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	<title>parassiti Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Api ibride in California potrebbero salvare gli alveari: ecco perché</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 10:23:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le api ibride della California del Sud: una speranza concreta contro il declino degli alveari Un'ape ibrida unica nel suo genere, che prospera nel sud della California, potrebbe rappresentare una svolta per salvare le popolazioni di api in difficoltà in tutto il mondo. Non si tratta di un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le api ibride della California del Sud: una speranza concreta contro il declino degli alveari</h2>
<p>Un&#8217;<strong>ape ibrida</strong> unica nel suo genere, che prospera nel sud della California, potrebbe rappresentare una svolta per salvare le <strong>popolazioni di api</strong> in difficoltà in tutto il mondo. Non si tratta di un esperimento di laboratorio né di un progetto di ingegneria genetica. È qualcosa di molto più affascinante: la natura che trova da sola una via d&#8217;uscita.</p>
<p>Il contesto è noto a chiunque segua anche solo di sfuggita le notizie ambientali. Gli apicoltori statunitensi perdono ogni anno numeri impressionanti di <strong>colonie</strong>, e il principale responsabile ha un nome ben preciso: l&#8217;<strong>acaro Varroa</strong>. Questo parassita si attacca alle api, ne indebolisce il sistema immunitario e trasmette virus devastanti. Per contrastarlo, la stragrande maggioranza degli apicoltori ricorre a <strong>trattamenti chimici</strong>, con tutti i limiti e gli effetti collaterali che questo comporta. Eppure, nel sud della California, qualcosa di diverso sta accadendo sotto il radar.</p>
<h2>Api selvatiche e resistenza naturale: cosa rende speciale questa popolazione</h2>
<p>Le <strong>api ibride</strong> californiane sono il risultato di un incrocio spontaneo tra api selvatiche e diversi ceppi di api importate nel corso dei decenni. Nessuno le ha progettate. Si sono semplicemente adattate, generazione dopo generazione, alle condizioni locali. E il risultato è sorprendente: queste api portano un carico di <strong>acari Varroa</strong> significativamente inferiore rispetto alle colonie gestite in modo convenzionale. Non sono immuni, questo va detto chiaramente. Ma la differenza è abbastanza marcata da ridurre drasticamente la necessità di interventi chimici.</p>
<p>La cosa ancora più interessante riguarda il meccanismo alla base di questa resistenza. Sembra che tutto cominci molto presto, già nella fase larvale. Le <strong>larve</strong> di queste api ibride risultano meno attraenti per i parassiti. È come se il loro profilo biologico rendesse più difficile per gli acari completare il proprio ciclo riproduttivo. Un vantaggio enorme, se confermato su scala più ampia.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero per il futuro dell&#8217;apicoltura</h2>
<p>Quello che rende questa storia davvero rilevante non è solo la resistenza in sé, ma il fatto che emerga da una <strong>selezione naturale</strong> spontanea. Le api ibride della California del Sud dimostrano che la biodiversità genetica all&#8217;interno delle popolazioni di api non è un dettaglio accademico. È una risorsa concreta, forse la più potente di cui disponiamo per affrontare la crisi degli impollinatori.</p>
<p>Per gli <strong>apicoltori</strong>, questo potrebbe significare un cambio di prospettiva radicale. Invece di puntare tutto su trattamenti e su razze selezionate per la produttività, valorizzare i ceppi locali adattati potrebbe rivelarsi una strategia più sostenibile nel lungo periodo. Certo, servono ancora molte ricerche per capire fino a che punto questi tratti siano trasferibili ad altre regioni e condizioni climatiche. Ma il segnale è forte, e vale la pena ascoltarlo.</p>
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		<title>Caffeina rende le formiche più intelligenti: la scoperta sorprendente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 20:54:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La caffeina rende le formiche più intelligenti: una scoperta che potrebbe rivoluzionare il controllo dei parassiti La caffeina non sveglia solo gli esseri umani al mattino. A quanto pare, funziona anche sulle formiche, e gli effetti sono tutt'altro che banali. Uno studio pubblicato sulla rivista...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La caffeina rende le formiche più intelligenti: una scoperta che potrebbe rivoluzionare il controllo dei parassiti</h2>
<p>La <strong>caffeina</strong> non sveglia solo gli esseri umani al mattino. A quanto pare, funziona anche sulle <strong>formiche</strong>, e gli effetti sono tutt&#8217;altro che banali. Uno studio pubblicato sulla rivista <strong>iScience</strong> ha dimostrato che le formiche argentine, una delle specie invasive più problematiche al mondo, diventano significativamente più efficienti nel trovare il cibo quando la loro soluzione zuccherina contiene dosi moderate di caffeina. Non si muovono più velocemente, attenzione. Semplicemente, seguono percorsi più diretti, come se sapessero esattamente dove andare. Il tempo di percorrenza si riduce fino al <strong>38 percento</strong>. E questo apre scenari davvero interessanti per il <strong>controllo dei parassiti</strong>.</p>
<p>La ricerca arriva dall&#8217;Università di Regensburg, guidata dal biologo computazionale Henrique Galante. L&#8217;idea di partenza era semplice quanto geniale: se le formiche imparano più in fretta dove si trova un&#8217;esca, torneranno prima, lasceranno più <strong>tracce di feromoni</strong>, attireranno più compagne e diffonderanno il veleno nella colonia prima che qualcuna si accorga del pericolo. Le formiche argentine rappresentano un grattacapo enorme per agricoltori e gestori ambientali. Le esche avvelenate tradizionali spesso falliscono perché le colonie le ignorano o le abbandonano troppo presto. Aggiungere caffeina potrebbe cambiare radicalmente questa dinamica.</p>
<h2>Come è stato condotto l&#8217;esperimento</h2>
<p>Il gruppo di ricerca ha progettato un esperimento controllato piuttosto ingegnoso. Le formiche attraversavano un piccolo ponte costruito con mattoncini Lego per raggiungere una superficie di test, dove trovavano una goccia di soluzione zuccherina con concentrazioni diverse di <strong>caffeina</strong>: zero, 25 ppm, 250 ppm oppure 2.000 ppm. La dose più bassa corrisponde a quella presente naturalmente nelle piante, quella intermedia è paragonabile a una bevanda energetica, mentre la più alta è potenzialmente tossica. In totale, 142 formiche hanno completato quattro prove ciascuna, e tra una prova e l&#8217;altra la superficie veniva sostituita per impedire che seguissero le proprie tracce chimiche.</p>
<p>I risultati parlano chiaro. Le formiche che bevevano solo zucchero non miglioravano granché col passare delle prove. Quelle esposte a 25 ppm riducevano il tempo di foraggiamento del 28 percento a ogni visita. A 250 ppm, il miglioramento toccava il 38 percento. Per dare un&#8217;idea concreta: una formica che inizialmente impiegava 300 secondi per raggiungere il premio, con la dose intermedia arrivava a completare il percorso in appena 54 secondi nell&#8217;ultima prova. La dose più alta, invece, non produceva lo stesso beneficio.</p>
<h2>Non più veloci, ma più concentrate</h2>
<p>Il punto affascinante è che la velocità di spostamento restava identica in tutti i gruppi. Le formiche sotto effetto di caffeina non correvano di più. Prendevano semplicemente strade più dritte, con meno deviazioni, segno di una <strong>memoria spaziale</strong> potenziata e di una maggiore capacità di apprendimento. Come ha spiegato Galante, queste formiche sanno dove vogliono andare, il che significa che hanno effettivamente imparato la posizione della ricompensa.</p>
<p>Prima di entusiasmarsi troppo, va detto che servono ancora verifiche sul campo. Il team sta già testando esche potenziate con caffeina in ambienti esterni in Spagna, valutando anche come la caffeina interagisce con il veleno stesso. Ma il potenziale è enorme. Se questa strategia dovesse funzionare su larga scala, il <strong>controllo dei parassiti</strong> basato sulle esche potrebbe diventare molto più efficace, sfruttando un composto economico, abbondante e già presente in natura. A volte, le rivoluzioni partono da una tazzina. O da una goccia.</p>
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		<title>Salmone in scatola di 40 anni svela un segreto sugli oceani</title>
		<link>https://tecnoapple.it/salmone-in-scatola-di-40-anni-svela-un-segreto-sugli-oceani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 05:53:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Salmone in scatola vecchio di 40 anni rivela segnali inattesi di recupero degli oceani Aprire una lattina di salmone in scatola conservata per decenni non è esattamente l'idea che viene in mente quando si pensa alla ricerca scientifica d'avanguardia. Eppure è proprio quello che ha fatto un gruppo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Salmone in scatola vecchio di 40 anni rivela segnali inattesi di recupero degli oceani</h2>
<p>Aprire una lattina di <strong>salmone in scatola</strong> conservata per decenni non è esattamente l&#8217;idea che viene in mente quando si pensa alla ricerca scientifica d&#8217;avanguardia. Eppure è proprio quello che ha fatto un gruppo di ricercatori dell&#8217;<strong>Università di Washington</strong>, trasformando vecchie conserve in vere e proprie capsule del tempo sulla salute degli oceani. Il risultato? Quei vermetti parassiti che nessuno vorrebbe trovare nel proprio piatto potrebbero essere la prova che gli <strong>ecosistemi marini</strong> stanno meglio di quanto si pensasse.</p>
<p>La ricercatrice Natalie Mastick, oggi al Peabody Museum of Natural History di Yale, ha avuto un&#8217;intuizione decisamente fuori dagli schemi durante il suo dottorato. Invece di cercare campioni moderni, ha messo le mani su 178 lattine di salmone in scatola provenienti dal Golfo dell&#8217;Alaska e da Bristol Bay, con filetti raccolti nell&#8217;arco di 42 anni. Il suo team le ha aperte una per una, dissezionando con cura il pesce conservato per contare i <strong>parassiti anisakidi</strong> presenti nella carne. Piccoli vermi di circa un centimetro, spesso arrotolati nel muscolo del pesce, resi innocui dal processo di inscatolamento ma incredibilmente utili dal punto di vista scientifico.</p>
<h2>Perché più parassiti possono significare un oceano più sano</h2>
<p>Sembra controintuitivo, lo sappiamo. Trovare vermi nel salmone non è esattamente rassicurante. Ma la scienza racconta una storia diversa. Chelsea Wood, professoressa associata di scienze acquatiche all&#8217;Università di Washington, lo spiega con una chiarezza disarmante: la presenza degli anisakidi è un segnale che il pesce proviene da un <strong>ecosistema sano</strong>. Questi parassiti hanno un ciclo vitale complesso che coinvolge molteplici ospiti. Partono come organismi liberi nell&#8217;oceano, vengono ingeriti dal krill, passano ai pesci piccoli, poi a quelli più grandi come il salmone, e alla fine raggiungono i <strong>mammiferi marini</strong> dove si riproducono. Se anche uno solo di questi anelli manca, il ciclo si interrompe e il numero di parassiti cala.</p>
<p>I risultati, pubblicati sulla rivista <strong>Ecology and Evolution</strong>, parlano chiaro: i livelli di anisakidi nel salmone chum e nel salmone rosa sono aumentati tra il 1979 e il 2021. Nel salmone coho e nel salmone rosso, invece, sono rimasti stabili. L&#8217;aumento potrebbe essere legato al Marine Mammal Protection Act del 1972, che ha permesso a foche, leoni marini, orche e altri mammiferi marini di riprendersi dopo anni di declino. Più mammiferi marini significa più occasioni per i parassiti di completare il loro ciclo riproduttivo, e quindi numeri in crescita.</p>
<h2>Una finestra sul passato degli oceani nascosta nelle lattine</h2>
<p>Le lattine di salmone in scatola analizzate nello studio provenivano dalla Seafood Products Association di Seattle, che le aveva conservate per anni a scopo di controllo qualità prima di renderle disponibili alla ricerca. Il team ha dovuto sviluppare tecniche specifiche per analizzare i campioni: separare i filetti con pinzette e usare un microscopio da dissezione per individuare e contare i vermi con precisione.</p>
<p>Per chi si preoccupa della propria cena: gli esseri umani non fanno parte del <strong>ciclo vitale degli anisakidi</strong>. Il pesce cotto correttamente non presenta rischi. Il discorso cambia con il pesce crudo o poco cotto, dove questi parassiti, noti anche come &#8220;vermi del sushi&#8221;, possono causare sintomi simili a un&#8217;intossicazione alimentare.</p>
<p>La cosa più affascinante di questo studio è il metodo. I ricercatori credono che lo stesso approccio possa essere applicato ad altri prodotti ittici conservati, come le sardine in scatola, aprendo una finestra completamente nuova sulla storia degli ecosistemi marini. Wood lo dice senza mezzi termini: queste scoperte arrivano solo quando si ha il coraggio di cercare <strong>fonti di dati storici</strong> dove nessuno aveva pensato di guardare. A volte la scienza migliore nasce proprio così, da un&#8217;idea che sembra assurda finché qualcuno non la prende sul serio.</p>
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		<title>Perdita di appetito quando si è malati: la scoperta che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/perdita-di-appetito-quando-si-e-malati-la-scoperta-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 14:55:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché quando ci si ammala sparisce la fame: la scoperta che cambia tutto La perdita di appetito durante le infezioni è un'esperienza che praticamente chiunque conosce bene. Quel momento in cui il cibo smette di interessare, anche quando i sintomi peggiori sembrano già passati. Per anni la scienza...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Perché quando ci si ammala sparisce la fame: la scoperta che cambia tutto</h2>
<p>La <strong>perdita di appetito durante le infezioni</strong> è un&#8217;esperienza che praticamente chiunque conosce bene. Quel momento in cui il cibo smette di interessare, anche quando i sintomi peggiori sembrano già passati. Per anni la scienza ha cercato di capire cosa succede davvero nel corpo quando scatta questo meccanismo, e ora un gruppo di ricercatori della <strong>University of California San Francisco</strong> ha trovato una risposta sorprendente. Lo studio, pubblicato su <strong>Nature</strong> il 25 marzo 2026, svela un sistema di comunicazione tra intestino e cervello più sofisticato di quanto si pensasse, e potrebbe aprire la strada a nuove terapie per diversi disturbi digestivi.</p>
<p>Il punto di partenza è semplice: milioni di persone nel mondo convivono con infezioni parassitarie croniche e perdono progressivamente l&#8217;interesse per il cibo. Ma nessuno aveva mai capito con precisione quale fosse il percorso biologico dietro questa <strong>perdita di appetito</strong>. David Julius, premio Nobel per la Fisiologia o Medicina nel 2021, lo ha spiegato così: la domanda non era solo come il sistema immunitario combatte i parassiti, ma come recluta il sistema nervoso per modificare il comportamento.</p>
<h2>Il dialogo nascosto tra cellule dell&#8217;intestino e cervello</h2>
<p>Il meccanismo ruota attorno a due tipi di cellule piuttosto rare presenti nell&#8217;<strong>intestino</strong>. Le <strong>cellule tuft</strong> funzionano come sentinelle: individuano i parassiti e attivano le difese immunitarie. Le <strong>cellule enterocromaffini</strong> (EC), invece, rilasciano segnali chimici che stimolano le vie nervose collegate al cervello. Il problema era capire se questi due tipi di cellule comunicassero tra loro in modo diretto.</p>
<p>Koki Tohara, ricercatore post dottorato alla UCSF, ha usato un approccio ingegnoso: cellule sensore ingegnerizzate piazzate accanto alle cellule tuft sotto il microscopio. Quando queste ultime venivano esposte al succinato, una sostanza rilasciata dai vermi parassiti, le cellule sensore si illuminavano. Le cellule tuft stavano rilasciando <strong>acetilcolina</strong>, una molecola di segnalazione normalmente associata ai neuroni. E quando l&#8217;acetilcolina raggiungeva le cellule EC coltivate in laboratorio, queste rispondevano producendo <strong>serotonina</strong>, che a sua volta attivava le fibre del nervo vago, il collegamento diretto tra intestino e cervello.</p>
<p>In pratica, le cellule tuft fanno qualcosa che di solito fanno solo i neuroni, ma con un meccanismo completamente diverso. Una scoperta che ha sorpreso anche gli stessi ricercatori.</p>
<h2>Perché la fame non sparisce subito ma solo dopo qualche giorno</h2>
<p>C&#8217;è un dettaglio che rende tutto ancora più interessante. La perdita di appetito durante le infezioni non è immediata, e ora si capisce il perché. Le cellule tuft rilasciano acetilcolina in due fasi distinte. Prima arriva un breve impulso iniziale, quasi un segnale di allerta. Poi, man mano che la risposta immunitaria si rafforza e il numero di cellule tuft aumenta, parte un rilascio lento e costante, abbastanza potente da attivare le cellule EC e inviare al cervello il messaggio di smettere di mangiare.</p>
<p>Come ha spiegato Julius, l&#8217;intestino aspetta di confermare che la minaccia sia reale e persistente prima di comunicare al cervello di cambiare comportamento. È un sistema elegante, quasi prudente.</p>
<p>I test sui topi hanno confermato tutto: quelli con cellule tuft funzionanti mangiavano progressivamente meno durante l&#8217;infezione, mentre quelli incapaci di produrre acetilcolina nelle cellule tuft continuavano ad alimentarsi normalmente. La connessione tra questo <strong>percorso di segnalazione intestinale</strong> e la perdita di appetito è quindi diretta e verificata.</p>
<p>Le implicazioni vanno ben oltre le infezioni parassitarie. Le cellule tuft si trovano anche nelle vie respiratorie, nella cistifellea e nel sistema riproduttivo. Alterazioni in questo percorso appena identificato potrebbero avere un ruolo nella <strong>sindrome dell&#8217;intestino irritabile</strong>, nelle intolleranze alimentari e nel dolore viscerale cronico. Richard Locksley, immunologo della UCSF, ha sottolineato che controllare i segnali prodotti dalle cellule tuft potrebbe diventare una strategia terapeutica concreta per gestire diverse risposte fisiologiche legate a queste condizioni.</p>
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		<title>Scimmie delle nevi: cosa succede davvero al loro corpo nelle terme</title>
		<link>https://tecnoapple.it/scimmie-delle-nevi-cosa-succede-davvero-al-loro-corpo-nelle-terme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 12:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le terme naturali delle scimmie delle nevi nascondono effetti sorprendenti sul loro corpo Le scimmie delle nevi del Giappone, quelle che tutti abbiamo visto almeno una volta in foto mentre se ne stanno immerse fino al collo nelle pozze fumanti, fanno qualcosa di molto più complesso di quello che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le terme naturali delle scimmie delle nevi nascondono effetti sorprendenti sul loro corpo</h2>
<p>Le <strong>scimmie delle nevi</strong> del Giappone, quelle che tutti abbiamo visto almeno una volta in foto mentre se ne stanno immerse fino al collo nelle pozze fumanti, fanno qualcosa di molto più complesso di quello che sembra. Non si tratta solo di scaldarsi quando fuori fa un freddo pazzesco. Secondo uno studio condotto dall&#8217;<strong>Università di Kyoto</strong> e pubblicato sulla rivista Primates nel marzo 2026, quei bagni caldi stanno silenziosamente modificando l&#8217;ecosistema invisibile che vive sopra e dentro di loro. Parliamo di <strong>parassiti</strong>, <strong>pidocchi</strong> e <strong>batteri intestinali</strong>. Roba che non si vede a occhio nudo, ma che racconta tantissimo sulla salute di questi animali.</p>
<p>La cosa che colpisce di più, forse, è quanto sia controintuitivo il risultato principale. Verrebbe da pensare che condividere una vasca calda con decine di altri individui aumenti il rischio di trasmettere malattie o parassiti. Invece no. Le scimmie delle nevi che fanno il bagno regolarmente nelle <strong>sorgenti termali</strong> non mostrano tassi di infezione parassitaria più alti rispetto a quelle che restano all&#8217;asciutto. Questo dato, da solo, mette in discussione parecchie assunzioni che la scienza dava quasi per scontate.</p>
<h2>Cosa succede davvero sotto la superficie dell&#8217;acqua</h2>
<p>Il team guidato dal ricercatore Abdullah Langgeng si è spostato al Parco delle Scimmie di <strong>Jigokudani</strong>, nella prefettura di Nagano, e per due inverni consecutivi ha osservato un gruppo di femmine di macaco giapponese. Alcune si immergevano spesso, altre quasi mai. La squadra ha combinato osservazioni dirette del comportamento con analisi dei parassiti e sequenziamento del <strong>microbioma intestinale</strong>. Un lavoro certosino, perché l&#8217;obiettivo era capire se il bagno termale influenzi quello che in gergo scientifico si chiama &#8220;olobionte&#8221;, cioè il sistema biologico composto dall&#8217;animale e da tutti i microrganismi che ci vivono associati.</p>
<p>E qualcosa è emerso. Le scimmie delle nevi che si immergevano mostravano pattern diversi nella distribuzione dei pidocchi sul corpo. Come se l&#8217;acqua calda interferisse con l&#8217;attività dei parassiti esterni o con i punti in cui depongono le uova. Sul fronte intestinale, la diversità complessiva dei batteri era simile tra i due gruppi, ma alcune specie batteriche risultavano più comuni nelle scimmie che evitavano le terme. Un segnale sottile, certo, ma significativo.</p>
<p>Langgeng lo ha detto in modo piuttosto chiaro: il comportamento non è solo una risposta all&#8217;ambiente. Fa molto di più. Modifica attivamente il modo in cui questi animali interagiscono con i microbi e i parassiti che portano addosso. Non è una cosa da poco, se ci si pensa.</p>
<h2>Lezioni che valgono anche per gli esseri umani</h2>
<p>Questa ricerca rappresenta uno dei primi studi a collegare un <strong>comportamento naturale</strong> in un primate selvatico con cambiamenti misurabili sia negli ectoparassiti sia nel microbioma intestinale. E apre una finestra interessante anche per noi. Le abitudini igieniche umane, il bagno in primis, influenzano l&#8217;esposizione ai microbi in modi che spesso sottovalutiamo. L&#8217;idea che condividere fonti d&#8217;acqua porti automaticamente a un aumento delle malattie viene messa in discussione, almeno in condizioni naturali.</p>
<p>Le scimmie delle nevi di Jigokudani, insomma, stanno facendo qualcosa che va oltre il semplice comfort termico. Ogni volta che scivolano dentro quelle pozze fumanti, stanno rimodellando un equilibrio biologico delicatissimo. Un equilibrio che la scienza sta appena iniziando a comprendere, e che potrebbe offrire spunti preziosi su come il <strong>comportamento</strong> abbia plasmato, nel corso dell&#8217;evoluzione, la salute di molte specie sociali. Compresa la nostra.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/scimmie-delle-nevi-cosa-succede-davvero-al-loro-corpo-nelle-terme/">Scimmie delle nevi: cosa succede davvero al loro corpo nelle terme</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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