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	<title>minori Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Meta e Google colpevoli: social media progettati per creare dipendenza nei minori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 18:25:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Meta e Google ritenute responsabili per la dipendenza da social media nei minori Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto che potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra Big Tech e tutela dei minori. Meta e Google sono state ritenute responsabili per aver progettato servizi di social...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Meta e Google ritenute responsabili per la dipendenza da social media nei minori</h2>
<p>Una giuria di Los Angeles ha emesso un verdetto che potrebbe cambiare radicalmente il rapporto tra <strong>Big Tech</strong> e tutela dei minori. <strong>Meta</strong> e <strong>Google</strong> sono state ritenute responsabili per aver progettato servizi di <strong>social media</strong> intenzionalmente costruiti per creare dipendenza, in una causa legale che riguardava una giovane donna identificata come Kaley, diventata dipendente da queste piattaforme quando era ancora una bambina.</p>
<p>Il caso, discusso presso la Corte Superiore di Los Angeles, si è concluso dopo settimane di deliberazioni della giuria, iniziate il 13 marzo. Il processo era partito a gennaio e ha messo sotto i riflettori le pratiche di design delle piattaforme gestite da Meta e Google, accusate di aver deliberatamente inserito meccanismi che alimentano un uso compulsivo, soprattutto tra i più giovani.</p>
<h2>Un precedente che pesa come un macigno</h2>
<p>Il verdetto non è un episodio isolato. Rappresenta piuttosto il primo tassello di un domino potenzialmente devastante per le grandi aziende tecnologiche. Esistono infatti centinaia di <strong>cause legali</strong> ancora pendenti contro queste stesse società, e il fatto che una giuria abbia stabilito la responsabilità diretta di Meta e Google nella creazione di <strong>dipendenza da social media</strong> nei minori offre una base concreta a tutti gli altri ricorrenti.</p>
<p>Il punto centrale della questione non è banale: non si parla di un semplice uso eccessivo dello smartphone, ma di architetture digitali pensate fin dall&#8217;inizio per agganciare l&#8217;attenzione e non lasciarla andare. Notifiche studiate a tavolino, feed infiniti, meccanismi di ricompensa variabile. Tutto calibrato per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme, senza particolare riguardo per l&#8217;età degli utenti.</p>
<p><strong>Mark Zuckerberg</strong>, CEO di Meta, si trova ora in una posizione ancora più delicata. La sua azienda è al centro di un numero crescente di procedimenti legali negli Stati Uniti, e questo verdetto rischia di accelerare un effetto valanga che potrebbe tradursi in risarcimenti miliardari.</p>
<h2>Cosa cambia adesso per le piattaforme social</h2>
<p>Il messaggio che arriva da questa sentenza è piuttosto chiaro: progettare piattaforme che sfruttano la vulnerabilità psicologica dei minori ha delle conseguenze concrete. Per anni le aziende tech hanno potuto ripararsi dietro termini di servizio e dichiarazioni generiche sulla sicurezza. Ora la musica sembra diversa.</p>
<p>Le prossime mosse di Meta e Google saranno osservate con estrema attenzione, sia dal punto di vista legale che da quello delle scelte di <strong>design delle piattaforme</strong>. È probabile che entrambe le aziende presentino ricorso, ma intanto il danno reputazionale è fatto. E soprattutto, per la prima volta, una giuria ha detto nero su bianco che rendere i social media volutamente addictivi non è solo eticamente discutibile, ma giuridicamente perseguibile.</p>
<p>Resta da capire se questo verdetto spingerà anche i legislatori, non solo americani ma anche europei, a intervenire con normative più stringenti sulla <strong>protezione dei minori online</strong>. La sensazione è che qualcosa si stia muovendo davvero.</p>
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		<title>WhatsApp lancia gli account per preadolescenti: ecco come funzionano</title>
		<link>https://tecnoapple.it/whatsapp-lancia-gli-account-per-preadolescenti-ecco-come-funzionano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 07:48:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[crittografia]]></category>
		<category><![CDATA[genitori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>WhatsApp lancia gli account per preadolescenti gestiti dai genitori Gli account WhatsApp per preadolescenti sono finalmente realtà. La piattaforma di messaggistica più usata al mondo ha appena annunciato una novità che molte famiglie aspettavano da tempo: la possibilità di creare profili dedicati...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/whatsapp-lancia-gli-account-per-preadolescenti-ecco-come-funzionano/">WhatsApp lancia gli account per preadolescenti: ecco come funzionano</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>WhatsApp lancia gli account per preadolescenti gestiti dai genitori</h2>
<p>Gli <strong>account WhatsApp per preadolescenti</strong> sono finalmente realtà. La piattaforma di messaggistica più usata al mondo ha appena annunciato una novità che molte famiglie aspettavano da tempo: la possibilità di creare profili dedicati ai più piccoli, con un sistema di <strong>controllo parentale</strong> integrato direttamente nell&#8217;app. Una mossa che arriva in un momento in cui il dibattito sulla sicurezza digitale dei minori è più acceso che mai.</p>
<p>Il funzionamento è piuttosto semplice, almeno sulla carta. Il genitore o il tutore legale deve avere il proprio dispositivo accanto al telefono destinato al figlio. I due account vengono collegati, e da quel momento è l&#8217;adulto a decidere le regole del gioco. Chi può contattare il minore, a quali <strong>gruppi WhatsApp</strong> può unirsi, come vengono gestite le richieste di messaggi da parte di contatti sconosciuti. Tutto passa attraverso un <strong>PIN parentale</strong> impostato sul dispositivo del ragazzo, che impedisce modifiche non autorizzate alle impostazioni di privacy.</p>
<p>Ed è proprio qui che la cosa si fa interessante. Perché WhatsApp ha voluto chiarire un punto che stava a cuore a molti: nonostante i genitori abbiano il controllo su chi può scrivere al proprio figlio, il contenuto delle conversazioni resta privato. La <strong>crittografia end-to-end</strong> non viene toccata, il che significa che nessuno, nemmeno WhatsApp stessa, può leggere o ascoltare i messaggi scambiati. Un equilibrio delicato tra protezione e rispetto della privacy, che non era affatto scontato.</p>
<h2>Una risposta concreta alla questione dei minori online</h2>
<p>Questa funzionalità rappresenta un cambio di passo per <strong>WhatsApp</strong>, che fino a oggi non offriva strumenti specifici per gestire l&#8217;uso della piattaforma da parte dei più giovani. Gli account per preadolescenti arrivano in un periodo in cui diverse autorità europee, comprese quelle italiane, stanno alzando la pressione sulle big tech affinché facciano di più per tutelare i <strong>minori sui social</strong> e sulle app di messaggistica.</p>
<p>Va detto che il sistema non è perfetto. Funziona bene finché il genitore è effettivamente coinvolto nella gestione quotidiana, e richiede una certa familiarità con le impostazioni dell&#8217;app. Ma rispetto al nulla che esisteva prima, è un passo avanti significativo. Tra le altre novità recenti di WhatsApp ci sono anche la cronologia dei messaggi nei gruppi, le chiamate vocali e video via web e una modalità anti spyware, tutti segnali che la piattaforma sta investendo parecchio su sicurezza e <strong>funzionalità avanzate</strong>.</p>
<p>Per chi volesse approfondire, sul sito di supporto ufficiale di WhatsApp sono disponibili guide dettagliate su come configurare e gestire questi nuovi account. La sensazione è che questa sia solo la prima versione di uno strumento destinato a evolversi, magari integrando filtri più granulari o report periodici per i genitori. Per ora, però, il messaggio è chiaro: WhatsApp vuole che anche le famiglie con figli piccoli possano usare la piattaforma senza dover scegliere tra comodità e tranquillità.</p>
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