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	<title>lobbying Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Apple potrebbe acquistare chip da un&#8217;azienda cinese nella lista nera del Pentagono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 17:55:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Apple potrebbe fare pressioni sulla Casa Bianca per acquistare chip da un'azienda cinese nella lista nera del Pentagono Una notizia che sta facendo parecchio rumore nel mondo tech e nella geopolitica dei semiconduttori. Secondo quanto riportato da diverse fonti, tra cui Cult of Mac, Apple starebbe...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Apple potrebbe fare pressioni sulla Casa Bianca per acquistare chip da un&#8217;azienda cinese nella lista nera del Pentagono</h2>
<p>Una notizia che sta facendo parecchio rumore nel mondo tech e nella geopolitica dei semiconduttori. Secondo quanto riportato da diverse fonti, tra cui Cult of Mac, <strong>Apple</strong> starebbe facendo pressioni sulla <strong>Casa Bianca</strong> per ottenere il via libera all&#8217;acquisto di chip di memoria prodotti da <strong>CXMT</strong>, un&#8217;azienda cinese che figura nella lista nera del <strong>Pentagono</strong>. E sì, suona esattamente strano come sembra.</p>
<p>CXMT, acronimo di ChangXin Memory Technologies, è un produttore cinese di <strong>chip di memoria DRAM</strong> che il Dipartimento della Difesa statunitense ha inserito tra le aziende considerate collegate all&#8217;apparato militare di Pechino. Essere in quella lista significa, in sostanza, che qualsiasi rapporto commerciale con l&#8217;azienda diventa un terreno minato dal punto di vista politico e regolamentare. Eppure Apple, a quanto pare, starebbe cercando di aggirare questo ostacolo attraverso un&#8217;attività di <strong>lobbying</strong> diretta verso l&#8217;amministrazione americana.</p>
<h2>Perché Apple guarderebbe proprio a CXMT</h2>
<p>La risposta è meno complicata di quanto si pensi. Il mercato globale dei chip di memoria è dominato da pochi grandi player, e la domanda continua a crescere in modo esponenziale, spinta dall&#8217;intelligenza artificiale, dai dispositivi mobili e dal cloud computing. Apple ha bisogno di forniture costanti e a prezzi competitivi per i propri iPhone, iPad e Mac. CXMT rappresenterebbe un&#8217;opzione interessante proprio perché potrebbe offrire componenti a costi più bassi rispetto ai concorrenti sudcoreani come <strong>Samsung</strong> e SK Hynix.</p>
<p>Il problema, ovviamente, è tutto politico. Negli Stati Uniti il clima attorno ai rapporti commerciali con la Cina nel settore dei <strong>semiconduttori</strong> resta tesissimo. Washington ha imposto restrizioni sempre più severe sull&#8217;export di tecnologie avanzate verso Pechino, e vedere un colosso americano come Apple cercare di comprare chip da un&#8217;azienda blacklistata dal Pentagono non è esattamente il tipo di notizia che passa inosservata al Congresso.</p>
<h2>Le implicazioni di una mossa del genere</h2>
<p>Se le indiscrezioni venissero confermate, si aprirebbe un dibattito enorme. Da un lato c&#8217;è chi sostiene che le aziende americane debbano avere libertà di approvvigionamento per restare competitive a livello globale. Dall&#8217;altro, i falchi della sicurezza nazionale vedrebbero in questa mossa un rischio inaccettabile, un segnale di dipendenza strategica dalla catena produttiva cinese.</p>
<p>Apple non ha commentato ufficialmente la vicenda, e la Casa Bianca non ha rilasciato dichiarazioni in merito. Ma il solo fatto che questa storia sia emersa racconta molto sulle tensioni che attraversano il settore tech in questo momento. Le aziende si trovano schiacciate tra la necessità di <strong>ridurre i costi</strong> e le pressioni geopolitiche che rendono ogni decisione di supply chain una questione quasi diplomatica.</p>
<p>Resta da vedere se Apple riuscirà effettivamente a ottenere qualche forma di deroga o esenzione. Quello che è certo è che la partita dei semiconduttori tra Stati Uniti e Cina è tutt&#8217;altro che finita, e ogni mossa di un gigante come Apple viene osservata con il microscopio, tanto a Washington quanto a Pechino.</p>
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		<title>Apple e Google affondano la legge californiana sugli app store</title>
		<link>https://tecnoapple.it/apple-e-google-affondano-la-legge-californiana-sugli-app-store/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 04:55:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[antitrust]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apple e Google bloccano la legge californiana sugli app store con un'intensa attività di lobbying La legge che avrebbe impedito ad Apple e Google di favorire le proprie app all'interno dei rispettivi store digitali non vedrà mai la luce. Il motivo? Una massiccia operazione di lobbying che le due...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Apple e Google bloccano la legge californiana sugli app store con un&#8217;intensa attività di lobbying</h2>
<p>La legge che avrebbe impedito ad <strong>Apple</strong> e <strong>Google</strong> di favorire le proprie app all&#8217;interno dei rispettivi store digitali non vedrà mai la luce. Il motivo? Una massiccia operazione di <strong>lobbying</strong> che le due big tech hanno orchestrato con estrema efficacia in California, riuscendo a far naufragare il provvedimento prima ancora che potesse diventare un problema concreto.</p>
<p>Il senatore democratico Scott Wiener aveva presentato il cosiddetto <strong>&#8220;Based Act&#8221;</strong>, un disegno di legge pensato per impedire alle piattaforme tecnologiche di dare visibilità privilegiata ai propri servizi e alle proprie applicazioni quando gli utenti navigano nell&#8217;<strong>App Store</strong> o nel <strong>Google Play Store</strong>. L&#8217;idea, sulla carta, aveva una sua logica chiara: garantire che le app di sviluppatori terzi potessero competere ad armi pari, senza trovarsi sistematicamente svantaggiate rispetto ai prodotti del proprietario della piattaforma. Un principio di equità digitale che, evidentemente, non è piaciuto molto ai diretti interessati.</p>
<h2>Il peso del lobbying delle big tech in California</h2>
<p>Non è certo la prima volta che Apple e Google finiscono nel mirino di legislatori e autorità di regolamentazione. Il tentativo di limitare il dominio di queste aziende nei mercati digitali è ormai un tema ricorrente, sia negli Stati Uniti che in Europa. Eppure, nonostante la crescente pressione politica, le due società continuano a dimostrare una capacità notevole nel proteggere i propri interessi commerciali.</p>
<p>Secondo quanto riportato da <strong>Bloomberg</strong>, la strategia adottata in questo caso è stata quella classica ma sempre efficace del lobbying su larga scala. Un lavoro capillare di pressione politica che ha coinvolto risorse significative e che, alla fine, ha dato i risultati sperati dalle due aziende. Il Based Act è stato sostanzialmente neutralizzato, senza che potesse mai trasformarsi in una reale minaccia per il modello di business che governa gli store digitali.</p>
<h2>Cosa significa per il futuro degli store digitali</h2>
<p>La sconfitta di questa proposta legislativa in <strong>California</strong> solleva interrogativi importanti. Da una parte, Apple e Google possono tirare un sospiro di sollievo, almeno per ora. Dall&#8217;altra, il fatto che proposte simili continuino a emergere dimostra che il tema della concorrenza negli app store resta estremamente caldo. L&#8217;Unione Europea, per esempio, ha già fatto passi molto più decisi con il Digital Markets Act, obbligando le piattaforme ad aprire i propri ecosistemi.</p>
<p>Resta da capire se altri stati americani proveranno a percorrere la stessa strada della California, magari con strategie legislative più robuste e più difficili da contrastare. Per il momento, però, il messaggio è piuttosto netto: quando si tratta di difendere il controllo sui propri store digitali, Apple e Google non badano a spese. E il <strong>lobbying</strong> rimane uno strumento formidabile nel loro arsenale.</p>
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