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	<title>infrarosso Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>James Webb scopre una super Terra rovente simile a Mercurio</title>
		<link>https://tecnoapple.it/james-webb-scopre-una-super-terra-rovente-simile-a-mercurio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 03:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il telescopio Webb scopre una super Terra rovente che somiglia a Mercurio Un mondo alieno bollente, senza atmosfera e completamente arido: è quello che il telescopio spaziale James Webb ha appena svelato a circa 48 anni luce dalla Terra. Si tratta di LHS 3844 b, un esopianeta roccioso classificato...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il telescopio Webb scopre una super Terra rovente che somiglia a Mercurio</h2>
<p>Un mondo alieno bollente, senza atmosfera e completamente arido: è quello che il <strong>telescopio spaziale James Webb</strong> ha appena svelato a circa 48 anni luce dalla Terra. Si tratta di <strong>LHS 3844 b</strong>, un esopianeta roccioso classificato come <strong>super Terra</strong> che, a dispetto del nome, non ha proprio nulla in comune con il pianeta su cui viviamo. Assomiglia piuttosto a una versione ingrandita di <strong>Mercurio</strong>, con una superficie scura, desolata e costantemente esposta a radiazioni stellari devastanti.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Nature Astronomy</strong> e guidato da Sebastian Zieba e Laura Kreidberg del Max Planck Institute for Astronomy, ha sfruttato lo strumento MIRI del JWST per analizzare la luce infrarossa emessa direttamente dalla superficie del pianeta. E qui viene la parte affascinante: nessuno ha fotografato LHS 3844 b. Quello che gli scienziati hanno fatto è stato misurare variazioni sottilissime nella luminosità combinata della stella e del pianeta, ricostruendo così uno spettro che racconta di che materiale è fatta quella roccia lontana.</p>
<p>Il risultato? Una superficie scurissima, caldissima (circa 725 gradi Celsius sul lato permanentemente rivolto alla stella) e priva di qualsiasi involucro gassoso. LHS 3844 b orbita attorno a una <strong>nana rossa</strong> in appena 11 ore, a una distanza così ridotta che è difficile persino immaginarsela. Il pianeta è bloccato per marea, quindi una faccia cuoce sempre sotto la luce stellare mentre l&#8217;altra resta immersa nel buio perenne.</p>
<h2>Una crosta che non somiglia affatto a quella terrestre</h2>
<p>Confrontando le osservazioni con modelli computerizzati e librerie di rocce e minerali terrestri, lunari e marziani, il team ha scoperto che questa super Terra non possiede una crosta ricca di silicati come il granito, tipica del nostro pianeta. La Terra, va detto, è un caso unico nel Sistema Solare per quel tipo di composizione, quindi la cosa non è così sorprendente. Però ha implicazioni enormi.</p>
<p>Su di noi, le croste granitiche si formano attraverso processi geologici lunghissimi che coinvolgono <strong>tettonica a placche</strong> e presenza di acqua. Se LHS 3844 b non ha sviluppato niente del genere, significa che probabilmente non ha mai avuto attività tettonica paragonabile alla nostra, e contiene pochissima acqua. Al posto del granito, la superficie sembra composta di <strong>basalto</strong> o roccia simile al mantello terrestre, ricca di magnesio e ferro, con minerali come l&#8217;olivina. Materiale vulcanico, insomma, ma forse non così recente come qualcuno avrebbe potuto sperare.</p>
<h2>Vulcani spenti o superficie fossile?</h2>
<p>Due scenari restano sul tavolo. Nel primo, la super Terra sarebbe ricoperta di basalto relativamente fresco, frutto di un&#8217;attività vulcanica diffusa che avrebbe rinnovato la superficie in tempi geologicamente recenti. Nel secondo, la superficie sarebbe stata plasmata da un&#8217;esposizione prolungatissima allo spazio: meteoriti e radiazioni avrebbero sgretolato le rocce creando uno strato di <strong>regolite scurito</strong>, molto simile a quello che si trova sulla Luna o su Mercurio.</p>
<p>Il dettaglio che fa pendere la bilancia verso la seconda ipotesi è l&#8217;assenza di anidride solforosa. Se ci fosse vulcanismo attivo, MIRI avrebbe probabilmente captato questo gas, tipico delle emissioni vulcaniche. Niente. Silenzio totale. Questo suggerisce che LHS 3844 b sia geologicamente morta da tempo, una roccia antica che fluttua vicinissima alla sua stella senza più alcun segno di vita interna.</p>
<p>Il team sta già programmando nuove osservazioni con il <strong>telescopio Webb</strong> per capire se la superficie sia roccia compatta o materiale polveroso e frammentato. La tecnica prevede di analizzare come la luce viene emessa da angolazioni diverse, un metodo già testato con successo sugli asteroidi del nostro Sistema Solare. Come ha spiegato Kreidberg, la stessa tecnica potrà essere applicata in futuro ad altri esopianeti rocciosi, aprendo una finestra senza precedenti sulla geologia di mondi lontani.</p>
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		<title>NASA SPHEREx svela che il ghiaccio d&#8217;acqua è ovunque nella galassia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 17:53:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La NASA e SPHEREx: l'acqua ghiacciata è ovunque nella galassia La missione SPHEREx della NASA ha appena regalato una di quelle conferme che, per quanto attese, lasciano comunque a bocca aperta. Il telescopio spaziale ha mappato la presenza di ghiaccio d'acqua in regioni vastissime della nostra...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La NASA e SPHEREx: l&#8217;acqua ghiacciata è ovunque nella galassia</h2>
<p>La missione <strong>SPHEREx della NASA</strong> ha appena regalato una di quelle conferme che, per quanto attese, lasciano comunque a bocca aperta. Il telescopio spaziale ha mappato la presenza di <strong>ghiaccio d&#8217;acqua</strong> in regioni vastissime della nostra galassia, dimostrando che una delle molecole più importanti per la vita sulla Terra non è affatto un&#8217;eccezione cosmica. Anzi, è praticamente dappertutto.</p>
<p>Lanciato nei primi mesi del 2025, SPHEREx (che sta per Spectro Photometer for the History of the Universe, Epoch of Reionization and Ices Explorer) è un osservatorio progettato per scandagliare l&#8217;intero cielo nell&#8217;<strong>infrarosso</strong>. Non punta un singolo oggetto come fanno altri telescopi celebri. Il suo lavoro è diverso, più ampio e per certi versi più ambizioso: costruire una mappa completa delle molecole presenti nello spazio interstellare. E tra queste molecole, il ghiaccio d&#8217;acqua è il protagonista assoluto di questa prima tornata di risultati.</p>
<h2>Perché il ghiaccio d&#8217;acqua nello spazio conta così tanto</h2>
<p>Trovare <strong>acqua sotto forma di ghiaccio</strong> sparsa nelle nubi molecolari e nelle regioni di formazione stellare non è solo una curiosità scientifica. Ha implicazioni enormi. Quelle nubi sono le stesse da cui nascono stelle e pianeti, il che significa che l&#8217;acqua entra nel gioco della formazione planetaria fin dalle primissime fasi. In parole povere, i pianeti rocciosi come il nostro potrebbero ereditare parte della loro acqua già dal materiale di partenza. Non serve per forza che arrivi dopo, trasportata da comete o asteroidi, anche se quel meccanismo resta valido.</p>
<p>I dati raccolti dalla missione <strong>SPHEREx</strong> mostrano che le concentrazioni di ghiaccio d&#8217;acqua sono distribuite in modo molto più uniforme di quanto alcuni modelli prevedessero. Questo rafforza l&#8217;idea che l&#8217;acqua sia un ingrediente comune, quasi banale, nel processo che porta alla nascita di <strong>sistemi planetari</strong>. E se l&#8217;acqua è così diffusa nella galassia, le probabilità che esistano altri mondi con condizioni favorevoli alla vita aumentano in modo significativo.</p>
<h2>Una mappa che cambia la prospettiva</h2>
<p>Quello che rende SPHEREx della NASA particolarmente prezioso è la scala del lavoro. Non si parla di osservazioni puntuali su una singola nebulosa o su un sistema stellare specifico. Si parla di una <strong>mappatura galattica</strong> vera e propria, con una copertura che nessun altro strumento aveva mai raggiunto per questo tipo di analisi. Il telescopio completerà almeno quattro scansioni complete del cielo durante la sua missione, e ogni passaggio aggiungerà dettaglio e precisione ai dati.</p>
<p>Per la comunità scientifica, questa è una base dati straordinaria. Permetterà di capire meglio dove si concentra il ghiaccio d&#8217;acqua, come interagisce con la <strong>polvere interstellare</strong> e quale ruolo gioca nella chimica che precede la formazione dei pianeti. La sensazione, tra chi studia queste cose da decenni, è che SPHEREx stia costruendo un quadro molto più ricco e complesso di quello che avevamo fino a ieri. E la missione è ancora nelle sue fasi iniziali, il che lascia pensare che il meglio debba ancora arrivare.</p>
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		<title>Libellule: vedono un colore invisibile agli umani, ecco perché</title>
		<link>https://tecnoapple.it/libellule-vedono-un-colore-invisibile-agli-umani-ecco-perche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 01:22:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[biologia]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[infrarosso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le libellule vedono un colore invisibile agli esseri umani: una scoperta che potrebbe rivoluzionare la medicina Le libellule possiedono una capacità visiva che va oltre ogni aspettativa, e la cosa più sorprendente è che il meccanismo biologico alla base di questa abilità è praticamente identico a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le libellule vedono un colore invisibile agli esseri umani: una scoperta che potrebbe rivoluzionare la medicina</h2>
<p>Le <strong>libellule</strong> possiedono una capacità visiva che va oltre ogni aspettativa, e la cosa più sorprendente è che il meccanismo biologico alla base di questa abilità è praticamente identico a quello presente negli occhi umani. Un gruppo di ricercatori della <strong>Osaka Metropolitan University</strong> ha scoperto che questi insetti riescono a percepire una tonalità di <strong>rosso profondo</strong> che sconfina quasi nell&#8217;infrarosso, grazie a una proteina visiva specializzata. Una scoperta che, a prima vista, sembra riguardare solo il mondo degli insetti, ma che potrebbe aprire scenari inediti nel campo della <strong>tecnologia medica</strong>.</p>
<p>La visione dei colori, negli esseri umani, dipende da proteine chiamate <strong>opsine</strong>, ognuna sintonizzata su lunghezze d&#8217;onda specifiche: blu, verde e rosso. Le libellule, fra tutti gli insetti, si distinguono per la loro capacità di captare la luce rossa. Il team guidato dai professori Mitsumasa Koyanagi e Akihisa Terakita ha identificato nelle libellule un&#8217;opsina che risponde alla luce intorno ai 720 nanometri, una lunghezza d&#8217;onda che va oltre il rosso più intenso percepibile dall&#8217;occhio umano. Come ha spiegato il professor Terakita: &#8220;Questo è uno dei pigmenti visivi più sensibili al rosso mai trovati.&#8221;</p>
<p>Ma perché le libellule hanno bisogno di vedere così in profondità nello spettro rosso? La risposta, secondo i ricercatori, sta nella ricerca del partner. Analizzando la <strong>riflettanza</strong> della luce sulla superficie corporea di questi insetti, il team ha scoperto differenze significative tra maschi e femmine nella riflessione della luce dal rosso al vicino infrarosso. In pratica, i maschi potrebbero usare queste sfumature invisibili ad altri insetti per riconoscere al volo le femmine durante il corteggiamento aereo.</p>
<h2>Un caso straordinario di evoluzione parallela</h2>
<p>La parte davvero affascinante della ricerca riguarda il concetto di <strong>evoluzione parallela</strong>. Insetti e mammiferi sono parenti evolutivi lontanissimi, eppure hanno sviluppato in modo indipendente lo stesso identico meccanismo molecolare per percepire la luce rossa. Ryu Sato, primo autore dello studio, lo ha definito &#8220;un risultato inatteso&#8221;, sottolineando come lo stesso processo evolutivo si sia verificato in linee genetiche completamente separate. Le libellule e gli esseri umani, insomma, hanno trovato la stessa soluzione partendo da punti di partenza diversissimi.</p>
<h2>Dalle libellule agli strumenti medici del futuro</h2>
<p>Il passo più interessante della ricerca è quello che porta dalla biologia pura alla medicina applicata. I ricercatori hanno individuato una singola posizione nella proteina opsina che determina la sua risposta alla luce. Modificando quel punto, sono riusciti a spostare la sensibilità della proteina verso lunghezze d&#8217;onda ancora più lunghe, avvicinandola all&#8217;<strong>infrarosso</strong>. Hanno poi dimostrato che cellule contenenti questa opsina modificata possono essere attivate dalla luce nel vicino infrarosso.</p>
<p>Questo risultato è particolarmente promettente per l&#8217;<strong>optogenetica</strong>, una disciplina che utilizza proteine sensibili alla luce per controllare e studiare le cellule nei tessuti viventi. Poiché le lunghezze d&#8217;onda più lunghe penetrano più in profondità nel corpo, una proteina capace di rispondere alla luce nel vicino infrarosso permetterebbe di raggiungere cellule altrimenti inaccessibili con le tecnologie attuali.</p>
<p>Come ha dichiarato il professor Koyanagi, i risultati dimostrano che questa opsina rappresenta &#8220;uno strumento optogenetico promettente, capace di rilevare la luce anche nelle zone più profonde degli organismi viventi.&#8221; Lo studio, pubblicato sulla rivista Cellular and Molecular Life Sciences nell&#8217;aprile 2026, trasforma quello che sembrava un semplice dettaglio sulla visione delle libellule in un potenziale punto di svolta per la medicina del futuro. A volte le risposte più rivoluzionarie arrivano da chi vola sopra gli stagni.</p>
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		<title>MIT: il microscopio terahertz svela il &#8220;tremolio&#8221; quantistico mai visto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/mit-il-microscopio-terahertz-svela-il-tremolio-quantistico-mai-visto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 11:24:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[elettroni]]></category>
		<category><![CDATA[infrarosso]]></category>
		<category><![CDATA[microscopio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il microscopio terahertz del MIT rivela per la prima volta il "tremolio" quantistico nei superconduttori Esiste un tipo di luce che fino a poco tempo fa nessuno riusciva a domare abbastanza da renderla utile per la microscopia. Si chiama luce terahertz, e un gruppo di fisici del MIT ha appena...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il microscopio terahertz del MIT rivela per la prima volta il &#8220;tremolio&#8221; quantistico nei superconduttori</h2>
<p>Esiste un tipo di luce che fino a poco tempo fa nessuno riusciva a domare abbastanza da renderla utile per la microscopia. Si chiama <strong>luce terahertz</strong>, e un gruppo di fisici del <strong>MIT</strong> ha appena trovato il modo di comprimerla in uno spazio incredibilmente piccolo, tanto da riuscire a osservare qualcosa che nessuno aveva mai visto: il movimento collettivo degli <strong>elettroni superconduttori</strong> che oscillano insieme, come una sorta di gelatina quantistica che vibra. La scoperta, pubblicata sulla rivista <strong>Nature</strong>, apre scenari importanti sia per la comprensione della <strong>superconduttività</strong> sia per il futuro delle comunicazioni wireless ad altissima velocità.</p>
<p>La radiazione terahertz si colloca tra le microonde e l&#8217;infrarosso nello spettro elettromagnetico. Pulsa oltre mille miliardi di volte al secondo, una frequenza che corrisponde quasi perfettamente alle vibrazioni naturali di atomi ed elettroni nei materiali. Sulla carta, sarebbe lo strumento perfetto per studiare quei movimenti. Il problema, però, è sempre stato pratico: la lunghezza d&#8217;onda della luce terahertz è enorme rispetto alle strutture da analizzare, centinaia di micron. E una regola fondamentale della fisica ottica, il cosiddetto limite di diffrazione, impedisce di focalizzare la luce in un punto più piccolo della sua lunghezza d&#8217;onda. Il risultato? Il fascio finisce per &#8220;coprire&#8221; tutto il campione senza distinguere nulla di utile.</p>
<h2>Come funziona il nuovo microscopio terahertz</h2>
<p>Per aggirare questo ostacolo, il team del MIT ha utilizzato i cosiddetti <strong>emettitori spintronici</strong>, una tecnologia relativamente recente basata su strati metallici ultrasottili impilati. Quando un laser colpisce questi strati, si innesca una reazione a catena negli elettroni che genera impulsi terahertz brevissimi. Il trucco sta nel posizionare il campione vicinissimo all&#8217;emettitore, catturando la luce prima che abbia il tempo di disperdersi. In questo modo si riesce a comprimere il fascio in una regione molto più piccola della sua lunghezza d&#8217;onda, bypassando di fatto il limite di diffrazione.</p>
<p>Il <strong>microscopio</strong> è stato poi completato con uno specchio di Bragg, una struttura a strati che filtra le lunghezze d&#8217;onda indesiderate e protegge il campione dal laser. Con questo setup, i ricercatori hanno esaminato un materiale chiamato ossido di bismuto, stronzio, calcio e rame (noto con la sigla BSCCO, pronunciata &#8220;bisco&#8221;), un superconduttore ad alta temperatura. Raffreddandolo fino a temperature prossime allo zero assoluto, hanno osservato gli elettroni muoversi senza attrito come un superfluido, oscillando alle frequenze terahertz.</p>
<p>&#8220;Questo nuovo microscopio ci permette di vedere una modalità degli elettroni superconduttori che nessuno aveva mai osservato prima&#8221;, ha dichiarato Nuh Gedik, professore di fisica al MIT.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>Studiare materiali come il BSCCO con la luce terahertz potrebbe accelerare la corsa verso i <strong>superconduttori a temperatura ambiente</strong>, uno dei traguardi più ambiti della fisica moderna. Ma non è tutto. La stessa tecnologia potrebbe aiutare a identificare materiali capaci di emettere e rilevare radiazione terahertz, componenti essenziali per i futuri sistemi di <strong>comunicazione wireless</strong> a frequenze terahertz, potenzialmente molto più veloci delle attuali reti basate sulle microonde.</p>
<p>&#8220;C&#8217;è una spinta enorme per portare il Wi Fi e le telecomunicazioni al livello successivo, alle frequenze terahertz&#8221;, ha spiegato Alexander von Hoegen, primo autore dello studio. &#8220;Con un microscopio terahertz si potrebbe studiare come questa luce interagisce con dispositivi microscopici che un giorno potrebbero funzionare come antenne o ricevitori.&#8221;</p>
<p>Il team sta già applicando il microscopio ad altri materiali bidimensionali per esplorare ulteriori effetti su scala terahertz. Vibrazioni reticolari, processi magnetici, modi collettivi: tutto ciò che accade a queste frequenze diventa ora osservabile con una risoluzione prima impensabile. La ricerca è stata sostenuta dal Dipartimento dell&#8217;Energia degli Stati Uniti e dalla Gordon and Betty Moore Foundation.</p>
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		<title>James Webb svela una nebulosa a forma di cervello: immagine incredibile</title>
		<link>https://tecnoapple.it/james-webb-svela-una-nebulosa-a-forma-di-cervello-immagine-incredibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 12:25:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astrofisica]]></category>
		<category><![CDATA[infrarosso]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
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		<category><![CDATA[stella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Telescopio James Webb svela una nebulosa a forma di cervello attorno a una stella morente Una nube spettrale che galleggia nello spazio profondo e somiglia, in modo quasi inquietante, a un cervello umano. È questa l'immagine straordinaria catturata dal Telescopio James Webb, che ha puntato i...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/james-webb-svela-una-nebulosa-a-forma-di-cervello-immagine-incredibile/">James Webb svela una nebulosa a forma di cervello: immagine incredibile</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il Telescopio James Webb svela una nebulosa a forma di cervello attorno a una stella morente</h2>
<p>Una nube spettrale che galleggia nello spazio profondo e somiglia, in modo quasi inquietante, a un cervello umano. È questa l&#8217;immagine straordinaria catturata dal <strong>Telescopio James Webb</strong>, che ha puntato i suoi strumenti su una <strong>nebulosa</strong> poco studiata e decisamente bizzarra, conosciuta come <strong>PMR 1</strong> ma ribattezzata &#8220;Exposed Cranium&#8221;, il cranio esposto. Le nuove osservazioni, diffuse dalla NASA il 17 marzo 2026, mostrano dettagli mai visti prima di questa nube di gas e polvere che avvolge una <strong>stella morente</strong>, regalando uno scorcio su una delle fasi più drammatiche e fugaci nella vita di un astro.</p>
<p>La nebulosa era già stata individuata oltre dieci anni fa dal telescopio <strong>Spitzer</strong>, ormai in pensione, ma gli strumenti molto più avanzati del <strong>James Webb</strong> hanno permesso di ottenere immagini con una nitidezza incomparabile. Quello che prima era un bagliore sfocato adesso rivela strutture complesse, strati di gas sovrapposti e una fenditura scura centrale che divide la nube in due sezioni, proprio come i due emisferi di un cervello. L&#8217;effetto visivo è davvero sorprendente, quasi disturbante nella sua somiglianza con l&#8217;anatomia umana.</p>
<h2>Getti, strati e quella linea scura nel mezzo</h2>
<p>Le riprese effettuate sia nel <strong>vicino infrarosso</strong> (con la NIRCam) che nel <strong>medio infrarosso</strong> (con lo strumento MIRI) hanno evidenziato diversi aspetti della struttura della nebulosa. Lo strato esterno, composto principalmente da idrogeno, rappresenta il materiale espulso nelle fasi più remote. La regione interna, invece, è molto più articolata: contiene una miscela di gas differenti e strutture più fini che raccontano come la stella abbia perso massa nel corso del tempo.</p>
<p>Ma la caratteristica che colpisce di più resta quella banda scura verticale che taglia in due la nube. Secondo gli scienziati, potrebbe essere collegata a potenti getti di materia emessi dalla stella centrale in direzioni opposte. Lo suggerisce soprattutto l&#8217;immagine MIRI, dove nella parte superiore della nebulosa si nota chiaramente del gas spinto verso l&#8217;esterno, come se qualcosa stesse modellando attivamente la struttura dall&#8217;interno.</p>
<h2>Una stella agli sgoccioli e un destino ancora incerto</h2>
<p>Quel che si sa con certezza è che la <strong>stella</strong> al centro di PMR 1 sta esaurendo il proprio combustibile. In questa fase, gli astri espellono i loro strati esterni nello spazio, un processo che su scala cosmica avviene in tempi relativamente rapidi. Il <strong>Telescopio James Webb</strong> ha di fatto immortalato un momento di transizione, una finestra temporale breve nell&#8217;evoluzione stellare.</p>
<p>Il destino finale della stella dipende dalla sua massa, dato ancora non determinato con precisione. Se fosse sufficientemente massiccia, potrebbe concludere la propria esistenza con un&#8217;esplosione di <strong>supernova</strong>. Se invece fosse più simile al Sole, continuerebbe a perdere materia fino a lasciare esposto solo il nucleo denso, una nana bianca destinata a raffreddarsi lentamente nel corso di miliardi di anni.</p>
<p>Queste osservazioni confermano, ancora una volta, quanto il <strong>James Webb</strong> stia ridefinendo la comprensione dell&#8217;universo. Frutto di una collaborazione internazionale tra NASA, ESA e CSA, il telescopio continua a regalare scoperte che, fino a pochi anni fa, sarebbero state semplicemente impossibili. E questa nebulosa a forma di cervello ne è la dimostrazione più spettacolare.</p>
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		<title>RBFLOAT, il lampo radio più luminoso mai rilevato: cosa lo rende unico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 11:54:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[CHIME]]></category>
		<category><![CDATA[galassia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il lampo radio più luminoso mai rilevato arriva da una galassia vicina Un fast radio burst di potenza senza precedenti è stato individuato da un team di astronomi grazie a una nuova rete di telescopi, e la cosa sta facendo parecchio rumore nella comunità scientifica. Il lampo, soprannominato...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il lampo radio più luminoso mai rilevato arriva da una galassia vicina</h2>
<p>Un <strong>fast radio burst</strong> di potenza senza precedenti è stato individuato da un team di astronomi grazie a una nuova rete di telescopi, e la cosa sta facendo parecchio rumore nella comunità scientifica. Il lampo, soprannominato <strong>RBFLOAT</strong>, è durato una frazione di secondo ma in quel brevissimo istante ha superato in luminosità ogni altra sorgente radio della sua galassia ospite. Parliamo di qualcosa che, nel campo della radioastronomia, non si era mai visto a questi livelli.</p>
<p>A intercettare il segnale è stato il sistema di telescopi <strong>CHIME Outrigger</strong>, una rete progettata proprio per localizzare con precisione l&#8217;origine dei fast radio burst. Fino a poco tempo fa, individuare da dove provenissero questi lampi cosmici era un problema enorme: durano talmente poco che spesso gli strumenti non facevano in tempo a triangolare la posizione. Con CHIME Outrigger le cose stanno cambiando, e RBFLOAT ne è la prova più spettacolare.</p>
<h2>Le osservazioni con il James Webb e un comportamento anomalo</h2>
<p>Dopo la rilevazione iniziale, il team ha puntato il <strong>James Webb Space Telescope</strong> verso la posizione esatta del lampo. E qualcosa è saltato fuori: un debole segnale infrarosso, proprio lì dove RBFLOAT aveva brillato per quell&#8217;istante fugace. Un dettaglio che potrebbe rivelarsi fondamentale per capire cosa genera questi eventi. La galassia da cui proviene il burst si trova relativamente vicina a noi in termini cosmici, il che rende tutto ancora più interessante per le osservazioni di follow up.</p>
<p>Ma la parte davvero curiosa è un&#8217;altra. RBFLOAT non mostra alcun segno di <strong>ripetizione</strong>. Molti fast radio burst conosciuti tendono a ripresentarsi, magari in modo irregolare, e questo ha portato gli scienziati a collegare il fenomeno a determinate sorgenti come le magnetar. Un lampo singolo, così potente e senza repliche, mette in discussione parecchi modelli teorici attualmente accettati.</p>
<h2>Cosa significa per la comprensione dei lampi radio veloci</h2>
<p>La scoperta di RBFLOAT potrebbe costringere la comunità astronomica a riconsiderare le <strong>cause dei fast radio burst</strong>. Se eventi del genere possono verificarsi una sola volta e con un&#8217;energia così estrema, forse non tutte le spiegazioni proposte finora reggono. Potrebbe trattarsi di fenomeni catastrofici e irripetibili, oppure di meccanismi ancora del tutto sconosciuti.</p>
<p>Quello che è certo è che strumenti come CHIME Outrigger e il <strong>James Webb</strong> stanno aprendo una finestra nuova su questi misteri cosmici. Ogni fast radio burst localizzato con precisione è un pezzo in più del puzzle. E RBFLOAT, con la sua luminosità record e il suo comportamento fuori dagli schemi, potrebbe essere il pezzo più importante trovato finora.</p>
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		<title>Gaia20ehk, la stella che potrebbe aver mostrato una collisione planetaria in diretta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 17:20:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astronomi]]></category>
		<category><![CDATA[collisione]]></category>
		<category><![CDATA[infrarosso]]></category>
		<category><![CDATA[luminosità]]></category>
		<category><![CDATA[Luna]]></category>
		<category><![CDATA[planetaria]]></category>
		<category><![CDATA[polvere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli astronomi potrebbero aver assistito a una collisione planetaria in diretta Una collisione planetaria potrebbe essere appena avvenuta sotto gli occhi degli scienziati, a circa 11.000 anni luce dalla Terra. E non si tratta di un evento qualsiasi: secondo i ricercatori dell'Università di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli astronomi potrebbero aver assistito a una collisione planetaria in diretta</h2>
<p>Una <strong>collisione planetaria</strong> potrebbe essere appena avvenuta sotto gli occhi degli scienziati, a circa 11.000 anni luce dalla Terra. E non si tratta di un evento qualsiasi: secondo i ricercatori dell&#8217;Università di Washington, quanto osservato potrebbe somigliare in modo impressionante allo scontro cosmico che, circa quattro miliardi e mezzo di anni fa, diede origine alla <strong>Luna</strong>.</p>
<p>Tutto è partito da una stella apparentemente normale, catalogata come <strong>Gaia20ehk</strong>, situata nei pressi della costellazione della Poppa. Una stella simile al Sole, stabile, prevedibile. Il tipo di astro che non fa notizia, insomma. Almeno fino a quando Andy Tzanidakis, dottorando in astronomia, non ha notato qualcosa di strano nei dati d&#8217;archivio risalenti al 2020. La luminosità della stella, fino a quel momento piatta e regolare, aveva cominciato a mostrare cali inspiegabili già dal 2016. E poi, intorno al 2021, era diventata completamente caotica. Stelle come il Sole semplicemente non si comportano così. Eppure Gaia20ehk lo stava facendo.</p>
<h2>Non era la stella a cambiare, ma qualcosa le passava davanti</h2>
<p>Dopo settimane di analisi, il team ha capito che il problema non era la stella in sé. Enormi quantità di <strong>polvere e detriti rocciosi</strong> stavano orbitando nel sistema e passando davanti a Gaia20ehk, bloccando parte della luce diretta verso la Terra. L&#8217;origine più plausibile di tutto quel materiale? Uno <strong>scontro violento tra due pianeti</strong>.</p>
<p>La svolta è arrivata quando i ricercatori hanno confrontato i dati nella luce visibile con quelli nella <strong>luce infrarossa</strong>. Il risultato era sorprendente: mentre la luminosità visibile calava e oscillava, quella infrarossa schizzava verso l&#8217;alto. Significava che il materiale che oscurava la stella era estremamente caldo, tanto da brillare nell&#8217;infrarosso. Esattamente quello che ci si aspetterebbe dopo una collisione planetaria catastrofica. I cali precedenti, quelli più lievi osservati a partire dal 2016, potrebbero essere stati causati da impatti radenti tra i due corpi mentre spiralizzavano uno verso l&#8217;altro, prima del grande schianto finale. Lo studio è stato pubblicato l&#8217;11 marzo 2026 su <strong>The Astrophysical Journal Letters</strong>.</p>
<h2>Un possibile gemello dell&#8217;evento che creò la Luna terrestre</h2>
<p>La nube di detriti attorno a Gaia20ehk sembra orbitare a circa un&#8217;<strong>unità astronomica</strong> dalla stella, più o meno la stessa distanza che separa la Terra dal Sole. Un dettaglio che rende questa collisione planetaria particolarmente affascinante, perché a quella distanza il materiale disperso potrebbe raffreddarsi e aggregarsi, formando nuovi corpi celesti. Magari qualcosa di simile a un sistema Terra e Luna.</p>
<p>Quanto tempo servirà per capire cosa nascerà da quei detriti? Potrebbe volerci qualche anno, oppure milioni di anni. Nel frattempo, il <strong>Telescopio Simonyi</strong> presso l&#8217;Osservatorio Vera C. Rubin potrebbe cambiare le regole del gioco. Secondo le stime di James Davenport, coautore dello studio e professore di astronomia alla UW, questo strumento potrebbe individuare circa un centinaio di collisioni simili nel prossimo decennio.</p>
<p>E la posta in gioco va ben oltre la curiosità scientifica. Capire quanto siano comuni eventi del genere aiuterebbe a rispondere a una domanda fondamentale per l&#8217;<strong>astrobiologia</strong>: quanto è raro il processo che ha reso la Terra abitabile? La Luna, dopotutto, non è solo un dettaglio scenografico nel cielo notturno. Contribuisce a stabilizzare il clima, genera le maree, potrebbe persino influenzare l&#8217;attività tettonica. Se si riuscisse a osservare più collisioni planetarie come quella attorno a Gaia20ehk, forse si comincerebbe finalmente a capire quanto siamo davvero speciali, oppure quanto siamo normali, in questa galassia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/gaia20ehk-la-stella-che-potrebbe-aver-mostrato-una-collisione-planetaria-in-diretta/">Gaia20ehk, la stella che potrebbe aver mostrato una collisione planetaria in diretta</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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