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	<title>JWST Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>James Webb scopre una super Terra rovente simile a Mercurio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 03:54:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il telescopio Webb scopre una super Terra rovente che somiglia a Mercurio Un mondo alieno bollente, senza atmosfera e completamente arido: è quello che il telescopio spaziale James Webb ha appena svelato a circa 48 anni luce dalla Terra. Si tratta di LHS 3844 b, un esopianeta roccioso classificato...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il telescopio Webb scopre una super Terra rovente che somiglia a Mercurio</h2>
<p>Un mondo alieno bollente, senza atmosfera e completamente arido: è quello che il <strong>telescopio spaziale James Webb</strong> ha appena svelato a circa 48 anni luce dalla Terra. Si tratta di <strong>LHS 3844 b</strong>, un esopianeta roccioso classificato come <strong>super Terra</strong> che, a dispetto del nome, non ha proprio nulla in comune con il pianeta su cui viviamo. Assomiglia piuttosto a una versione ingrandita di <strong>Mercurio</strong>, con una superficie scura, desolata e costantemente esposta a radiazioni stellari devastanti.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Nature Astronomy</strong> e guidato da Sebastian Zieba e Laura Kreidberg del Max Planck Institute for Astronomy, ha sfruttato lo strumento MIRI del JWST per analizzare la luce infrarossa emessa direttamente dalla superficie del pianeta. E qui viene la parte affascinante: nessuno ha fotografato LHS 3844 b. Quello che gli scienziati hanno fatto è stato misurare variazioni sottilissime nella luminosità combinata della stella e del pianeta, ricostruendo così uno spettro che racconta di che materiale è fatta quella roccia lontana.</p>
<p>Il risultato? Una superficie scurissima, caldissima (circa 725 gradi Celsius sul lato permanentemente rivolto alla stella) e priva di qualsiasi involucro gassoso. LHS 3844 b orbita attorno a una <strong>nana rossa</strong> in appena 11 ore, a una distanza così ridotta che è difficile persino immaginarsela. Il pianeta è bloccato per marea, quindi una faccia cuoce sempre sotto la luce stellare mentre l&#8217;altra resta immersa nel buio perenne.</p>
<h2>Una crosta che non somiglia affatto a quella terrestre</h2>
<p>Confrontando le osservazioni con modelli computerizzati e librerie di rocce e minerali terrestri, lunari e marziani, il team ha scoperto che questa super Terra non possiede una crosta ricca di silicati come il granito, tipica del nostro pianeta. La Terra, va detto, è un caso unico nel Sistema Solare per quel tipo di composizione, quindi la cosa non è così sorprendente. Però ha implicazioni enormi.</p>
<p>Su di noi, le croste granitiche si formano attraverso processi geologici lunghissimi che coinvolgono <strong>tettonica a placche</strong> e presenza di acqua. Se LHS 3844 b non ha sviluppato niente del genere, significa che probabilmente non ha mai avuto attività tettonica paragonabile alla nostra, e contiene pochissima acqua. Al posto del granito, la superficie sembra composta di <strong>basalto</strong> o roccia simile al mantello terrestre, ricca di magnesio e ferro, con minerali come l&#8217;olivina. Materiale vulcanico, insomma, ma forse non così recente come qualcuno avrebbe potuto sperare.</p>
<h2>Vulcani spenti o superficie fossile?</h2>
<p>Due scenari restano sul tavolo. Nel primo, la super Terra sarebbe ricoperta di basalto relativamente fresco, frutto di un&#8217;attività vulcanica diffusa che avrebbe rinnovato la superficie in tempi geologicamente recenti. Nel secondo, la superficie sarebbe stata plasmata da un&#8217;esposizione prolungatissima allo spazio: meteoriti e radiazioni avrebbero sgretolato le rocce creando uno strato di <strong>regolite scurito</strong>, molto simile a quello che si trova sulla Luna o su Mercurio.</p>
<p>Il dettaglio che fa pendere la bilancia verso la seconda ipotesi è l&#8217;assenza di anidride solforosa. Se ci fosse vulcanismo attivo, MIRI avrebbe probabilmente captato questo gas, tipico delle emissioni vulcaniche. Niente. Silenzio totale. Questo suggerisce che LHS 3844 b sia geologicamente morta da tempo, una roccia antica che fluttua vicinissima alla sua stella senza più alcun segno di vita interna.</p>
<p>Il team sta già programmando nuove osservazioni con il <strong>telescopio Webb</strong> per capire se la superficie sia roccia compatta o materiale polveroso e frammentato. La tecnica prevede di analizzare come la luce viene emessa da angolazioni diverse, un metodo già testato con successo sugli asteroidi del nostro Sistema Solare. Come ha spiegato Kreidberg, la stessa tecnica potrà essere applicata in futuro ad altri esopianeti rocciosi, aprendo una finestra senza precedenti sulla geologia di mondi lontani.</p>
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		<title>TOI-561 b, il pianeta di lava che non dovrebbe avere un&#8217;atmosfera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 11:53:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un mondo di lava con un'atmosfera impossibile: la scoperta su TOI-561 b Il telescopio spaziale James Webb ha riservato una sorpresa che sta facendo discutere la comunità scientifica: il pianeta roccioso TOI-561 b, un mondo infernale dove un anno dura poco più di 10 ore, sembra possedere...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un mondo di lava con un&#8217;atmosfera impossibile: la scoperta su TOI-561 b</h2>
<p>Il telescopio spaziale <strong>James Webb</strong> ha riservato una sorpresa che sta facendo discutere la comunità scientifica: il pianeta roccioso <strong>TOI-561 b</strong>, un mondo infernale dove un anno dura poco più di 10 ore, sembra possedere un&#8217;atmosfera densa e stabile. Una cosa che nessuno si aspettava, considerando le condizioni estreme a cui è sottoposto. Parliamo di un pianeta così vicino alla sua stella da avere un lato perennemente esposto alla luce, con temperature che dovrebbero rendere impossibile trattenere qualsiasi tipo di gas. Eppure, i dati raccolti raccontano una storia diversa.</p>
<p>Un gruppo di astronomi ha analizzato le osservazioni del <strong>James Webb Space Telescope</strong> e ha notato qualcosa di strano: TOI-561 b risulta molto più freddo di quanto ci si aspetterebbe da un pianeta roccioso nudo esposto a quel livello di radiazione stellare. Questa discrepanza termica ha portato i ricercatori a ipotizzare la presenza di un&#8217;<strong>atmosfera spessa</strong> in grado di redistribuire il calore tra il lato illuminato e quello in ombra perenne. Un meccanismo che, sulla carta, non avrebbe dovuto funzionare su un pianeta del genere.</p>
<h2>Un oceano di magma sotto una coperta di gas</h2>
<p>La cosa si fa ancora più interessante quando si guarda sotto la superficie. Secondo i modelli elaborati dal team di ricerca, <strong>TOI-561 b</strong> potrebbe ospitare un vasto <strong>oceano di magma</strong> che interagisce continuamente con l&#8217;atmosfera sovrastante. In pratica, il pianeta si comporterebbe come una gigantesca palla di lava bagnata, ricca di materiali volatili che alimentano e sostengono l&#8217;involucro gassoso. Questa dinamica tra magma e atmosfera è qualcosa di mai osservato prima con questo livello di dettaglio su un <strong>esopianeta roccioso</strong>.</p>
<p>Il fatto che TOI-561 b riesca a mantenere un&#8217;atmosfera nonostante l&#8217;estrema vicinanza alla sua stella apre scenari nuovi per lo studio dei pianeti al di fuori del sistema solare. Fino a oggi si dava per scontato che mondi così irradiati perdessero rapidamente qualsiasi gas. Questa scoperta costringe a ripensare i modelli sulla formazione e l&#8217;evoluzione delle atmosfere planetarie.</p>
<h2>Perché questa scoperta cambia le regole del gioco</h2>
<p>Quello che rende davvero rilevante il caso di TOI-561 b è il suo valore come banco di prova. Se un pianeta in condizioni così proibitive riesce a trattenere un&#8217;atmosfera, allora le possibilità per mondi meno estremi si moltiplicano enormemente. Il <strong>James Webb</strong> sta dimostrando, missione dopo missione, di poter rivelare dettagli che fino a pochi anni fa erano semplicemente fuori portata.</p>
<p>E poi c&#8217;è un aspetto che non va sottovalutato: TOI-561 b orbita attorno a una stella molto antica. Questo significa che il pianeta stesso potrebbe avere miliardi di anni, il che rende ancora più sorprendente la persistenza della sua atmosfera. Non è solo una <strong>curiosità astronomica</strong>: è un pezzo di un puzzle molto più grande che riguarda la comprensione di come i pianeti rocciosi si comportano in ambienti estremi nell&#8217;universo.</p>
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		<title>James Webb scopre un pianeta con un oceano di zolfo fuso: è unico</title>
		<link>https://tecnoapple.it/james-webb-scopre-un-pianeta-con-un-oceano-di-zolfo-fuso-e-unico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 02:53:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un pianeta di zolfo fuso che nessuno si aspettava Il James Webb Space Telescope ha fatto centro ancora una volta, e stavolta la scoperta è davvero fuori dal comune. Un gruppo di astronomi guidato dall'Università di Oxford ha individuato un esopianeta che non somiglia a nulla di già catalogato: si...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un pianeta di zolfo fuso che nessuno si aspettava</h2>
<p>Il <strong>James Webb Space Telescope</strong> ha fatto centro ancora una volta, e stavolta la scoperta è davvero fuori dal comune. Un gruppo di astronomi guidato dall&#8217;Università di Oxford ha individuato un <strong>esopianeta</strong> che non somiglia a nulla di già catalogato: si chiama <strong>L 98-59 d</strong>, orbita attorno a una piccola stella nana rossa a circa 35 anni luce dalla Terra, e nasconde sotto la sua superficie un immenso oceano di <strong>roccia fusa</strong> saturo di zolfo. I risultati dello studio sono stati pubblicati il 16 marzo 2026 sulla rivista Nature Astronomy, e stanno già facendo discutere la comunità scientifica internazionale.</p>
<p>Fino a oggi, un pianeta delle dimensioni di L 98-59 d (circa 1,6 volte la Terra) sarebbe stato classificato in modo piuttosto semplice: o un piccolo mondo gassoso con atmosfera dominata dall&#8217;idrogeno, oppure un pianeta ricco d&#8217;acqua coperto da oceani profondi e ghiacci. Ecco, nessuna delle due opzioni funziona. I dati raccolti dal <strong>JWST</strong> e da osservatori terrestri mostrano una densità sorprendentemente bassa per le sue dimensioni e un&#8217;atmosfera ricca di <strong>idrogeno solforato</strong>, quel gas che sa di uova marce, per capirsi. Non esattamente il tipo di aria che viene voglia di respirare.</p>
<h2>Un oceano di magma che cambia le regole del gioco</h2>
<p>Per capire cosa succede nelle profondità di L 98-59 d, i ricercatori delle università di Oxford, Groningen, Leeds e del Politecnico di Zurigo hanno messo in piedi simulazioni computerizzate che ripercorrono quasi cinque miliardi di anni di evoluzione planetaria. Il quadro che ne emerge è affascinante. Il mantello del pianeta è composto da silicati fusi, simili alla lava terrestre, e si estende per migliaia di chilometri sotto la superficie formando un <strong>oceano di magma</strong> globale. Questa enorme riserva funziona come un gigantesco serbatoio che intrappola grandi quantità di composti solforati nel tempo, rilasciandoli gradualmente nell&#8217;atmosfera attraverso scambi chimici continui.</p>
<p>Le osservazioni del James Webb Space Telescope effettuate nel 2024 hanno rilevato <strong>diossido di zolfo</strong> e altri gas solforati negli strati alti dell&#8217;atmosfera di L 98-59 d. Secondo i modelli del team, questi gas si formano quando la radiazione ultravioletta della stella ospite innesca reazioni chimiche. Nel frattempo, l&#8217;oceano di magma sottostante continua ad assorbire e rilasciare materiali volatili, creando un ciclo che dura da miliardi di anni. Le simulazioni suggeriscono che il pianeta potrebbe essere nato con una dotazione molto più abbondante di materiale volatile e aver somigliato in passato a un sub Nettuno, per poi raffreddarsi e perdere parte della sua atmosfera nel corso del tempo.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>La cosa più intrigante? L 98-59 d potrebbe essere solo il primo esempio di una <strong>classe di pianeti</strong> completamente nuova, dominata dallo zolfo e sostenuta da oceani di magma longevi. Se così fosse, la varietà di mondi presenti nella galassia sarebbe molto più ampia di quanto ipotizzato finora. Come ha sottolineato il professor Raymond Pierrehumbert dell&#8217;Università di Oxford, la possibilità di ricostruire la storia profonda di pianeti che non verranno mai visitati fisicamente, partendo solo da dimensioni, massa e composizione atmosferica, rappresenta un traguardo notevole.</p>
<p>Gli <strong>oceani di magma</strong> sono considerati lo stato iniziale di tutti i pianeti rocciosi, Terra e Marte compresi. Studiarli su mondi lontani come L 98-59 d offre quindi una finestra unica sulle prime fasi della storia del nostro stesso pianeta. Con il flusso crescente di dati dal JWST e le future missioni come Ariel e PLATO, il team prevede di applicare i propri modelli usando anche il machine learning, con l&#8217;obiettivo di mappare la diversità planetaria e collegare ogni mondo alla sua evoluzione primordiale. Pianeti puzzolenti e ribollenti di zolfo potrebbero rivelarsi molto più comuni di quanto chiunque avesse mai immaginato.</p>
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		<title>James Webb scopre la galassia medusa più lontana mai osservata</title>
		<link>https://tecnoapple.it/james-webb-scopre-la-galassia-medusa-piu-lontana-mai-osservata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 10:38:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il James Webb ha scoperto la galassia medusa più lontana mai osservata Una galassia medusa da record è stata individuata nelle profondità dello spazio, e la notizia sta facendo discutere parecchio nella comunità astronomica. Il James Webb Space Telescope ha catturato l'immagine di un oggetto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/james-webb-scopre-la-galassia-medusa-piu-lontana-mai-osservata/">James Webb scopre la galassia medusa più lontana mai osservata</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il James Webb ha scoperto la galassia medusa più lontana mai osservata</h2>
<p>Una <strong>galassia medusa</strong> da record è stata individuata nelle profondità dello spazio, e la notizia sta facendo discutere parecchio nella comunità astronomica. Il <strong>James Webb Space Telescope</strong> ha catturato l&#8217;immagine di un oggetto cosmico davvero particolare: una galassia che sfreccia attraverso un ammasso densissimo, lasciandosi dietro lunghe scie di gas e stelle neonate che ricordano, appunto, i tentacoli di una medusa. La luce di questa galassia ha viaggiato per <strong>8,5 miliardi di anni</strong> prima di raggiungerci. Questo significa che la stiamo osservando com&#8217;era quando l&#8217;universo aveva poco più di un terzo della sua età attuale. E quello che racconta non è esattamente rassicurante: l&#8217;universo primordiale era probabilmente molto più turbolento e violento di quanto si pensasse.</p>
<p>Il gruppo di ricerca dell&#8217;<strong>Università di Waterloo</strong>, guidato dal dottor Ian Roberts, ha individuato questa galassia medusa analizzando i dati raccolti dal JWST nell&#8217;area nota come COSMOS field, una porzione di cielo studiata a fondo da diversi telescopi nel corso degli anni. Quella zona è stata scelta con cura: si trova lontano dal piano affollato della Via Lattea, il che riduce enormemente le interferenze causate da stelle e polveri vicine. In più, è osservabile da entrambi gli emisferi terrestri e non presenta oggetti luminosi in primo piano che possano bloccare la visuale. Insomma, una finestra ideale per guardare lontanissimo.</p>
<p>&#8220;Stavamo setacciando una grande quantità di dati da questa regione ben studiata del cielo, sperando di individuare galassie medusa ancora non catalogate,&#8221; ha spiegato Roberts. &#8220;Nelle prime fasi della nostra ricerca nei dati del JWST, abbiamo notato una galassia medusa distante e mai documentata che ha subito catturato la nostra attenzione.&#8221;</p>
<h2>Stelle giovanissime nate fuori dalla galassia</h2>
<p>La forma della galassia, di per sé, non ha nulla di straordinario: è un disco piuttosto classico. Quello che la rende speciale sono i <strong>grumi blu brillante</strong> sparsi lungo le sue scie. Quei nodi luminosi sono stelle estremamente giovani. E qui viene il bello: la loro età suggerisce che si siano formate al di fuori del corpo principale della galassia, direttamente nel gas che era stato spinto via.</p>
<p>Il meccanismo responsabile si chiama <strong>ram pressure stripping</strong>, traducibile come &#8220;spogliamento da pressione dinamica&#8221;. Quando una galassia attraversa un ammasso pieno di gas caldissimo, quel gas circostante agisce come un vento fortissimo, strappandole via il suo stesso materiale e trascinandolo all&#8217;indietro in lunghe strisce. È esattamente questo processo che conferisce alle galassie medusa il loro aspetto così caratteristico e, va detto, piuttosto spettacolare.</p>
<h2>Un universo primordiale più aggressivo del previsto</h2>
<p>Ed è qui che la scoperta diventa davvero significativa. Fino a poco tempo fa, molti scienziati erano convinti che gli <strong>ammassi di galassie</strong> a quell&#8217;epoca fossero ancora in fase di assemblaggio, troppo immaturi per produrre fenomeni come il ram pressure stripping su larga scala. Questa galassia medusa racconta una storia diversa.</p>
<p>&#8220;Il primo dato importante è che gli ambienti degli ammassi erano già abbastanza ostili da strappare via il gas alle galassie,&#8221; ha commentato Roberts. &#8220;Il secondo è che gli ammassi di galassie potrebbero aver alterato profondamente le proprietà delle galassie molto prima di quanto ci aspettassimo.&#8221; E ha aggiunto un dettaglio che fa riflettere: tutte queste dinamiche potrebbero aver contribuito a costruire la vasta <strong>popolazione di galassie morte</strong> che oggi osserviamo negli ammassi. Galassie che hanno smesso di formare stelle, spente, silenziose.</p>
<p>Se ulteriori ricerche confermeranno questi risultati, potrebbe cambiare radicalmente la comprensione di come gli ambienti cosmici più densi abbiano influenzato l&#8217;<strong>evoluzione delle galassie</strong> miliardi di anni fa. Roberts e il suo team hanno già fatto richiesta di tempo di osservazione aggiuntivo con il JWST per studiare questa galassia medusa ancora più nel dettaglio. Lo studio, pubblicato su The Astrophysical Journal nel marzo 2026, porta un titolo che non lascia dubbi: &#8220;JWST Reveals a Candidate Jellyfish Galaxy at z=1.156.&#8221; Una scoperta che, nel suo piccolo, potrebbe riscrivere un pezzo importante di storia cosmica.</p>
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