble. E combinando il metodo della sirena stocastica con le misurazioni esistenti dalle fusioni individuali, hanno ottenuto una stima più precisa, che cade proprio nell&#8217;intervallo associato alla <strong>tensione di Hubble</strong>.</p>
<p>La cosa più promettente è che questo approccio diventerà sempre più potente man mano che gli osservatori gravitazionali miglioreranno la propria sensibilità. Gli scienziati si aspettano di riuscire a rilevare direttamente il fondo di onde gravitazionali entro circa sei anni. Nel frattempo, ogni limite più stretto imposto al segnale di fondo continuerà a restringere la gamma possibile della costante di Hubble. Come dice Cousins: includendo queste informazioni aggiuntive, ci si aspetta di ottenere risultati cosmologici migliori e di avvicinarsi alla risoluzione della tensione di Hubble. Non è una promessa da poco, per un ronzio che quasi nessuno riesce ancora a sentire.</p>
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		<title>Hubble scopre una galassia fantasma fatta al 99% di materia oscura</title>
		<link>https://tecnoapple.it/hubble-scopre-una-galassia-fantasma-fatta-al-99-di-materia-oscura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 10:34:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ammassi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hubble scopre una galassia fantasma fatta al 99% di materia oscura Una galassia fantasma quasi del tutto invisibile, composta per il 99% da materia oscura, è stata individuata grazie al telescopio spaziale Hubble della NASA. Si chiama CDG-2 e si trova a circa 300 milioni di anni luce da noi,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Hubble scopre una galassia fantasma fatta al 99% di materia oscura</h2>
<p>Una <strong>galassia fantasma</strong> quasi del tutto invisibile, composta per il 99% da <strong>materia oscura</strong>, è stata individuata grazie al telescopio spaziale <strong>Hubble</strong> della NASA. Si chiama <strong>CDG-2</strong> e si trova a circa 300 milioni di anni luce da noi, nell&#8217;ammasso di galassie di Perseo. La cosa notevole è che non è stata trovata cercando stelle, ma seguendo una pista molto più sottile: quattro raggruppamenti densissimi di stelle, chiamati ammassi globulari, che hanno fatto da briciole di pane cosmiche.</p>
<p>La maggior parte delle galassie che conosciamo brilla con miliardi di stelle, illuminando porzioni enormi di universo. Ma esiste una categoria rara e sfuggente, le cosiddette galassie a bassa luminosità superficiale, talmente fioche da risultare quasi impossibili da rilevare. CDG-2 appartiene proprio a questa famiglia. Anzi, potrebbe essere una delle galassie più dominate dalla materia oscura mai identificate. Parliamo di una forma di materia che non emette luce, non la riflette e non la assorbe. Esiste, ha massa, esercita gravità, ma resta del tutto invisibile agli strumenti tradizionali.</p>
<p>La scoperta è stata pubblicata su <strong>The Astrophysical Journal Letters</strong> ed è il risultato del lavoro di un team guidato da Dayi Li dell&#8217;Università di Toronto.</p>
<h2>Come si trova qualcosa che non si vede</h2>
<p>Trovare una galassia così debole non è esattamente una passeggiata. Il gruppo di ricerca ha adottato un approccio indiretto, basato su tecniche statistiche avanzate. Invece di cercare la luce stellare (che in questo caso è praticamente inesistente), hanno cercato concentrazioni di <strong>ammassi globulari</strong>, quelle sfere compattissime di stelle che di solito orbitano attorno alle galassie. La logica è semplice ma elegante: se trovi un gruppetto di ammassi globulari ravvicinati, è probabile che lì in mezzo si nasconda una galassia, anche se non riesci a vederla direttamente.</p>
<p>Con questo metodo, il team ha identificato dieci galassie a bassa luminosità già note e due nuove candidate. Per verificare una di queste, CDG-2, sono stati messi al lavoro tre osservatori potentissimi: Hubble, il telescopio spaziale <strong>Euclid</strong> dell&#8217;ESA e il telescopio terrestre Subaru, alle Hawaii.</p>
<p>Le immagini ad alta risoluzione di Hubble hanno rivelato quattro ammassi globulari molto vicini tra loro, all&#8217;interno dell&#8217;ammasso di Perseo. Combinando poi i dati di tutti e tre gli strumenti, è emerso un alone di luce diffusissimo attorno a quei gruppi stellari. Un bagliore tenue ma sufficiente a confermare che lì sotto c&#8217;era effettivamente una galassia.</p>
<p>Come ha spiegato lo stesso Li, questa è la prima galassia mai individuata esclusivamente attraverso la sua popolazione di ammassi globulari. Un risultato che cambia un po&#8217; le regole del gioco.</p>
<h2>Una galassia quasi senza stelle, dominata dall&#8217;oscurità</h2>
<p>I primi dati raccolti indicano che CDG-2 emette una quantità di luce equivalente a circa 6 milioni di stelle simili al Sole. Può sembrare tanto, ma per una galassia è pochissimo. Per dare un&#8217;idea: i quattro ammassi globulari da soli producono il 16% di tutta la <strong>luce visibile</strong> della galassia. Il resto è un velo sottilissimo di stelle sparse.</p>
<p>E poi c&#8217;è il dato più sorprendente. Circa il 99% della massa totale di CDG-2, sommando materia visibile e materia oscura, è costituito da materia oscura. Gran parte dell&#8217;idrogeno gassoso necessario alla formazione stellare è stato probabilmente strappato via dalle interazioni gravitazionali con le altre galassie nell&#8217;affollato ammasso di Perseo. Gli ammassi globulari, invece, essendo strutture estremamente dense e legate dalla gravità, hanno resistito a queste forze distruttive. Proprio per questo funzionano così bene come indicatori di galassie fantasma.</p>
<p>Con l&#8217;arrivo di nuove missioni come il <strong>Nancy Grace Roman Space Telescope</strong> della NASA e l&#8217;Osservatorio Vera C. Rubin, la caccia a queste galassie invisibili è destinata a intensificarsi. Strumenti di machine learning e analisi statistiche sempre più raffinate permetteranno di setacciare volumi di dati enormi. Hubble, dopo oltre 30 anni di servizio, continua intanto a regalare scoperte che ridefiniscono la comprensione dell&#8217;universo. E CDG-2 è l&#8217;ennesima dimostrazione che ciò che non si vede può essere molto più importante di ciò che si vede.</p>
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