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	<title>peso Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Il pane fa ingrassare anche senza mangiare di più: lo dice la scienza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 22:54:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[calorie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pane fa ingrassare anche senza mangiare di più: lo dice la scienza Che il pane facesse discutere nelle diete non è certo una novità. Ma uno studio appena pubblicato sulla rivista Molecular Nutrition &#38; Food Research aggiunge un tassello che cambia parecchio la prospettiva: il pane e altri...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il pane fa ingrassare anche senza mangiare di più: lo dice la scienza</h2>
<p>Che il <strong>pane</strong> facesse discutere nelle diete non è certo una novità. Ma uno studio appena pubblicato sulla rivista <strong>Molecular Nutrition &amp; Food Research</strong> aggiunge un tassello che cambia parecchio la prospettiva: il pane e altri alimenti ricchi di <strong>carboidrati</strong> come riso e farina di frumento potrebbero favorire l&#8217;<strong>aumento di peso</strong> anche quando le calorie totali non aumentano. Non è una questione di quanto si mangia, ma di come il corpo reagisce a ciò che riceve. E questo, francamente, è un dato che merita attenzione.</p>
<p>Il gruppo di ricerca, guidato dal professor Shigenobu Matsumura della <strong>Osaka Metropolitan University</strong>, ha condotto esperimenti su topi suddivisi in diversi gruppi alimentari. Alcuni avevano accesso al mangime standard, altri potevano scegliere tra il mangime e alimenti come pane, farina di frumento o farina di riso. Il risultato? I topi hanno letteralmente abbandonato il cibo standard per buttarsi sui carboidrati. Una preferenza netta, quasi totale. E nonostante l&#8217;apporto calorico complessivo fosse sostanzialmente invariato, il peso corporeo e la massa grassa sono aumentati in modo significativo.</p>
<h2>Non è questione di calorie, ma di metabolismo</h2>
<p>Ecco dove la faccenda si fa davvero interessante. I ricercatori hanno utilizzato la <strong>calorimetria indiretta</strong> con analisi dei gas respiratori per capire cosa stesse succedendo a livello metabolico. E quello che è emerso ribalta un po&#8217; la narrazione classica: i topi non ingrassavano perché mangiavano troppo, ma perché il loro organismo bruciava meno energia. Il <strong>dispendio energetico</strong> calava, e nel frattempo nel sangue aumentavano gli acidi grassi mentre gli aminoacidi essenziali diminuivano. Nel fegato, poi, si accumulava grasso e si attivavano geni legati alla produzione di acidi grassi e al trasporto dei lipidi.</p>
<p>Dettaglio non trascurabile: i topi che consumavano farina di riso ingrassavano in modo simile a quelli nutriti con farina di frumento. Questo suggerisce che il problema non sia specifico del grano, ma legato alla forte preferenza per i carboidrati in generale e alle modifiche metaboliche che ne derivano. Come ha spiegato lo stesso professor Matsumura, l&#8217;aumento di peso sembra dipendere più dalla <strong>preferenza alimentare</strong> verso i carboidrati che da un effetto peculiare del frumento.</p>
<h2>Cosa succede quando si cambia rotta</h2>
<p>C&#8217;è anche una buona notizia, però. Quando la farina di frumento è stata rimossa dalla dieta dei topi, sia il peso corporeo che le alterazioni metaboliche sono migliorati rapidamente. Il che lascia pensare che passare da un&#8217;alimentazione sbilanciata verso i carboidrati a una più <strong>equilibrata</strong> possa fare la differenza, e anche piuttosto in fretta.</p>
<p>Il team di ricerca ha già annunciato i prossimi passi: verificare se questi stessi meccanismi si applicano anche agli esseri umani, studiando l&#8217;effetto di cereali integrali, fibre alimentari, combinazioni con proteine e grassi, metodi di lavorazione e perfino l&#8217;orario dei pasti. L&#8217;obiettivo dichiarato è costruire una base scientifica solida per trovare quel punto di equilibrio tra gusto e salute che, diciamolo, resta la sfida più complicata di tutte.</p>
<p>Lo studio è stato pubblicato nel febbraio 2026 e, pur trattandosi di ricerca su modelli animali, apre interrogativi concreti su come vengono strutturate le diete quotidiane di milioni di persone. Perché se il <strong>pane</strong> e il riso possono rallentare il metabolismo senza che nemmeno ce ne si accorga, forse vale la pena ripensare non tanto a quanto si mangia, ma a cosa finisce nel piatto ogni giorno.</p>
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		<title>Digiuno notturno e colazione presto: il legame col peso che non ti aspetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 17:24:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[alimentazione]]></category>
		<category><![CDATA[BMI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mangiare presto e digiunare più a lungo di notte: due abitudini legate al peso corporeo secondo un nuovo studio Il segreto per mantenere un peso corporeo sano potrebbe non dipendere soltanto da cosa si mette nel piatto, ma anche da quando lo si fa. Uno studio pubblicato sull'International Journal...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Mangiare presto e digiunare più a lungo di notte: due abitudini legate al peso corporeo secondo un nuovo studio</h2>
<p>Il segreto per mantenere un <strong>peso corporeo</strong> sano potrebbe non dipendere soltanto da cosa si mette nel piatto, ma anche da quando lo si fa. Uno studio pubblicato sull&#8217;International Journal of Behavioral Nutrition and Physical Activity ha analizzato le <strong>abitudini alimentari</strong> di oltre 7.000 adulti spagnoli, arrivando a una conclusione piuttosto interessante: chi allunga il <strong>digiuno notturno</strong> e fa <strong>colazione presto</strong> tende ad avere un indice di massa corporea più basso nel tempo. E no, non si tratta dell&#8217;ennesima moda passeggera legata al digiuno intermittente. La faccenda è un po&#8217; più sfumata di così.</p>
<p>La ricerca è stata condotta dal <strong>Barcelona Institute for Global Health</strong> (ISGlobal), con il supporto della Fondazione &#8220;la Caixa&#8221;, e si basa sui dati della coorte GCAT | Genomes for Life, gestita dall&#8217;Istituto di ricerca Germans Trias i Pujol. Nel 2018 i partecipanti, tutti di età compresa tra i 40 e i 65 anni, hanno fornito informazioni dettagliate su peso, altezza, orari dei pasti, stile di vita e condizione socioeconomica. Cinque anni dopo, nel 2023, oltre 3.000 di loro sono tornati per controlli di follow up, permettendo ai ricercatori di tracciare l&#8217;evoluzione nel tempo.</p>
<h2>Il ruolo della cronoalimentazione e dei ritmi circadiani</h2>
<p>Quello che emerge è abbastanza chiaro: mangiare nelle prime ore della giornata sembra più in linea con i <strong>ritmi circadiani</strong>, quei meccanismi biologici interni che regolano il ciclo sonno veglia e tutta una serie di processi fisiologici collegati. Secondo Luciana Pons Muzzo, ricercatrice di ISGlobal al momento dello studio, allungare il digiuno notturno potrebbe favorire una migliore regolazione dell&#8217;appetito e un consumo calorico più efficiente. Ma, ed è un punto importante, la ricercatrice stessa avverte che è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive.</p>
<p>Interessante anche il capitolo sulle differenze di genere. Le donne coinvolte nello studio avevano generalmente un peso corporeo inferiore, seguivano più fedelmente la <strong>dieta mediterranea</strong> e bevevano meno alcol. Allo stesso tempo, però, riportavano una salute mentale peggiore e un carico maggiore nella gestione domestica e familiare. Tra gli uomini, invece, è emerso un sottogruppo particolare: individui che consumavano il primo pasto dopo le 14:00, digiunando circa 17 ore. Questi soggetti erano più inclini a fumare, meno attivi fisicamente e con livelli di istruzione più bassi. Un pattern che tra le donne non si è osservato.</p>
<h2>Saltare la colazione non è la stessa cosa</h2>
<p>E qui arriva il punto che smonta un po&#8217; di narrazione superficiale sul <strong>digiuno intermittente</strong>. Come spiega Camille Lassale, ricercatrice di ISGlobal e coautrice senior dello studio, saltare la colazione per allungare il digiuno non ha mostrato effetti positivi sul peso corporeo. Anzi, altri studi su persone con obesità hanno confermato che questa strategia, sul lungo periodo, non funziona meglio della semplice riduzione delle calorie. Il digiuno notturno funziona quando è accompagnato da una cena anticipata e una colazione presto al mattino, non quando diventa una scusa per saltare pasti.</p>
<p>Lo studio si inserisce nel filone della <strong>cronoalimentazione</strong>, un campo emergente che studia non solo cosa si mangia, ma anche a che ora e con quale frequenza. Ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano già mostrato che cenare e fare colazione presto è associato a un rischio inferiore di malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Il messaggio, per quanto ancora da consolidare con ulteriori evidenze, è piuttosto coerente: rispettare gli orari naturali del corpo conta. Forse più di quanto si pensi.</p>
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		<title>BMI sbaglia categoria di peso per un adulto su tre: lo svela uno studio italiano</title>
		<link>https://tecnoapple.it/bmi-sbaglia-categoria-di-peso-per-un-adulto-su-tre-lo-svela-uno-studio-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:23:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[BMI]]></category>
		<category><![CDATA[classificazione]]></category>
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		<category><![CDATA[grasso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il BMI sbaglia classificazione per oltre un terzo degli adulti: lo dice uno studio italiano Quella formula semplice che incrocia peso e altezza, il famoso BMI, potrebbe raccontare una storia sbagliata per tantissime persone. Uno studio condotto da ricercatori italiani e presentato al Congresso...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il BMI sbaglia classificazione per oltre un terzo degli adulti: lo dice uno studio italiano</h2>
<p>Quella formula semplice che incrocia peso e altezza, il famoso <strong>BMI</strong>, potrebbe raccontare una storia sbagliata per tantissime persone. Uno studio condotto da ricercatori italiani e presentato al Congresso Europeo sull&#8217;Obesità ha messo nero su bianco un dato che fa riflettere: più di un terzo degli adulti viene inserito nella <strong>categoria di peso</strong> sbagliata quando ci si affida solo al <strong>BMI</strong>. E non parliamo di errori marginali.</p>
<p>La ricerca, pubblicata sulla rivista <strong>Nutrients</strong>, ha coinvolto 1351 adulti tra i 18 e i 98 anni, tutti valutati presso l&#8217;Università di Verona. Il punto chiave è il confronto tra la classificazione tradizionale dell&#8217;OMS basata sul BMI e le misurazioni effettuate con la <strong>DXA</strong> (assorbimetria a raggi X a doppia energia), considerata il metodo di riferimento assoluto per misurare la <strong>percentuale di grasso corporeo</strong>. Il risultato? Le due classificazioni spesso non coincidono, e la discrepanza è tutt&#8217;altro che trascurabile.</p>
<h2>Dove il BMI fallisce di più</h2>
<p>Tra le persone etichettate come obese dal BMI, il 34% in realtà rientrava nella categoria sovrappeso secondo la DXA. Ma il dato più sorprendente riguarda chi veniva classificato come <strong>sovrappeso</strong>: oltre la metà, il 53%, era stata collocata nella categoria sbagliata. Di questi, circa tre quarti avevano un peso normale, mentre il restante quarto risultava effettivamente obeso. Anche nel gruppo dei sottopeso la situazione non era migliore: quasi il 70% di chi aveva un <strong>BMI</strong> inferiore a 18.5 è stato riclassificato come normopeso dopo la scansione DXA.</p>
<p>Il professor <strong>Marwan El Ghoch</strong>, dell&#8217;Università di Modena e Reggio Emilia, ha spiegato che il BMI non misura direttamente il grasso corporeo né tiene conto di come questo si distribuisce nel corpo. Un limite noto da tempo, eppure il BMI resta lo strumento dominante negli ambulatori medici, nelle polizze assicurative e nelle politiche sanitarie pubbliche.</p>
<h2>Serve un cambio di rotta nella valutazione del peso</h2>
<p>La professoressa <strong>Chiara Milanese</strong> dell&#8217;Università di Verona ha aggiunto un dettaglio che vale la pena sottolineare: anche quando BMI e DXA individuano una prevalenza complessiva simile di sovrappeso e <strong>obesità</strong>, le persone coinvolte non sono necessariamente le stesse. Significa che alcuni individui a rischio sfuggono completamente al radar del BMI, mentre altri vengono etichettati erroneamente con un problema che non hanno.</p>
<p>I numeri complessivi lo confermano. La DXA ha rilevato una prevalenza combinata di sovrappeso e obesità intorno al 37%, contro il 41% stimato dal BMI. Non una differenza enorme in termini assoluti, ma il problema vero sta nel fatto che si parla di persone diverse.</p>
<p>I ricercatori propongono che le <strong>linee guida sanitarie</strong> italiane vengano aggiornate per integrare strumenti complementari al BMI. Si va dalla misurazione diretta della composizione corporea a soluzioni più accessibili, come la plicometria o il rapporto vita/altezza. Lo studio si è concentrato su una popolazione caucasica del Veneto, e gli autori ritengono plausibile che schemi di errore simili si riscontrino anche in altri paesi europei, anche se serviranno ricerche ulteriori per confermare questa ipotesi su gruppi etnici differenti.</p>
<p>Quello che emerge con chiarezza è che affidarsi esclusivamente al BMI per valutare lo stato di salute legato al peso resta una semplificazione che, per troppe persone, può tradursi in diagnosi sbagliate e percorsi clinici inappropriati.</p>
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		<title>Ozempic, smettere non significa riprendere peso: lo studio che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/ozempic-smettere-non-significa-riprendere-peso-lo-studio-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 04:23:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[diabete]]></category>
		<category><![CDATA[dimagrimento]]></category>
		<category><![CDATA[GLP-1]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Smettere di usare Ozempic non significa riprendere tutto il peso perso Uno studio della Cleveland Clinic su quasi 8.000 pazienti ribalta parecchie convinzioni su cosa succede dopo aver interrotto farmaci come Ozempic. Per anni, la narrazione dominante è stata piuttosto cupa: chi smette i farmaci...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Smettere di usare Ozempic non significa riprendere tutto il peso perso</h2>
<p>Uno studio della <strong>Cleveland Clinic</strong> su quasi 8.000 pazienti ribalta parecchie convinzioni su cosa succede dopo aver interrotto farmaci come <strong>Ozempic</strong>. Per anni, la narrazione dominante è stata piuttosto cupa: chi smette i farmaci <strong>GLP-1</strong> per la perdita di peso è destinato a riprendere tutto, o quasi. E in effetti, i trial clinici randomizzati sembravano confermare questa paura. Ma i dati del mondo reale raccontano una storia diversa. Molto diversa.</p>
<p>La ricerca, pubblicata sulla rivista <strong>Diabetes, Obesity and Metabolism</strong> nel marzo 2026, ha coinvolto adulti in Ohio e Florida che avevano iniziato terapie con <strong>semaglutide</strong> o <strong>tirzepatide</strong> (i principi attivi di Ozempic, Wegovy, Mounjaro e Zepbound) per poi interromperle entro un periodo compreso tra tre e dodici mesi. E qui arriva il dato interessante: la maggior parte di queste persone non ha semplicemente mollato tutto. Il 27% è passato a un altro farmaco, il 20% ha ricominciato la stessa terapia, il 14% ha proseguito con percorsi che coinvolgono dietisti e specialisti dell&#8217;attività fisica. Meno dell&#8217;1% ha optato per la chirurgia bariatrica.</p>
<h2>I numeri che cambiano la prospettiva su Ozempic e il recupero del peso</h2>
<p>Nei trial clinici controllati, chi smetteva semaglutide o tirzepatide recuperava oltre la metà del peso perso entro un anno. Numeri scoraggianti, senza dubbio. Ma nella pratica clinica quotidiana le cose funzionano in modo più sfumato. I pazienti trattati per <strong>obesità</strong> avevano perso in media l&#8217;8,4% del peso corporeo prima di sospendere il farmaco, e dopo un anno ne avevano riguadagnato solo lo 0,5%. Tra chi era in cura per il <strong>diabete di tipo 2</strong>, la media di peso perso era del 4,4%, con un ulteriore calo dell&#8217;1,3% nell&#8217;anno successivo alla sospensione.</p>
<p>Il 45% dei pazienti obesi ha continuato a perdere peso o lo ha mantenuto stabile. Nel gruppo diabete, la percentuale sale al 56%. Non sono numeri perfetti, certo, ma raccontano qualcosa di importante: la flessibilità del mondo reale conta. Chi può aggiustare il tiro, cambiare farmaco, riprendere la terapia o affidarsi a un supporto strutturato ha margini molto più ampi rispetto a quanto suggeriscono gli studi in ambiente controllato.</p>
<h2>Perché si smette e cosa conta davvero nel lungo periodo</h2>
<p>Un aspetto che emerge con chiarezza è il ruolo della <strong>copertura assicurativa</strong>. Chi assumeva Ozempic o tirzepatide per il diabete aveva più probabilità di ricominciare la terapia, probabilmente perché le assicurazioni coprono con maggiore continuità le prescrizioni per questa patologia rispetto a quelle per la sola gestione del peso. È un dettaglio che dice molto su come fattori non strettamente medici influenzino i risultati clinici.</p>
<p>Hamlet Gasoyan, ricercatore della Cleveland Clinic che ha guidato lo studio, ha sottolineato come molti pazienti non abbandonino affatto il proprio percorso terapeutico, anche quando devono interrompere il farmaco iniziale. La chiave, secondo il suo team, sta nel garantire un <strong>supporto continuativo e personalizzato</strong>. Non esiste una soluzione unica, e proprio questa varietà di opzioni sembra fare la differenza tra chi riprende peso e chi riesce a gestirlo nel tempo.</p>
<p>Quello che questo studio su Ozempic suggerisce, in fondo, è qualcosa che la medicina dovrebbe ricordare più spesso: i numeri dei trial clinici non sono sentenze definitive. La realtà è più complicata, più disordinata, ma anche più generosa di quanto certi dati farebbero pensare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/ozempic-smettere-non-significa-riprendere-peso-lo-studio-che-cambia-tutto/">Ozempic, smettere non significa riprendere peso: lo studio che cambia tutto</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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