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	<title>lisosomi Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Cellule staminali del sangue ringiovanite: la scoperta rivoluzionaria</title>
		<link>https://tecnoapple.it/cellule-staminali-del-sangue-ringiovanite-la-scoperta-rivoluzionaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 03:23:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ematopoietiche]]></category>
		<category><![CDATA[epigenetica]]></category>
		<category><![CDATA[immunitario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cellule staminali del sangue ringiovanite: la scoperta che potrebbe cambiare la medicina anti invecchiamento Rendere giovani delle cellule staminali del sangue ormai invecchiate sembrava fantascienza fino a poco tempo fa. Eppure un gruppo di ricercatori del Mount Sinai di New York ha dimostrato che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Cellule staminali del sangue ringiovanite: la scoperta che potrebbe cambiare la medicina anti invecchiamento</h2>
<p>Rendere giovani delle <strong>cellule staminali del sangue</strong> ormai invecchiate sembrava fantascienza fino a poco tempo fa. Eppure un gruppo di ricercatori del <strong>Mount Sinai</strong> di New York ha dimostrato che è possibile, almeno nei topi, riportare queste cellule a uno stato funzionale giovanile. Il trucco? Intervenire su minuscoli organelli cellulari chiamati <strong>lisosomi</strong>, che funzionano come centri di riciclaggio interni alla cellula. Quando invecchiano, questi lisosomi diventano iperattivi, troppo acidi e danneggiati, innescando una cascata di problemi che compromette la capacità del corpo di rigenerare sangue e difese immunitarie.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Cell Stem Cell</strong> nel maggio 2026, ha preso in esame le cosiddette cellule staminali ematopoietiche, quelle cellule rare e longeve che risiedono nel midollo osseo e che producono tutte le cellule del sangue e del sistema immunitario. Con l&#8217;avanzare dell&#8217;età, queste cellule perdono progressivamente la loro efficienza. Il risultato è un sistema immunitario più debole, una maggiore vulnerabilità alle infezioni e un rischio crescente di sviluppare patologie del sangue, comprese forme pretumorali come l&#8217;<strong>emopoiesi clonale</strong>. Vale la pena ricordare che, secondo i dati del National Cancer Institute, l&#8217;età mediana alla diagnosi di cancro è 67 anni, e l&#8217;invecchiamento resta uno dei fattori di rischio più significativi.</p>
<h2>Come funziona il ringiovanimento delle cellule staminali</h2>
<p>Il team guidato dalla dottoressa Saghi Ghaffari ha scoperto che i lisosomi nelle cellule staminali del sangue invecchiate presentano un&#8217;attività eccessiva e anomala. Questa disfunzione altera l&#8217;equilibrio metabolico e la stabilità epigenetica delle cellule. Utilizzando tecniche avanzate come la trascrittomica a singola cellula, i ricercatori hanno bloccato questa iperattività lisosomiale con un inibitore specifico della <strong>ATPasi vacuolare</strong>. I risultati sono stati notevoli: le cellule staminali vecchie hanno ripreso a comportarsi come cellule giovani e sane, riacquistando la capacità di rigenerarsi, di produrre cellule del sangue e immunitarie in modo equilibrato, e di generare nuove cellule staminali funzionali. Si è osservato anche un miglioramento del metabolismo mitocondriale, una riduzione dell&#8217;infiammazione e pattern epigenetici più sani.</p>
<p>La parte forse più impressionante riguarda i test condotti con un approccio ex vivo, dove le cellule staminali del sangue vengono prelevate, trattate in laboratorio e poi reintrodotte nell&#8217;organismo. In questo scenario, la capacità di formare sangue è aumentata di oltre otto volte. Otto volte. Un dato che fa riflettere sulle potenzialità concrete di questa scoperta.</p>
<h2>Prospettive terapeutiche e prossimi passi</h2>
<p>Le implicazioni vanno ben oltre il laboratorio. Questa ricerca potrebbe aprire la strada a nuove <strong>terapie anti invecchiamento</strong> mirate, a trattamenti per i disturbi del sangue legati all&#8217;età e a un miglioramento significativo degli esiti dei trapianti di cellule staminali nei pazienti anziani. Potrebbe anche perfezionare le procedure di condizionamento utilizzate nella <strong>terapia genica</strong>. Come ha sottolineato la stessa Ghaffari, l&#8217;invecchiamento delle cellule staminali del sangue non è un destino irreversibile: queste cellule hanno la capacità di tornare indietro, di &#8220;rimbalzare&#8221; verso uno stato più giovane.</p>
<p>Il gruppo di ricerca sta ora indagando se la disfunzione lisosomiale nelle cellule staminali invecchiate possa contribuire alla formazione di cellule staminali leucemiche, creando un potenziale collegamento tra invecchiamento cellulare normale e sviluppo del cancro. Una pista che, se confermata, potrebbe ridisegnare la comprensione di come nascono alcune delle malattie più temute. Lo studio ha visto la collaborazione con l&#8217;Imagine Institute e l&#8217;INSERM di Parigi, con finanziamenti dai National Institutes of Health e da altre importanti istituzioni.</p>
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		<title>Scientists discover why cancer drugs don’t work for everyone</title>
		<link>https://tecnoapple.it/scientists-discover-why-cancer-drugs-dont-work-for-everyone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 12:56:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antitumorali]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci]]></category>
		<category><![CDATA[lisosomi]]></category>
		<category><![CDATA[oncologia]]></category>
		<category><![CDATA[PARP]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[spettrometria]]></category>
		<category><![CDATA[tumore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché i farmaci antitumorali non funzionano per tutti: la scoperta che cambia le regole Capita spesso di chiedersi come mai lo stesso farmaco antitumorale possa salvare la vita a una persona e risultare quasi inutile per un'altra. Una domanda che ha tormentato oncologi e ricercatori per anni. Ora,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Perché i farmaci antitumorali non funzionano per tutti: la scoperta che cambia le regole</h2>
<p>Capita spesso di chiedersi come mai lo stesso <strong>farmaco antitumorale</strong> possa salvare la vita a una persona e risultare quasi inutile per un&#8217;altra. Una domanda che ha tormentato oncologi e ricercatori per anni. Ora, uno studio pubblicato su <strong>Nature Communications</strong> dal team del MRC Laboratory of Medical Sciences, guidato dalla dottoressa Louise Fets, offre una risposta sorprendente. Il problema, a quanto pare, non sta solo nel farmaco in sé o nella genetica del paziente. Sta in quello che succede dentro le cellule tumorali, a un livello che finora nessuno aveva osservato con questa precisione.</p>
<p>Il gruppo di ricerca si è concentrato sugli <strong>inibitori di PARP</strong>, una classe di farmaci mirati già ampiamente utilizzati contro il tumore ovarico, mammario e prostatico. Utilizzando campioni di tessuto tumorale ovarico prelevati da pazienti e mantenuti in vita in laboratorio, gli scienziati hanno tracciato il percorso di questi farmaci all&#8217;interno del tumore con strumenti di imaging avanzati. E quello che hanno trovato è stato tutt&#8217;altro che banale. Le mappe ottenute tramite <strong>spettrometria di massa</strong> hanno mostrato differenze enormi nella distribuzione del farmaco, non solo tra pazienti diversi trattati con la stessa dose, ma anche all&#8217;interno dello stesso identico tumore. Alcune zone risultavano sature di farmaco, altre praticamente vergini.</p>
<h2>I lisosomi come serbatoi nascosti</h2>
<p>La chiave di tutto sta nei <strong>lisosomi</strong>, piccole strutture cellulari che normalmente funzionano come centri di riciclaggio della cellula. Alcuni inibitori di PARP, in particolare <strong>rucaparib</strong> e <strong>niraparib</strong>, vengono risucchiati dentro questi compartimenti e lì restano intrappolati, creando una sorta di deposito a rilascio lento. Il risultato è che certe cellule tumorali finiscono per essere esposte a concentrazioni altissime del farmaco, mentre le cellule vicine ne ricevono quantità irrisorie. Non tutti gli inibitori di PARP si comportano così: olaparib, per esempio, non sembra soggetto a questo meccanismo.</p>
<p>La dottoressa Carmen Ramirez Moncayo, prima autrice dello studio, ha dichiarato di essere rimasta colpita dalla <strong>variabilità nell&#8217;accumulo del farmaco</strong> osservata a livello di singola cellula. Un fenomeno guidato proprio dall&#8217;azione dei lisosomi, che funzionano come serbatoi capaci di immagazzinare il farmaco e rilasciarlo gradualmente.</p>
<h2>Cosa significa tutto questo per il futuro delle terapie oncologiche</h2>
<p>Le implicazioni pratiche sono notevoli. Comprendere come i <strong>farmaci antitumorali</strong> vengono assorbiti e distribuiti dentro le cellule potrebbe aprire la strada a strategie terapeutiche più personalizzate. L&#8217;obiettivo, come ha spiegato la stessa Fets, è arrivare un giorno a studiare la firma molecolare del tumore di ciascun paziente per adattare il trattamento in modo davvero su misura. Un approccio che potrebbe ridurre i casi di <strong>resistenza ai farmaci</strong> e migliorare sensibilmente i risultati clinici.</p>
<p>Va detto che lo studio è stato condotto su tessuti tumorali mantenuti al di fuori del corpo. Nei pazienti reali i farmaci viaggiano nel flusso sanguigno e i vasi tumorali sono spesso disorganizzati, il che potrebbe complicare ulteriormente la distribuzione. I prossimi passi prevedono l&#8217;uso di modelli animali e gruppi di pazienti più ampi per capire come interagiscono la struttura del tumore, il <strong>trasporto dei farmaci</strong> e lo stoccaggio lisosomiale in contesti clinici reali, inclusi i tumori recidivanti.</p>
<p>La ricerca è stata finanziata dal Medical Research Council, da Cancer Research UK e dal Victoria&#8217;s Secret Global Fund for Women&#8217;s Cancers. Un lavoro che, senza troppi giri di parole, potrebbe cambiare il modo in cui vengono pensate le <strong>terapie oncologiche</strong> nei prossimi anni.</p>
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		<title>Parkinson, scoperto il meccanismo cellulare che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/parkinson-scoperto-il-meccanismo-cellulare-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 12:55:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[canale]]></category>
		<category><![CDATA[cellule]]></category>
		<category><![CDATA[lisosomi]]></category>
		<category><![CDATA[mutazione]]></category>
		<category><![CDATA[Parkinson]]></category>
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		<category><![CDATA[TMEM175]]></category>
		<category><![CDATA[valvola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una valvola di sicurezza nelle cellule: la scoperta che cambia la comprensione del Parkinson Un gruppo di ricercatori europei ha individuato un meccanismo cellulare legato al morbo di Parkinson che potrebbe aprire strade terapeutiche del tutto nuove. Si tratta del canale ionico TMEM175, una sorta...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una valvola di sicurezza nelle cellule: la scoperta che cambia la comprensione del Parkinson</h2>
<p>Un gruppo di ricercatori europei ha individuato un meccanismo cellulare legato al <strong>morbo di Parkinson</strong> che potrebbe aprire strade terapeutiche del tutto nuove. Si tratta del canale ionico <strong>TMEM175</strong>, una sorta di valvola di troppopieno nascosta nei <strong>lisosomi</strong>, quei piccoli compartimenti che funzionano come centri di riciclaggio all&#8217;interno delle cellule. Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) nel marzo 2026, è il frutto di una collaborazione tra la <strong>LMU di Monaco</strong>, l&#8217;Università di Scienze Applicate di Bonn, la TU Darmstadt e Nanion Technologies.</p>
<p>Per capire la portata della scoperta, bisogna partire da un concetto semplice. I lisosomi scompongono molecole grandi in pezzi più piccoli che la cellula può riutilizzare. Per farlo bene, devono mantenere un ambiente acido al punto giusto. Una proteina specializzata pompa protoni (ioni H+) al loro interno, ma se l&#8217;acidità diventa eccessiva, le cose si complicano. Ed è qui che entra in gioco il canale TMEM175: agisce come una <strong>valvola di sicurezza</strong> che impedisce ai lisosomi di diventare troppo acidi, regolando il flusso di protoni verso l&#8217;esterno.</p>
<p>Quando questo canale funziona correttamente, tutto procede senza intoppi. Ma se una mutazione lo danneggia, il <strong>pH lisosomiale</strong> va fuori controllo. Le proteine non vengono degradate come dovrebbero e si accumulano sostanze tossiche, un processo che può portare alla morte delle cellule nervose. Ed è proprio questo accumulo tossico uno dei meccanismi sospettati da tempo dietro lo sviluppo del Parkinson.</p>
<h2>Un canale misterioso finalmente compreso</h2>
<p>La cosa curiosa è che per anni nessuno sapeva bene cosa facesse il TMEM175. Il nome stesso, che sta per &#8220;proteina transmembrana 175&#8221;, tradisce quanto poco si conoscesse in origine. Gli scienziati dibattevano persino su cosa trasportasse: ioni potassio o protoni? Il team guidato dal professor Christian Grimm e dal dottor Oliver Rauh ha finalmente messo ordine in questa confusione.</p>
<p>Utilizzando la tecnica del <strong>patch clamp</strong>, che permette di misurare l&#8217;attività elettrica delle membrane lisosomiali, i ricercatori hanno dimostrato che TMEM175 trasporta sia ioni potassio sia protoni. E non lo fa a caso. Il canale funziona anche come un sensore di pH: quando l&#8217;acidità raggiunge livelli critici, modifica automaticamente il flusso di protoni per riportare l&#8217;equilibrio. Rauh stesso ha ammesso che tra tutti i canali ionici studiati nella sua carriera, questo è di gran lunga il più bizzarro.</p>
<h2>Verso nuove terapie per le malattie neurodegenerative</h2>
<p>Il legame tra disfunzioni lisosomiali e <strong>malattie neurodegenerative</strong> era già noto da tempo. Quello che mancava era un bersaglio preciso su cui puntare. Adesso quel bersaglio ha un nome. Come sottolineano gli autori dello studio, comprendere il ruolo del canale TMEM175 nella regolazione dell&#8217;acidità lisosomiale offre una &#8220;struttura bersaglio promettente&#8221; per lo <strong>sviluppo di farmaci</strong> capaci di trattare o addirittura prevenire il Parkinson.</p>
<p>Non si tratta ovviamente di una cura dietro l&#8217;angolo. La strada dalla scoperta di base alla terapia è lunga e piena di ostacoli. Ma sapere esattamente dove guardare, e sapere come funziona quel meccanismo cellulare quando va storto, è il tipo di fondamento su cui si costruiscono le svolte della medicina. E questa scoperta sul <strong>morbo di Parkinson</strong>, per quanto tecnica, ha il sapore di qualcosa che potrebbe davvero fare la differenza.</p>
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