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	<title>Lucy Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>NASA Lucy svela i segreti dell&#8217;asteroide a forma di arachide che oscilla nello spazio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 16:53:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La missione Lucy della NASA svela i segreti dell'asteroide Donaldjohanson Un asteroide a forma di arachide che oscilla nello spazio come una trottola impazzita, con tracce di acqua antica intrappolate nella sua superficie rocciosa. Non è la trama di un film di fantascienza, ma quello che la...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La missione Lucy della NASA svela i segreti dell&#8217;asteroide Donaldjohanson</h2>
<p>Un <strong>asteroide a forma di arachide</strong> che oscilla nello spazio come una trottola impazzita, con tracce di <strong>acqua antica</strong> intrappolate nella sua superficie rocciosa. Non è la trama di un film di fantascienza, ma quello che la <strong>missione Lucy della NASA</strong> ha scoperto studiando da vicino l&#8217;asteroide <strong>Donaldjohanson</strong>, un oggetto celeste che sta regalando informazioni preziose sulle origini del nostro sistema solare.</p>
<p>Il 20 aprile 2025, la sonda Lucy è passata a circa 1.050 chilometri dall&#8217;asteroide, attraversando la <strong>fascia principale degli asteroidi</strong> mentre era in viaggio verso gli asteroidi Troiani di Giove. Durante il sorvolo, gli strumenti di bordo hanno raccolto immagini ravvicinate e dati scientifici che hanno ribaltato diverse aspettative. Quello che gli astronomi avevano osservato da Terra sembrava un oggetto allungato con una rotazione abbastanza regolare, una volta ogni 10,5 giorni terrestri. La realtà si è rivelata molto più complessa. L&#8217;asteroide Donaldjohanson non ruota attorno a un singolo asse come fanno la maggior parte dei corpi celesti. Si comporta piuttosto come una trottola che oscilla, compiendo una rotazione completa ogni 10,5 giorni e contemporaneamente dondolando avanti e indietro lungo il suo asse principale ogni 26,5 giorni. I risultati dello studio, pubblicati il 18 giugno sulla rivista <strong>Science</strong>, descrivono un oggetto nato circa 155 milioni di anni fa dalla collisione violenta di un corpo più grande. I frammenti prodotti da quell&#8217;impatto si sono lentamente riavvicinati, fondendosi sotto l&#8217;effetto della gravità reciproca fino a formare la struttura bilobata che oggi conosciamo.</p>
<h2>L&#8217;effetto YORP e le tracce di acqua liquida</h2>
<p>Subito dopo la sua formazione, l&#8217;asteroide Donaldjohanson ruotava almeno dieci volte più velocemente. Poi, nel corso di 20/60 milioni di anni, qualcosa lo ha frenato progressivamente. Quel qualcosa è l&#8217;<strong>effetto YORP</strong>, un fenomeno sottile ma costante legato alla luce solare. Quando il Sole riscalda la superficie irregolare di un asteroide, l&#8217;energia viene riemessa sotto forma di radiazione infrarossa. La spinta risultante è minuscola, quasi insignificante nel breve periodo, ma agisce senza sosta per milioni di anni. E su un corpo dalla forma asimmetrica come Donaldjohanson, quelle minuscole forze non si bilanciano, creando una coppia torsionale che nel tempo ne altera la rotazione. Con il rallentamento, l&#8217;equilibrio tra forza centrifuga e gravità è cambiato. Rocce e detriti superficiali si sono spostati lungo i pendii, rimodellando il paesaggio e ammorbidendo i contorni di molti crateri visibili nelle immagini di Lucy.</p>
<p>Ma la sorpresa forse più affascinante riguarda l&#8217;acqua. Gli strumenti della sonda hanno rilevato <strong>minerali argillosi ricchi di ferro</strong> sulla superficie dell&#8217;asteroide. Questi minerali possono formarsi solo in presenza di acqua liquida, anche se gli scienziati ritengono che l&#8217;esposizione sia stata relativamente breve. Il ragionamento è elegante nella sua semplicità: con il tempo, l&#8217;acqua tende a sostituire il ferro nelle argille con altri elementi come il magnesio. Il fatto che le argille di Donaldjohanson siano ancora ricche di ferro suggerisce un contatto limitato nel tempo.</p>
<h2>Un confronto che racconta la storia del sistema solare</h2>
<p>Il paragone con <strong>Bennu</strong> e <strong>Ryugu</strong>, due asteroidi studiati attraverso missioni di raccolta campioni, aiuta a capire quanto sia vario il mondo degli asteroidi anche all&#8217;interno della stessa famiglia. Entrambi contengono argille ricche di magnesio, segno di un&#8217;esposizione all&#8217;acqua molto più prolungata, probabilmente durata milioni di anni quando facevano ancora parte di corpi genitori più grandi. Donaldjohanson è anche molto più giovane: 155 milioni di anni contro 1/2 miliardi stimati per Bennu e Ryugu. E a differenza di questi ultimi, che nel tempo sono migrati verso orbite vicine alla Terra, l&#8217;asteroide Donaldjohanson non ha mai lasciato la fascia principale.</p>
<p>Come ha sottolineato Simone Marchi, vice responsabile scientifico della missione Lucy, ogni differenza tra questi oggetti apparentemente simili rappresenta un indizio in più sulla storia delle origini del <strong>sistema solare</strong>. E quando Lucy raggiungerà i Troiani di Giove, a partire dal sorvolo di Eurybates previsto per il 12 agosto 2027, le cose potrebbero farsi ancora più interessanti. Quegli asteroidi antichi e relativamente immutati potrebbero costringere a ripensare molte delle attuali teorie sulla formazione e migrazione dei pianeti.</p>
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		<title>Crocodylus lucivenator, il coccodrillo che cacciava i parenti di Lucy</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 18:53:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[australopithecus]]></category>
		<category><![CDATA[coccodrillo]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[fossile]]></category>
		<category><![CDATA[Lucy]]></category>
		<category><![CDATA[ominini]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[predatore]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un coccodrillo gigante terrorizzava i parenti di Lucy oltre 3 milioni di anni fa Una nuova specie di coccodrillo gigante appena identificata potrebbe essere stata il predatore più temibile che i nostri antenati abbiano mai incontrato. Il suo nome scientifico è Crocodylus lucivenator, che tradotto...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/crocodylus-lucivenator-il-coccodrillo-che-cacciava-i-parenti-di-lucy/">Crocodylus lucivenator, il coccodrillo che cacciava i parenti di Lucy</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un coccodrillo gigante terrorizzava i parenti di Lucy oltre 3 milioni di anni fa</h2>
<p>Una nuova specie di <strong>coccodrillo gigante</strong> appena identificata potrebbe essere stata il predatore più temibile che i nostri antenati abbiano mai incontrato. Il suo nome scientifico è <strong>Crocodylus lucivenator</strong>, che tradotto significa &#8220;il cacciatore di Lucy&#8221;, e non è stato scelto a caso. Questo rettile viveva nello stesso periodo e nella stessa zona dell&#8217;Etiopia dove camminava <strong>Lucy</strong>, il celebre fossile di <strong>Australopithecus afarensis</strong> scoperto nel 1974. Un animale lungo dai 4 ai 5 metri, con un peso stimato tra i 270 e i 590 chilogrammi, nascosto nelle acque dei fiumi e dei laghi dell&#8217;Africa orientale. In pratica, il peggior incubo possibile per chiunque si avvicinasse alla riva per bere.</p>
<p>Lo studio, pubblicato sul <strong>Journal of Systematic Palaeontology</strong> e guidato dall&#8217;Università dell&#8217;Iowa, racconta la storia di questo predatore da agguato che dominava l&#8217;ecosistema di Hadar, nella regione etiope dell&#8217;Afar, tra 3,4 e 3 milioni di anni fa. Christopher Brochu, professore di Scienze della Terra e Ambientali e autore principale della ricerca, non ha dubbi: era più pericoloso di leoni e iene messi insieme. E quasi certamente cacciava gli ominini che vivevano in quella zona. Se abbia mai provato ad afferrare proprio Lucy, questo non si potrà mai sapere. Ma di sicuro, dice Brochu, vedendo passare un <strong>Australopithecus</strong>, quel coccodrillo pensava a una cosa sola: cena.</p>
<h2>Un muso strano e un gobba misteriosa</h2>
<p>Quello che ha colpito i ricercatori fin dal primo esame dei fossili è stata la morfologia decisamente insolita di questo <strong>coccodrillo</strong>. Brochu, che studia coccodrilli fossili da 35 anni, ha visionato i primi esemplari nel 2016 in un museo di Addis Abeba, e racconta di essere rimasto a bocca aperta. Il <strong>Crocodylus lucivenator</strong> presentava una gobba prominente al centro del muso, una caratteristica che oggi si trova nei coccodrilli americani ma non in quelli del Nilo. Secondo gli studiosi, quella struttura poteva avere un ruolo nei rituali di corteggiamento: il maschio abbassava leggermente la testa davanti alla femmina per esibirla. Anche il muso si estendeva più in avanti rispetto alle narici rispetto ad altri coccodrilli dell&#8217;epoca, ricordando piuttosto le specie moderne.</p>
<p>Per arrivare alla classificazione della nuova specie, il team ha analizzato 121 <strong>reperti fossili</strong> catalogati: crani, denti e frammenti di mascella appartenenti a decine di individui diversi. Tutti recuperati nella <strong>Formazione di Hadar</strong>, uno dei siti più importanti al mondo per la comprensione delle origini umane, dichiarato patrimonio UNESCO nel 1980. Un esemplare in particolare conservava le tracce di uno scontro violento con un altro coccodrillo: ferite parzialmente guarite sulla mascella, segno di morsi al volto durante un combattimento. L&#8217;animale era sopravvissuto, anche se resta impossibile stabilire chi avesse vinto.</p>
<h2>Il re indiscusso dell&#8217;ecosistema di Hadar</h2>
<p>Mentre almeno altre tre specie di coccodrillo popolavano zone più a sud della Rift Valley orientale, il Crocodylus lucivenator sembra aver regnato praticamente da solo nell&#8217;area di Hadar. Christopher Campisano dell&#8217;Arizona State University, coautore dello studio, spiega che durante il Pliocene quell&#8217;ambiente era un mosaico di habitat diversi: boschi aperti e fitti, foreste lungo i corsi d&#8217;acqua, praterie umide, arbusti. Eppure questo <strong>predatore</strong> è una delle poche specie che è riuscita a persistere attraverso tutti quei cambiamenti ambientali, dimostrando una capacità di adattamento notevole.</p>
<p>La ricerca, finanziata dalla National Science Foundation statunitense e dalla Leakey Foundation tra gli altri, aggiunge un tassello fondamentale alla ricostruzione del mondo in cui vivevano i nostri antenati. Non solo savana e bipedismo: anche la costante, concreta minaccia di un coccodrillo gigante appostato nell&#8217;acqua.</p>
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