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	<title>insetto Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Deer ked, la mosca che si strappa le ali e rinuncia alla vista per sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 20:23:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[deer]]></category>
		<category><![CDATA[ematofago]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I deer ked, la mosca parassita che rinuncia alla vista dopo aver trovato un ospite Esiste un insetto che, una volta trovato il suo pasto, decide letteralmente di spegnere la luce. Si chiamano deer ked, sono mosche ematofaghe diffuse in Europa, Asia, Africa e nelle Americhe, e quello che fanno dopo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>I deer ked, la mosca parassita che rinuncia alla vista dopo aver trovato un ospite</h2>
<p>Esiste un insetto che, una volta trovato il suo pasto, decide letteralmente di spegnere la luce. Si chiamano <strong>deer ked</strong>, sono mosche ematofaghe diffuse in Europa, Asia, Africa e nelle Americhe, e quello che fanno dopo essersi aggrappate a un cervo (o talvolta a un essere umano) è qualcosa di francamente inquietante. Si staccano le ali. Per sempre. E poi, come se non bastasse, abbassano il volume della propria <strong>vista</strong> di circa la metà. Non diventano cieche, no. Ma riducono drasticamente l&#8217;attività dei geni legati alla <strong>sensibilità visiva</strong>, come se il corpo stesse dicendo: &#8220;Non ci serve più vedere bene, tanto non dobbiamo più volare&#8221;. Questa scoperta arriva da uno studio condotto dall&#8217;<strong>Università di Aberystwyth</strong> e dall&#8217;Università di Firenze, pubblicato sul Journal of Experimental Biology nel giugno 2026.</p>
<h2>Da cacciatrice volante a parassita stanziale</h2>
<p>La cosa affascinante dei deer ked è che vivono due vite completamente diverse. Nella prima fase, da adulte alate, sono predatrici attive: volano, cercano ospiti, usano la vista in modo intenso, un po&#8217; come fanno le <strong>mosche tse tse</strong> in Africa. Ma nel momento in cui atterrano su un animale adatto, scatta una trasformazione radicale. Le ali vengono eliminate in modo permanente e l&#8217;insetto si infila nel pelo dell&#8217;ospite per trascorrervi il resto della sua esistenza, nutrendosi di <strong>sangue</strong> e dedicandosi alla riproduzione. Il dottor Roger Santer, che ha guidato la ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Vita di Aberystwyth, ha spiegato che la visione è un lusso energetico. Mantenere un sistema visivo efficiente costa parecchio in termini metabolici. E per un parassita che non ha più bisogno di localizzare prede dall&#8217;alto, quell&#8217;energia può essere reindirizzata verso funzioni ben più utili, come la <strong>digestione</strong> e la riproduzione. È un compromesso evolutivo brutale ma elegante.</p>
<h2>I geni della visione si spengono a metà</h2>
<p>Per capire cosa succede davvero a livello biologico, i ricercatori hanno analizzato i <strong>geni opsina</strong>, quelli responsabili della sensibilità visiva, confrontando deer ked ancora alati con esemplari già privi di ali raccolti direttamente dai cervi. Il risultato è stato piuttosto netto: l&#8217;attività di questi geni si dimezza dopo la perdita delle ali. Non si azzera, attenzione. I deer ked mantengono una qualche capacità visiva residua, probabilmente utile per orientarsi nel pelo dell&#8217;ospite o per altre funzioni minori. Ma il sistema visivo viene chiaramente ridimensionato, come se l&#8217;insetto stesse deliberatamente sacrificando la vista per risparmiare risorse. Questa scoperta apre prospettive interessanti non solo per la biologia evolutiva, ma anche per lo sviluppo di strategie di <strong>monitoraggio e controllo</strong> di questi insetti e di altri <strong>parassiti ematofagi</strong>. Capire come i deer ked usano e poi abbandonano i propri sensi potrebbe aiutare a individuare punti deboli nel loro ciclo vitale. Il fatto che un organismo possa riprogrammare il proprio apparato sensoriale in modo così drastico, nel giro di una sola fase della vita, racconta qualcosa di profondo su come la natura gestisce le risorse. Niente viene sprecato. Nemmeno la capacità di vedere.</p>
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		<title>Insetto di 100 milioni di anni con chele da granchio trovato nell&#8217;ambra</title>
		<link>https://tecnoapple.it/insetto-di-100-milioni-di-anni-con-chele-da-granchio-trovato-nellambra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2026 17:23:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ambra]]></category>
		<category><![CDATA[artropodi]]></category>
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		<category><![CDATA[crostacei]]></category>
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		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[preistorico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un insetto di 100 milioni di anni con chele da granchio: una scoperta senza precedenti Dentro un frammento di ambra del Myanmar vecchio di 100 milioni di anni, un team di scienziati ha trovato qualcosa che nessuno si aspettava: un insetto preistorico dotato di zampe anteriori che sembrano chele di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un insetto di 100 milioni di anni con chele da granchio: una scoperta senza precedenti</h2>
<p>Dentro un frammento di <strong>ambra del Myanmar</strong> vecchio di 100 milioni di anni, un team di scienziati ha trovato qualcosa che nessuno si aspettava: un <strong>insetto preistorico</strong> dotato di zampe anteriori che sembrano chele di granchio. Non una vaga somiglianza, ma strutture così simili a quelle dei crostacei da aver lasciato di stucco persino chi studia artropodi da decenni. La scoperta, pubblicata sulla rivista <strong>Insects</strong>, rappresenta appena il quarto caso noto in assoluto di strutture a chela comparse in modo indipendente nel mondo degli insetti.</p>
<p>L&#8217;<strong>ambra del Myanmar</strong>, proveniente dalla regione del Kachin, continua a regalare sorprese incredibili. Quel pezzo di resina fossile ha conservato per milioni di anni un ecosistema forestale dell&#8217;età dei dinosauri, pieno di creature che non esistono più e che in molti casi non erano mai state osservate prima. Il gruppo di ricerca della <strong>Ludwig Maximilian University di Monaco</strong>, insieme a colleghi delle università di Rostock e Oulu (Finlandia), ha analizzato il fossile usando la <strong>micro-tomografia computerizzata</strong>, producendo immagini 3D di una precisione impressionante. E quello che è emerso ha cambiato il quadro di ciò che sapevamo sulle zampe degli insetti antichi.</p>
<h2>Chele che non assomigliano a nulla di già visto tra gli insetti</h2>
<p>Le cosiddette <strong>chelae</strong>, cioè quelle appendici a pinza simili a forbici, sono rarissime tra gli insetti. Prima di questa scoperta, si conoscevano solo tre gruppi in cui queste strutture si erano evolute. Questo fossile porta il totale a quattro, come ha spiegato la zoologa Carolin Haug. Ma la cosa ancora più interessante è che le chele di questo insetto non somigliano affatto a quelle degli altri tre gruppi. Il team ha condotto un confronto morfologico massiccio, analizzando oltre 2.000 appendici prensili tra specie viventi ed estinte, e il risultato è stato chiaro: le zampe anteriori di questo animale ricordano molto più da vicino quelle di <strong>crostacei</strong> come granchi, aragoste e gamberetti, piuttosto che quelle di qualsiasi altro insetto conosciuto.</p>
<p>La nuova specie è stata battezzata <strong>Carcinonepa libererrantes</strong>. Il nome del genere unisce il termine greco per &#8220;granchio&#8221; con un riferimento al gruppo delle cimici acquatiche (Nepomorpha). E il nome della specie? Qui la faccenda si fa curiosa: &#8220;libererrantes&#8221; è la latinizzazione di <strong>Stray Kids</strong>, il celebre gruppo K-pop. Secondo Carolin Haug, la posa delle chele del fossile ricorda in modo sorprendente la posa simbolo della band, che è anche il gruppo preferito di una delle autrici dello studio, Fenja Haug.</p>
<h2>Un piccolo predatore nel Cretaceo</h2>
<p>Al di là del nome suggestivo, le implicazioni scientifiche sono notevoli. Il corpo dell&#8217;<strong>insetto preistorico</strong> mostra somiglianze con i moderni Gelastocoridae, noti anche come &#8220;cimici rospo&#8221;, predatori terrestri che vivono nei pressi dell&#8217;acqua. Questo suggerisce che anche <strong>Carcinonepa libererrantes</strong> potesse abitare in una <strong>foresta del Cretaceo</strong>, probabilmente vicino alla costa, cacciando piccoli insetti con le sue chele sovradimensionate.</p>
<p>Quello che colpisce di questa scoperta è il modo in cui l&#8217;evoluzione, a volte, trova soluzioni identiche in organismi completamente diversi. Un insetto che sviluppa pinze da granchio senza alcuna parentela diretta con i granchi racconta molto su come la natura risolve problemi simili in modi convergenti. E il fatto che tutto questo sia rimasto nascosto in un pezzetto di <strong>ambra del Myanmar</strong> per cento milioni di anni, in attesa che qualcuno lo guardasse con gli strumenti giusti, rende il tutto ancora più straordinario.</p>
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		<title>Arota festae, la cavalletta rosa che diventa verde: scoperta incredibile</title>
		<link>https://tecnoapple.it/arota-festae-la-cavalletta-rosa-che-diventa-verde-scoperta-incredibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 17:53:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[botanica]]></category>
		<category><![CDATA[cavalletta]]></category>
		<category><![CDATA[colore]]></category>
		<category><![CDATA[foresta]]></category>
		<category><![CDATA[insetto]]></category>
		<category><![CDATA[mimetismo]]></category>
		<category><![CDATA[sopravvivenza]]></category>
		<category><![CDATA[tropicale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un insetto rosa shocking che diventa verde: la scoperta che riscrive le regole del mimetismo Una cavalletta rosa che si trasforma in verde nel giro di undici giorni. Sembra la trama di un documentario troppo bello per essere vero, eppure è esattamente quello che un gruppo di ricercatori ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un insetto rosa shocking che diventa verde: la scoperta che riscrive le regole del mimetismo</h2>
<p>Una <strong>cavalletta rosa</strong> che si trasforma in verde nel giro di undici giorni. Sembra la trama di un documentario troppo bello per essere vero, eppure è esattamente quello che un gruppo di ricercatori ha documentato nella foresta pluviale di <strong>Panama</strong>. La protagonista si chiama <strong>Arota festae</strong>, un insetto dell&#8217;ordine degli ortotteri noto anche come &#8220;bush cricket&#8221;, specializzato nel mimare le foglie degli alberi tropicali. E quello che ha fatto davanti agli occhi degli scienziati ha lasciato tutti a bocca aperta.</p>
<p>La femmina adulta è stata individuata presso la stazione di ricerca dello <strong>Smithsonian Tropical Research Institute</strong>, sull&#8217;isola di Barro Colorado. Quando è stata avvistata per la prima volta sotto una luce artificiale, il suo colore era un rosa acceso, quasi fluorescente. Undici giorni dopo, era completamente verde. Un team internazionale composto da ricercatori dell&#8217;Università di St Andrews, dell&#8217;<strong>Università di Reading</strong>, dello Smithsonian e dell&#8217;Università di Amsterdam ha seguito la trasformazione giorno per giorno, fotografando l&#8217;insetto per trenta giorni consecutivi. Il rosa vivace ha iniziato a sbiadire dopo quattro giorni, passando a una tonalità pastello prima di completare il viraggio al verde entro l&#8217;undicesimo giorno.</p>
<h2>Non una mutazione, ma una strategia di sopravvivenza raffinatissima</h2>
<p>Fino a oggi, le cavallette rosa erano considerate poco più che curiosità genetiche, anomalie svantaggiose segnalate nella letteratura scientifica fin dal 1878. Questa osservazione ribalta completamente la prospettiva. Secondo lo studio pubblicato sulla rivista <strong>Ecology</strong>, il cambiamento di colore della <strong>Arota festae</strong> potrebbe essere collegato a un fenomeno botanico chiamato &#8220;delayed greening&#8221;: nelle foreste tropicali, molte foglie appena spuntate sono rosa o rosse, e solo col tempo diventano verdi. Sull&#8217;isola di Barro Colorado, circa un terzo delle specie vegetali mostra questo schema durante tutto l&#8217;anno, creando un fondale costante di fogliame rosa che offre copertura perfetta a un insetto dello stesso colore.</p>
<p>Il dottor Benito Wainwright, autore principale dello studio, ha spiegato che trovarsi davanti a questo individuo è stata una sorpresa genuina. Quella che sembrava una bizzarria genetica potrebbe essere in realtà una <strong>strategia di sopravvivenza</strong> finemente calibrata, capace di seguire il ciclo vitale delle foglie che l&#8217;insetto imita.</p>
<h2>Un mimetismo dinamico mai documentato prima</h2>
<p>La cosa davvero senza precedenti è che nessuno aveva mai registrato una transizione cromatica completa all&#8217;interno di una singola fase di vita di una cavalletta. Il dottor Matt Greenwell dell&#8217;Università di Reading, coautore della ricerca, ha sottolineato un aspetto che colpisce: un insetto rosa acceso in una foresta prevalentemente verde dovrebbe risaltare come un operaio con il giubbotto ad alta visibilità. Invece, quel rosa funziona perché replica esattamente il colore delle foglie giovani. E quando quelle foglie maturano, l&#8217;insetto matura con loro, virando al verde.</p>
<p>La femmina di <strong>Arota festae</strong> osservata è sopravvissuta abbastanza a lungo da accoppiarsi, morendo poi di cause naturali il mese successivo. Ma quello che ha lasciato dietro di sé è una lezione potente su quanto la <strong>foresta pluviale tropicale</strong> sia un ecosistema dinamico, dove il <strong>mimetismo</strong> non è statico ma si adatta in tempo reale. Un promemoria, insomma, che la natura riesce ancora a sorprendere chi la studia da una vita intera.</p>
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		<title>Mosca delle nevi: l&#8217;insetto che produce calore per sopravvivere al gelo</title>
		<link>https://tecnoapple.it/mosca-delle-nevi-linsetto-che-produce-calore-per-sopravvivere-al-gelo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antigelo]]></category>
		<category><![CDATA[gelo]]></category>
		<category><![CDATA[genoma]]></category>
		<category><![CDATA[insetto]]></category>
		<category><![CDATA[mosca]]></category>
		<category><![CDATA[neurobiologia]]></category>
		<category><![CDATA[sopravvivenza]]></category>
		<category><![CDATA[termogenesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mosca delle nevi: l'insetto che produce calore per sopravvivere al gelo Esiste un insetto capace di generare calore corporeo come un mammifero e produrre proteine antigelo simili a quelle dei pesci artici. Si chiama mosca delle nevi (Chionea alexandriana), ed è al centro di una scoperta...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La mosca delle nevi: l&#8217;insetto che produce calore per sopravvivere al gelo</h2>
<p>Esiste un insetto capace di generare calore corporeo come un mammifero e produrre <strong>proteine antigelo</strong> simili a quelle dei pesci artici. Si chiama <strong>mosca delle nevi</strong> (Chionea alexandriana), ed è al centro di una scoperta pubblicata il 24 marzo 2026 sulla rivista <strong>Current Biology</strong> da un gruppo di ricercatori della <strong>Northwestern University</strong>. Un piccolo insetto privo di ali, che si muove sulla superficie della neve per accoppiarsi e deporre le uova, capace di restare attivo fino a meno 6 gradi Celsius. Mentre la maggior parte degli insetti cerca riparo e va in letargo quando le temperature scendono sotto lo zero, la mosca delle nevi fa esattamente l&#8217;opposto: preferisce il freddo glaciale e si nasconde quando arriva il caldo.</p>
<p>Il team guidato da Marco Gallio, professore di neurobiologia alla Weinberg College of Arts and Sciences, insieme a Marcus Stensmyr dell&#8217;Università di Lund in Svezia, ha scoperto che questa specie usa una <strong>combinazione di strategie biologiche</strong> mai osservata prima in un insetto. Parliamo di termogenesi cellulare, proteine che bloccano la formazione del ghiaccio e una sensibilità al dolore da freddo drasticamente ridotta. Tutto insieme, nello stesso organismo.</p>
<h2>Geni unici e proteine che fermano il ghiaccio</h2>
<p>Per capire come la mosca delle nevi riesca a sopravvivere, i ricercatori hanno sequenziato per la prima volta il suo <strong>genoma</strong>. E qui le sorprese non sono mancate. Buona parte dei geni identificati non aveva corrispondenze in nessun database conosciuto. Gallio stesso ha ammesso di aver pensato inizialmente di aver sequenziato una specie aliena. In realtà, quei geni così particolari codificano proprio le proteine antigelo, strutturalmente simili a quelle dei pesci artici. Queste proteine si attaccano ai cristalli di ghiaccio e ne impediscono la crescita, proteggendo le cellule dal danno. Per verificarne l&#8217;efficacia, i ricercatori hanno modificato geneticamente dei <strong>moscerini della frutta</strong> inserendo una di queste proteine: il tasso di sopravvivenza al gelo è aumentato in modo significativo.</p>
<p>Ma la mosca delle nevi non si limita a resistere al freddo. Produce anche calore. Le analisi genetiche hanno rivelato geni associati alla <strong>termogenesi mitocondriale</strong>, lo stesso meccanismo che nei mammiferi come marmotte e orsi polari brucia il grasso bruno per generare calore. Durante gli esperimenti, la temperatura interna delle mosche delle nevi risultava costantemente superiore di un paio di gradi rispetto a quella di altri insetti esposti alle stesse condizioni. Niente brividi muscolari, come fanno api e falene: il calore viene prodotto direttamente a livello cellulare, un po&#8217; come accade in alcuni mammiferi e perfino in certe piante.</p>
<h2>Meno dolore, più resistenza al freddo estremo</h2>
<p>C&#8217;è poi un altro aspetto affascinante. La mosca delle nevi sembra percepire molto meno il <strong>dolore da freddo</strong> rispetto ad altri insetti. Un recettore sensoriale chiave, coinvolto nel rilevamento degli stimoli nocivi, risulta circa 30 volte meno sensibile rispetto a quello di zanzare e moscerini della frutta. Questo significa che la mosca delle nevi può tollerare livelli di stress da freddo che paralizzerebbero qualsiasi altra specie comparabile.</p>
<p>Anche pochi gradi in più di temperatura corporea, combinati con la capacità di bloccare la formazione del ghiaccio e una ridotta percezione del dolore, possono fare la differenza tra la vita e la morte in ambienti estremi. Questa breve finestra di calore potrebbe dare alla mosca delle nevi il tempo necessario per trovare un riparo quando le temperature crollano all&#8217;improvviso.</p>
<p>I prossimi passi della ricerca prevedono uno studio più approfondito dei meccanismi di <strong>produzione di calore</strong> a livello cellulare e la mappatura completa delle proteine antigelo prodotte da questa specie. Risultati che potrebbero aprire strade nuove anche nella conservazione di cellule, tessuti e materiali biologici esposti al freddo. Piccola, senza ali, apparentemente insignificante: eppure la mosca delle nevi ha trovato soluzioni che ricordano quelle degli orsi polari e dei pesci dell&#8217;Artico. L&#8217;evoluzione, quando vuole, sa essere incredibilmente creativa.</p>
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