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	<title>paleoclimatologia Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Malaria, ha plasmato l&#8217;evoluzione umana: la scoperta che cambia tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 20:23:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La malaria non ha solo ucciso i primi esseri umani: ha plasmato chi siamo diventati La malaria potrebbe aver silenziosamente guidato l'evoluzione umana, costringendo i nostri antenati a separarsi in diverse regioni dell'Africa. Una scoperta che ribalta parecchie certezze su come la nostra specie si...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La malaria non ha solo ucciso i primi esseri umani: ha plasmato chi siamo diventati</h2>
<p>La <strong>malaria</strong> potrebbe aver silenziosamente guidato l&#8217;<strong>evoluzione umana</strong>, costringendo i nostri antenati a separarsi in diverse regioni dell&#8217;Africa. Una scoperta che ribalta parecchie certezze su come la nostra specie si è formata. Perché no, non è stato solo il clima a decidere dove vivevano i primi esseri umani. C&#8217;era anche una malattia, vecchia quanto noi, a dettare le regole del gioco.</p>
<p>Uno studio pubblicato su <strong>Science Advances</strong> da un team di ricercatori del <strong>Max Planck Institute of Geoanthropology</strong>, dell&#8217;Università di Cambridge e di altri istituti ha analizzato l&#8217;impatto della malaria causata dal <strong>Plasmodium falciparum</strong> sugli insediamenti umani tra 74.000 e 5.000 anni fa. Un arco temporale enorme, che precede sia la grande espansione dell&#8217;umanità fuori dall&#8217;Africa sia la diffusione dell&#8217;agricoltura, evento che poi avrebbe cambiato radicalmente le dinamiche di trasmissione della malattia. La cosa interessante è che, fino ad oggi, la comunità scientifica aveva spiegato la distribuzione delle popolazioni antiche quasi esclusivamente in base ai fattori climatici. Questa ricerca aggiunge un tassello fondamentale: le <strong>malattie infettive</strong> hanno avuto un ruolo altrettanto decisivo.</p>
<h2>Come la malaria ha influenzato gli insediamenti e la diversità genetica</h2>
<p>Il gruppo di ricerca ha utilizzato modelli di distribuzione delle specie applicati a tre grandi complessi di zanzare vettore, incrociando questi dati con modelli paleoclimatici e informazioni epidemiologiche. Il risultato? Una mappa del rischio di trasmissione della malaria nell&#8217;<strong>Africa subsahariana</strong> attraverso i millenni. Confrontando questa mappa con le ricostruzioni degli ambienti abitabili dai primi esseri umani, è emerso un pattern chiaro: le popolazioni evitavano sistematicamente, o non riuscivano a restare, nelle aree dove il rischio di malaria era particolarmente elevato.</p>
<p>Questa dinamica, protratta per decine di migliaia di anni, ha frammentato i gruppi umani sul territorio africano. E la frammentazione ha avuto conseguenze profonde. Le popolazioni separate hanno avuto meno occasioni di incontrarsi, mescolarsi e scambiare materiale genetico. La <strong>diversità genetica</strong> che osserviamo oggi nella nostra specie porta anche questa impronta.</p>
<h2>Ripensare il ruolo delle malattie nella preistoria</h2>
<p>Come ha spiegato la professoressa Eleanor Scerri del Max Planck Institute, questo studio apre nuove frontiere nella ricerca sull&#8217;evoluzione umana. Le malattie raramente sono state considerate un fattore determinante nella preistoria più antica della nostra specie. E senza DNA antico disponibile per quei periodi così remoti, era difficile verificare questa ipotesi. Ora le cose cambiano.</p>
<p>Il professor Andrea Manica dell&#8217;Università di Cambridge ha sottolineato un punto cruciale: clima e barriere fisiche non erano le uniche forze in campo. La malaria ha contribuito attivamente a modellare la <strong>struttura demografica</strong> delle popolazioni umane, con effetti che si sono accumulati per almeno 74.000 anni, e probabilmente molto di più.</p>
<p>Quello che emerge da questa ricerca è un quadro più complesso e affascinante delle nostre origini. La malaria non è stata soltanto una minaccia da cui difendersi: è stata una forza invisibile che ha plasmato la geografia umana, la genetica e, in ultima analisi, l&#8217;identità stessa della nostra specie. Un promemoria potente di quanto le malattie abbiano sempre fatto parte della storia dell&#8217;umanità, non come semplice ostacolo, ma come autentico motore di cambiamento.</p>
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		<title>Groenlandia, il mistero del platino nei ghiacci ha una nuova spiegazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 12:53:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[climatico]]></category>
		<category><![CDATA[cometa]]></category>
		<category><![CDATA[eruzioni]]></category>
		<category><![CDATA[ghiaccio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un mistero climatico vecchio 12.800 anni nascosto nei ghiacci della Groenlandia Un picco anomalo di platino sepolto nelle profondità della calotta glaciale della Groenlandia ha alimentato per anni una delle teorie più affascinanti della paleoclimatologia: l'idea che una cometa o un asteroide avesse...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un mistero climatico vecchio 12.800 anni nascosto nei ghiacci della Groenlandia</h2>
<p>Un picco anomalo di <strong>platino</strong> sepolto nelle profondità della <strong>calotta glaciale della Groenlandia</strong> ha alimentato per anni una delle teorie più affascinanti della paleoclimatologia: l&#8217;idea che una cometa o un asteroide avesse colpito la Terra circa 12.800 anni fa, scatenando un improvviso ritorno a condizioni glaciali noto come <strong>Younger Dryas</strong>. Ora però una nuova ricerca, pubblicata su PLOS One nel settembre 2025, ribalta completamente questa narrazione. Il colpevole non arriverebbe dallo spazio, ma dal sottosuolo. E più precisamente, dai <strong>vulcani islandesi</strong>.</p>
<p>La storia parte da una carota di ghiaccio estratta nell&#8217;ambito del Greenland Ice Sheet Project (GISP2). Nel 2013, analizzando quei campioni, un gruppo di scienziati trovò concentrazioni insolitamente alte di platino in uno strato risalente a circa 12.800 anni fa. Il rapporto tra platino e iridio era strano: i meteoriti contengono solitamente molto iridio, ma qui non ce n&#8217;era quasi traccia. Qualcosa non tornava. E da quel momento, il dibattito non si è più fermato.</p>
<h2>Eruzioni vulcaniche, non impatti cosmici</h2>
<p>Per capire l&#8217;origine di quel segnale chimico, i ricercatori dell&#8217;Università di Durham hanno analizzato 17 campioni di pomice vulcanica provenienti dai depositi del <strong>Laacher See</strong>, un vulcano tedesco che eruttò più o meno nello stesso periodo. L&#8217;ipotesi era che quella eruzione potesse spiegare il picco di platino. Ma i risultati sono stati netti: la pomice del Laacher See conteneva livelli di platino praticamente nulli, al limite della rilevabilità strumentale. Quindi nemmeno quel vulcano poteva essere la fonte.</p>
<p>Poi è arrivato un altro indizio decisivo, legato alla tempistica. Le datazioni aggiornate delle <strong>carote di ghiaccio</strong> mostrano che il picco di platino si verificò circa 45 anni dopo l&#8217;inizio dello Younger Dryas. Troppo tardi per averlo causato. E non si trattava nemmeno di un evento istantaneo: i livelli elevati di platino persistettero per circa 14 anni, suggerendo un processo prolungato nel tempo. Esattamente quello che ci si aspetterebbe da un&#8217;<strong>eruzione a fessura</strong> in Islanda, il tipo di attività vulcanica che può durare anni o addirittura decenni.</p>
<p>Confrontando la chimica del ghiaccio con altri campioni geologici, la corrispondenza migliore è emersa con i condensati di gas vulcanici, in particolare quelli associati ad attività vulcanica sottomarina. L&#8217;acqua di mare, interagendo con le eruzioni, può rimuovere composti solforati e concentrare metalli come il platino nei gas vulcanici, che poi viaggiano nell&#8217;atmosfera fino a depositarsi sulle calotte glaciali distanti.</p>
<h2>E allora cosa scatenò davvero lo Younger Dryas?</h2>
<p>Se il picco di platino non fu la causa del raffreddamento, resta la domanda più grande: cosa lo provocò? Qui la ricerca offre un&#8217;altra pista interessante. Nelle carote di ghiaccio della Groenlandia esiste un enorme picco di <strong>solfato vulcanico</strong> che coincide con precisione con l&#8217;inizio del raffreddamento, circa 12.870 anni fa. Questa eruzione, che provenga dal Laacher See o da un vulcano ancora non identificato, rilasciò quantità di zolfo nell&#8217;atmosfera paragonabili alle eruzioni più potenti della storia documentata.</p>
<p>Lo zolfo nella stratosfera riflette la luce solare e raffredda il pianeta. In un momento in cui il <strong>clima terrestre</strong> era già in una fase di transizione delicatissima tra condizioni glaciali e interglaciali, quell&#8217;iniezione di aerosol vulcanici potrebbe aver innescato una cascata di effetti: espansione del ghiaccio marino, spostamento dei venti, interruzione della circolazione oceanica.</p>
<p>Capire come eventi passati abbiano provocato cambiamenti climatici così bruschi non è solo un esercizio accademico. Le grandi eruzioni vulcaniche e gli impatti di meteoriti sono rari su scala umana, ma inevitabili su scale temporali geologiche. Sapere come la Terra ha reagito in passato aiuta a prepararsi meglio per le conseguenze di future perturbazioni globali. E a volte, la spiegazione più semplice è anche quella giusta: non serviva una cometa. Bastava un vulcano.</p>
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