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	<title>mutazione Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Tumore al pancreas, il farmaco che colpisce il gene &#8220;impossibile</title>
		<link>https://tecnoapple.it/tumore-al-pancreas-il-farmaco-che-colpisce-il-gene-impossibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 00:23:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cancro]]></category>
		<category><![CDATA[chemioterapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tumore al pancreas e il bersaglio che nessuno riusciva a colpire Un nuovo farmaco chiamato daraxonrasib sta riscrivendo le regole della lotta contro il tumore al pancreas, una delle forme di cancro più aggressive e difficili da trattare. Per decenni, la comunità scientifica si è scontrata con un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il tumore al pancreas e il bersaglio che nessuno riusciva a colpire</h2>
<p>Un nuovo farmaco chiamato <strong>daraxonrasib</strong> sta riscrivendo le regole della lotta contro il <strong>tumore al pancreas</strong>, una delle forme di cancro più aggressive e difficili da trattare. Per decenni, la comunità scientifica si è scontrata con un muro apparentemente invalicabile: colpire la mutazione genetica che alimenta oltre il 90% di questi tumori. Quel muro, adesso, sembra avere una breccia enorme.</p>
<p>Il protagonista di questa storia è il gene <strong>KRAS</strong>, responsabile della produzione di proteine che funzionano come interruttori per la crescita cellulare. Quando KRAS muta, e nel tumore al pancreas succede quasi sempre, l&#8217;interruttore resta bloccato in posizione &#8220;acceso&#8221;, ordinando alle cellule tumorali di moltiplicarsi senza sosta. Il problema? La superficie di questa proteina è liscia come il vetro: non offre appigli molecolari a cui un farmaco tradizionale possa agganciarsi. Per questo motivo, generazioni di ricercatori hanno etichettato KRAS come bersaglio <strong>&#8220;undruggable&#8221;</strong>, praticamente impossibile da colpire con i farmaci.</p>
<p>La conseguenza diretta di questa impasse è stata la dipendenza quasi totale dalla <strong>chemioterapia</strong>, che agisce in modo poco selettivo, distruggendo cellule tumorali ma anche tessuti sani, con effetti collaterali spesso pesantissimi. E i risultati, purtroppo, restavano scoraggianti: tra i pazienti diagnosticati con tumore al pancreas metastatico fra il 2015 e il 2021, circa il 97% non sopravviveva oltre cinque anni dalla diagnosi.</p>
<h2>Come funziona daraxonrasib e cosa dicono i dati clinici</h2>
<p>Daraxonrasib fa qualcosa di diverso e piuttosto ingegnoso. Invece di tentare l&#8217;aggancio diretto alla proteina KRAS, il farmaco si lega a una molecola chiamata <strong>ciclofillina A</strong>, che aiuta le proteine a ripiegarsi nella loro struttura tridimensionale definitiva. Questo complesso molecolare riesce poi ad attaccarsi alla proteina KRAS attiva e a spegnerne il segnale di crescita. Una strategia indiretta, certo, ma che si è dimostrata straordinariamente efficace.</p>
<p>I risultati dello <strong>studio clinico di Fase 3</strong>, presentati il 31 maggio 2026 da Revolution Medicines e pubblicati sul New England Journal of Medicine, parlano chiaro. Su 500 pazienti con tumore al pancreas metastatico già trattati in precedenza, daraxonrasib ha quasi raddoppiato la sopravvivenza complessiva: da 6,7 mesi con la chemioterapia standard a <strong>13,2 mesi</strong>. Il rischio di morte si è ridotto del 60%. Numeri che, per una patologia così devastante, rappresentano un salto qualitativo enorme.</p>
<p>Il farmaco si assume per via orale, ogni giorno. Non è privo di effetti collaterali: oltre l&#8217;86% dei pazienti ha sviluppato un evidente rash cutaneo, e molti hanno sperimentato stomatiti, diarrea e nausea. Però, ed è un dettaglio che conta parecchio, i pazienti in trattamento con daraxonrasib hanno interrotto la terapia per effetti avversi gravi molto meno frequentemente rispetto a chi seguiva la chemioterapia, riportando anche una migliore <strong>qualità della vita</strong> e una riduzione del dolore.</p>
<h2>Cosa succede adesso per i pazienti</h2>
<p>Il prossimo passo è l&#8217;approvazione regolatoria. Revolution Medicines utilizzerà questi dati per richiedere l&#8217;autorizzazione alla <strong>FDA</strong> e ad altri enti regolatori internazionali. Trattandosi di una terapia che ha dimostrato un beneficio di sopravvivenza così significativo in una malattia notoriamente resistente ai trattamenti, è molto probabile che venga concessa una revisione accelerata. Se tutto andrà come previsto, il farmaco potrebbe arrivare negli ospedali nel giro di pochi mesi.</p>
<p>Al di là del singolo farmaco, questo risultato apre una prospettiva più ampia. Dimostra che il tumore al pancreas, considerato per così tanto tempo una fortezza inespugnabile, può essere affrontato con <strong>terapie mirate</strong>. Già si parla di futuri studi clinici che combinino gli inibitori di KRAS con altri farmaci, nell&#8217;ottica di prevenire le resistenze che i tumori inevitabilmente sviluppano. Per chi convive con questa diagnosi, e per chi lavora ogni giorno per trovare soluzioni, è un cambiamento di paradigma che era atteso da troppo tempo.</p>
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		<title>Schizofrenia, scoperta la mutazione che intrappola il cervello</title>
		<link>https://tecnoapple.it/schizofrenia-scoperta-la-mutazione-che-intrappola-il-cervello/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 08:53:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[glutammato]]></category>
		<category><![CDATA[mutazione]]></category>
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		<category><![CDATA[talamo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una mutazione genetica potrebbe intrappolare il cervello in una realtà sbagliata La schizofrenia è una delle condizioni psichiatriche più complesse da comprendere, e un nuovo studio potrebbe aver individuato un meccanismo chiave che spiega perché chi ne soffre fatica ad aggiornare la propria...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una mutazione genetica potrebbe intrappolare il cervello in una realtà sbagliata</h2>
<p>La <strong>schizofrenia</strong> è una delle condizioni psichiatriche più complesse da comprendere, e un nuovo studio potrebbe aver individuato un meccanismo chiave che spiega perché chi ne soffre fatica ad aggiornare la propria percezione del mondo. Un team di ricercatori del <strong>MIT</strong> ha scoperto che una specifica <strong>mutazione genetica</strong> altera un circuito cerebrale fondamentale, quello che collega il <strong>talamo mediodorsale</strong> alla corteccia prefrontale. Il risultato? Il cervello resta ancorato a convinzioni superate, anche quando la realtà circostante cambia in modo evidente.</p>
<p>La mutazione riguarda un gene chiamato <strong>grin2a</strong>, già segnalato in precedenti studi genetici su larga scala come associato alla schizofrenia. Questo gene produce una parte del recettore NMDA, una struttura presente sui neuroni e attivata dal neurotrasmettitore glutammato. Quando grin2a non funziona correttamente, il circuito cerebrale che permette di prendere decisioni flessibili si inceppa. Lo studio, pubblicato su <strong>Nature Neuroscience</strong> nell&#8217;aprile 2026, ha dimostrato tutto questo attraverso esperimenti sui topi, mostrando come gli animali portatori della mutazione genetica faticassero ad adattare il proprio comportamento a condizioni che cambiavano gradualmente.</p>
<h2>L&#8217;esperimento che ha svelato il problema</h2>
<p>Per capire come la mutazione genetica influenzi il processo decisionale, i ricercatori hanno progettato un compito piuttosto ingegnoso. Ai topi veniva data la possibilità di scegliere tra due leve: una offriva una ricompensa bassa ma costante, l&#8217;altra inizialmente garantiva una ricompensa molto più alta. Col passare del tempo, però, lo sforzo necessario per ottenere la ricompensa maggiore aumentava progressivamente.</p>
<p>I topi sani si comportavano in modo prevedibile: quando lo sforzo per la leva più vantaggiosa diventava eccessivo, cambiavano strategia e si orientavano verso l&#8217;opzione più semplice. Quelli con la mutazione in grin2a, invece, continuavano a oscillare tra le due opzioni molto più a lungo, ritardando la scelta più <strong>efficiente</strong>. Come ha spiegato Tingting Zhou, ricercatrice al McGovern Institute, nei pazienti con schizofrenia succede qualcosa di analogo: le convinzioni precedenti pesano troppo, e le nuove informazioni non riescono a scalfirle. Il cervello, in pratica, resta bloccato su una versione della realtà che non esiste più.</p>
<h2>Una strada verso nuove terapie</h2>
<p>La parte più promettente dello studio riguarda ciò che è successo dopo. Utilizzando l&#8217;<strong>optogenetica</strong>, una tecnica che permette di attivare specifici neuroni tramite la luce, il team è riuscito a riattivare il circuito compromesso nel talamo mediodorsale. E i topi hanno ricominciato a comportarsi normalmente, aggiornando le proprie scelte in base alle condizioni ambientali.</p>
<p>Anche se solo una piccola percentuale dei pazienti con schizofrenia presenta mutazioni nel gene grin2a, i ricercatori ritengono che la disfunzione di questo circuito talamocorticale possa rappresentare un meccanismo condiviso, alla base dei <strong>deficit cognitivi</strong> che caratterizzano molti casi della malattia. Guoping Feng, professore al MIT e tra gli autori senior dello studio, ha sottolineato come questo circuito sia con ogni probabilità uno dei meccanismi che contribuiscono alla compromissione cognitiva tipica della schizofrenia.</p>
<p>Il passo successivo? Il team sta già lavorando per identificare componenti specifici all&#8217;interno di questo circuito che possano essere bersagliati con farmaci mirati. Se la strada si rivelerà percorribile, potrebbe aprire scenari del tutto nuovi nel trattamento di una malattia che ancora oggi resta estremamente difficile da gestire, soprattutto sul fronte dei sintomi cognitivi, quelli che i farmaci attuali faticano maggiormente a controllare.</p>
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		<title>Parkinson, scoperto il meccanismo cellulare che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/parkinson-scoperto-il-meccanismo-cellulare-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 12:55:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[canale]]></category>
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		<category><![CDATA[valvola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una valvola di sicurezza nelle cellule: la scoperta che cambia la comprensione del Parkinson Un gruppo di ricercatori europei ha individuato un meccanismo cellulare legato al morbo di Parkinson che potrebbe aprire strade terapeutiche del tutto nuove. Si tratta del canale ionico TMEM175, una sorta...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una valvola di sicurezza nelle cellule: la scoperta che cambia la comprensione del Parkinson</h2>
<p>Un gruppo di ricercatori europei ha individuato un meccanismo cellulare legato al <strong>morbo di Parkinson</strong> che potrebbe aprire strade terapeutiche del tutto nuove. Si tratta del canale ionico <strong>TMEM175</strong>, una sorta di valvola di troppopieno nascosta nei <strong>lisosomi</strong>, quei piccoli compartimenti che funzionano come centri di riciclaggio all&#8217;interno delle cellule. Lo studio, pubblicato sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) nel marzo 2026, è il frutto di una collaborazione tra la <strong>LMU di Monaco</strong>, l&#8217;Università di Scienze Applicate di Bonn, la TU Darmstadt e Nanion Technologies.</p>
<p>Per capire la portata della scoperta, bisogna partire da un concetto semplice. I lisosomi scompongono molecole grandi in pezzi più piccoli che la cellula può riutilizzare. Per farlo bene, devono mantenere un ambiente acido al punto giusto. Una proteina specializzata pompa protoni (ioni H+) al loro interno, ma se l&#8217;acidità diventa eccessiva, le cose si complicano. Ed è qui che entra in gioco il canale TMEM175: agisce come una <strong>valvola di sicurezza</strong> che impedisce ai lisosomi di diventare troppo acidi, regolando il flusso di protoni verso l&#8217;esterno.</p>
<p>Quando questo canale funziona correttamente, tutto procede senza intoppi. Ma se una mutazione lo danneggia, il <strong>pH lisosomiale</strong> va fuori controllo. Le proteine non vengono degradate come dovrebbero e si accumulano sostanze tossiche, un processo che può portare alla morte delle cellule nervose. Ed è proprio questo accumulo tossico uno dei meccanismi sospettati da tempo dietro lo sviluppo del Parkinson.</p>
<h2>Un canale misterioso finalmente compreso</h2>
<p>La cosa curiosa è che per anni nessuno sapeva bene cosa facesse il TMEM175. Il nome stesso, che sta per &#8220;proteina transmembrana 175&#8221;, tradisce quanto poco si conoscesse in origine. Gli scienziati dibattevano persino su cosa trasportasse: ioni potassio o protoni? Il team guidato dal professor Christian Grimm e dal dottor Oliver Rauh ha finalmente messo ordine in questa confusione.</p>
<p>Utilizzando la tecnica del <strong>patch clamp</strong>, che permette di misurare l&#8217;attività elettrica delle membrane lisosomiali, i ricercatori hanno dimostrato che TMEM175 trasporta sia ioni potassio sia protoni. E non lo fa a caso. Il canale funziona anche come un sensore di pH: quando l&#8217;acidità raggiunge livelli critici, modifica automaticamente il flusso di protoni per riportare l&#8217;equilibrio. Rauh stesso ha ammesso che tra tutti i canali ionici studiati nella sua carriera, questo è di gran lunga il più bizzarro.</p>
<h2>Verso nuove terapie per le malattie neurodegenerative</h2>
<p>Il legame tra disfunzioni lisosomiali e <strong>malattie neurodegenerative</strong> era già noto da tempo. Quello che mancava era un bersaglio preciso su cui puntare. Adesso quel bersaglio ha un nome. Come sottolineano gli autori dello studio, comprendere il ruolo del canale TMEM175 nella regolazione dell&#8217;acidità lisosomiale offre una &#8220;struttura bersaglio promettente&#8221; per lo <strong>sviluppo di farmaci</strong> capaci di trattare o addirittura prevenire il Parkinson.</p>
<p>Non si tratta ovviamente di una cura dietro l&#8217;angolo. La strada dalla scoperta di base alla terapia è lunga e piena di ostacoli. Ma sapere esattamente dove guardare, e sapere come funziona quel meccanismo cellulare quando va storto, è il tipo di fondamento su cui si costruiscono le svolte della medicina. E questa scoperta sul <strong>morbo di Parkinson</strong>, per quanto tecnica, ha il sapore di qualcosa che potrebbe davvero fare la differenza.</p>
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		<title>Mutazione genetica dell&#8217;alta quota potrebbe riparare i danni ai nervi</title>
		<link>https://tecnoapple.it/mutazione-genetica-dellalta-quota-potrebbe-riparare-i-danni-ai-nervi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 19:15:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[altitudine]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[mutazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una mutazione genetica legata all'alta quota potrebbe aprire nuove strade per riparare i danni ai nervi Una mutazione genetica che aiuta il cervello a funzionare correttamente ad alta quota potrebbe nascondere un segreto ben più grande di quanto si pensasse. Secondo nuovi esperimenti condotti sui...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una mutazione genetica legata all&#8217;alta quota potrebbe aprire nuove strade per riparare i danni ai nervi</h2>
<p>Una <strong>mutazione genetica</strong> che aiuta il cervello a funzionare correttamente ad alta quota potrebbe nascondere un segreto ben più grande di quanto si pensasse. Secondo nuovi esperimenti condotti sui topi, questa variante del DNA potrebbe indicare una strada concreta per <strong>riparare i danni ai nervi</strong>, aprendo scenari davvero interessanti nel campo della <strong>neuroriparazione</strong>.</p>
<p>La scoperta arriva da un filone di ricerca che negli ultimi anni ha attirato sempre più attenzione: lo studio degli adattamenti genetici delle popolazioni che vivono stabilmente sopra i 4.000 metri, come quelle tibetane o andine. Il loro organismo ha sviluppato nel tempo una serie di modifiche biologiche per sopravvivere in condizioni di <strong>ossigeno ridotto</strong>. Tra queste, una mutazione genetica specifica sembra proteggere il <strong>tessuto nervoso</strong> dallo stress causato dalla scarsa disponibilità di ossigeno. E qui le cose si fanno interessanti anche per chi vive a livello del mare.</p>
<h2>Cosa hanno scoperto gli esperimenti sui topi</h2>
<p>Il gruppo di ricerca ha isolato questa variante genetica e l&#8217;ha studiata in modelli animali, osservando qualcosa di notevole. I topi portatori della mutazione genetica mostravano una capacità superiore di <strong>rigenerazione nervosa</strong> dopo un danno. In pratica, le cellule nervose danneggiate riuscivano a ripararsi più velocemente e in modo più efficace rispetto a quelle dei topi privi della variante.</p>
<p>Non si tratta ancora di una terapia pronta per l&#8217;uso, va detto chiaramente. Però il meccanismo biologico che sta dietro questa protezione potrebbe essere replicato o stimolato farmacologicamente. È un po&#8217; come aver trovato un interruttore nascosto: adesso la sfida è capire come attivarlo senza dover modificare il DNA di nessuno.</p>
<p>Quello che rende questa scoperta particolarmente promettente è il collegamento tra <strong>adattamento all&#8217;altitudine</strong> e neuroprotezione. Fino a poco tempo fa, si pensava che i benefici di queste mutazioni riguardassero quasi esclusivamente il sistema cardiovascolare e la produzione di globuli rossi. Invece la mutazione genetica in questione agisce direttamente sulle cellule del sistema nervoso, proteggendole e favorendone il recupero.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>Le malattie e le lesioni che coinvolgono il <strong>sistema nervoso</strong> restano tra le più difficili da trattare. Dai traumi spinali alle neuropatie periferiche, la capacità del corpo umano di riparare i nervi danneggiati è estremamente limitata. Qualsiasi pista che possa migliorare questa capacità merita attenzione seria.</p>
<p>Se ulteriori studi confermeranno i risultati ottenuti nei topi, la mutazione genetica legata all&#8217;alta quota potrebbe diventare un punto di partenza per sviluppare <strong>nuovi trattamenti neurologici</strong>. Il percorso dalla ricerca di base alla clinica è lungo e pieno di ostacoli, questo è noto. Ma ogni tanto capita di inciampare in qualcosa che vale davvero la pena esplorare fino in fondo. E questa sembra essere una di quelle volte.</p>
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