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	<title>PFAS Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>PFAS, scoperto il punto debole: potrebbe cambiare tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 22:23:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[chimica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I PFAS hanno un punto debole: la scoperta che potrebbe cambiare tutto Le chiamano "forever chemicals", sostanze chimiche eterne, e fino a ieri sembravano davvero indistruttibili. I PFAS, quelle molecole sintetiche che si accumulano nell'acqua, nel suolo e persino nel corpo umano, rappresentano uno...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>I PFAS hanno un punto debole: la scoperta che potrebbe cambiare tutto</h2>
<p>Le chiamano <strong>&#8220;forever chemicals&#8221;</strong>, sostanze chimiche eterne, e fino a ieri sembravano davvero indistruttibili. I <strong>PFAS</strong>, quelle molecole sintetiche che si accumulano nell&#8217;acqua, nel suolo e persino nel corpo umano, rappresentano uno dei grattacapi ambientali più ostinati del nostro tempo. Ma un gruppo di ricercatori dell&#8217;<strong>Università di Aarhus</strong> ha appena scoperto qualcosa che potrebbe ribaltare la situazione: una debolezza nascosta in queste sostanze, un meccanismo chimico che apre la strada alla loro distruzione definitiva.</p>
<p>Il punto è questo: oggi la maggior parte delle tecnologie disponibili riesce a filtrare i PFAS dall&#8217;acqua, sì, ma non li elimina davvero. Li sposta. Da un posto all&#8217;altro. È un po&#8217; come nascondere la polvere sotto il tappeto. Lo studio pubblicato su <strong>Environmental Science</strong> nel giugno 2026 cambia prospettiva, perché individua con precisione cosa serve per spezzare quei legami chimici fortissimi tra carbonio e fluoro che rendono i PFAS così resistenti.</p>
<h2>Il ruolo dei radicali di idrogeno nella degradazione dei PFAS</h2>
<p>La chiave sta nei <strong>radicali di idrogeno</strong>. Particelle estremamente reattive che si generano dall&#8217;acqua quando viene esposta a <strong>luce ultravioletta</strong> ad alta energia, in particolare a lunghezze d&#8217;onda inferiori ai 300 nanometri. Queste particelle attaccano le molecole di PFAS, rimuovendo gradualmente gli atomi di fluoro e scomponendo i composti in sostanze più piccole e meno persistenti nell&#8217;ambiente.</p>
<p>La cosa interessante è che studi precedenti avevano puntato su altri agenti reattivi come motori principali della degradazione. Questa ricerca ribalta quella narrazione, dimostrando che i radicali di idrogeno giocano un ruolo dominante nel processo. E non è un dettaglio accademico fine a sé stesso: sapere esattamente cosa guida la distruzione dei forever chemicals significa poter progettare tecnologie più mirate, più efficienti e soprattutto più sostenibili.</p>
<p>Come ha spiegato il professor associato Zongsu Wei, a capo dello studio: sapere che i legami carbonio e fluoro sono il vero ostacolo è una cosa, ma avere una direzione chiara su come spezzarli è tutta un&#8217;altra storia. La scoperta offre proprio questo tipo di orientamento concreto.</p>
<h2>Dalla rimozione alla distruzione: il vero obiettivo contro i forever chemicals</h2>
<p>Va detto con onestà: non siamo ancora di fronte a una soluzione pronta all&#8217;uso. Il processo di <strong>degradazione</strong> resta relativamente lento, e durante la reazione si formano composti intermedi che vanno gestiti. Nessuno sta promettendo miracoli immediati. Però identificare il meccanismo principale dietro la distruzione dei PFAS è un passo avanti significativo, uno di quelli che può accelerare lo sviluppo di <strong>tecnologie di trattamento</strong> realmente efficaci.</p>
<p>I PFAS, va ricordato, sono una famiglia enorme di sostanze sintetiche utilizzate dagli anni &#8217;40 in prodotti come abbigliamento impermeabile, schiume antincendio, imballaggi alimentari e pentole antiaderenti. L&#8217;esposizione prolungata è stata collegata a problemi di salute seri, tra cui tumori, danni epatici e <strong>alterazioni ormonali</strong>. Il fatto che queste sostanze si degradino con estrema lentezza nell&#8217;ambiente le rende una minaccia silenziosa ma costante.</p>
<p>Quello che emerge da questa ricerca è un messaggio piuttosto potente: anche gli inquinanti più ostinati del pianeta possono avere un tallone d&#8217;Achille. Basta capire abbastanza bene la chimica per colpirli nel punto giusto. E adesso, almeno per i PFAS, quel punto sembra molto più chiaro di prima.</p>
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		<title>Idrogeno verde senza PFAS: il progetto europeo che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/idrogeno-verde-senza-pfas-il-progetto-europeo-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 05:39:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[elettrolisi]]></category>
		<category><![CDATA[idrogeno]]></category>
		<category><![CDATA[iridio]]></category>
		<category><![CDATA[PFAS]]></category>
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		<category><![CDATA[SUPREME]]></category>
		<category><![CDATA[transizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'idrogeno verde ha un problema nascosto, ma la scienza potrebbe averlo risolto Quando si parla di transizione energetica, l'idrogeno verde viene spesso presentato come la soluzione definitiva. E in effetti lo sarebbe, se non fosse per un paio di ostacoli piuttosto seri che nessuno ama mettere in...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;idrogeno verde ha un problema nascosto, ma la scienza potrebbe averlo risolto</h2>
<p>Quando si parla di transizione energetica, l&#8217;<strong>idrogeno verde</strong> viene spesso presentato come la soluzione definitiva. E in effetti lo sarebbe, se non fosse per un paio di ostacoli piuttosto seri che nessuno ama mettere in primo piano. Costa troppo e, paradossalmente, la sua produzione dipende ancora da sostanze chimiche dannose per l&#8217;ambiente. Quelle che vengono chiamate <strong>PFAS</strong>, le cosiddette &#8220;sostanze chimiche eterne&#8221;, perché una volta rilasciate nell&#8217;ambiente non se ne vanno praticamente mai. Un progetto europeo chiamato <strong>SUPREME</strong> sta provando a cambiare le cose, e i primi segnali sono decisamente interessanti.</p>
<p>Il punto di partenza è semplice da capire. Oggi il metodo più promettente per produrre idrogeno verde si chiama <strong>elettrolisi PEM</strong> (dall&#8217;inglese proton exchange membrane). Funziona benissimo con le fonti rinnovabili, perché si adatta alle oscillazioni tipiche dell&#8217;energia eolica e solare. Il problema? Resta molto più costoso rispetto alla produzione di idrogeno da combustibili fossili. E poi c&#8217;è la questione dei PFAS, che l&#8217;Unione Europea ha già messo nel mirino con piani di eliminazione progressiva, proprio per i rischi che comportano per la salute e per gli ecosistemi. Insomma, l&#8217;idrogeno verde rischia di essere pulito solo a metà.</p>
<h2>Un progetto europeo per eliminare le sostanze eterne e abbattere i costi</h2>
<p>Ed è qui che entra in gioco il progetto SUPREME, finanziato dall&#8217;Unione Europea attraverso il programma <strong>CETPartnership</strong> (Clean Energy Transition Partnership) e cofinanziato dalla Commissione Europea. A guidare il consorzio è l&#8217;Università della Danimarca Meridionale, con la collaborazione della <strong>Graz University of Technology</strong> (TU Graz) e di altri partner sparsi per l&#8217;Europa. L&#8217;obiettivo dichiarato nei prossimi tre anni è sviluppare un sistema di elettrolisi completamente libero dai PFAS, più efficiente e con un utilizzo drasticamente ridotto di materie prime critiche come l&#8217;<strong>iridio</strong>.</p>
<p>Merit Bodner, dell&#8217;Istituto di Ingegneria Chimica e Tecnologia Ambientale della TU Graz, lo spiega con chiarezza: l&#8217;idrogeno viene già usato in quantità enormi come materia prima industriale, dalla produzione di ammoniaca a quella di metanolo, passando per il settore siderurgico. E la domanda è destinata solo a crescere. Se si riesce a eliminare le sostanze nocive dalla filiera produttiva e, contemporaneamente, a portare il prezzo dell&#8217;idrogeno verde a livelli competitivi con quello fossile, il passo avanti sarebbe enorme. Non solo per l&#8217;industria pesante, ma anche per lo stoccaggio dell&#8217;energia rinnovabile in eccesso, un tema che diventa sempre più urgente man mano che eolico e solare conquistano fette maggiori del mix energetico.</p>
<p>Il team della TU Graz ha un ruolo centrale nella valutazione di <strong>materiali alternativi ai PFAS</strong> già disponibili sul mercato. La domanda chiave è se questi materiali più sostenibili possano reggere il confronto con quelli attuali in termini di durata e prestazioni nell&#8217;uso industriale continuo. Nel frattempo, il consiglio scientifico turco TÜBITAK sta lavorando su una nuova generazione di <strong>membrane microporose</strong> prive di PFAS, pensate specificamente per i sistemi di elettrolisi di domani.</p>
<h2>Meno iridio, più riciclo: la sfida dei metalli rari</h2>
<p>L&#8217;altro fronte caldo riguarda l&#8217;iridio, un metallo del gruppo del platino indispensabile nell&#8217;elettrolisi PEM ma costosissimo e difficile da reperire. L&#8217;Università della Danimarca Meridionale e l&#8217;azienda britannica <strong>Ceimig</strong>, specializzata in metalli e catalizzatori, stanno esplorando strategie per tagliare l&#8217;uso di iridio fino al 75 percento. E non si fermano qui: stanno anche sviluppando metodi di <strong>riciclo</strong> capaci di recuperare circa il 90 percento dell&#8217;iridio ancora necessario nel processo.</p>
<p>Il progetto coinvolge anche altri partner con competenze molto specifiche. Il Fraunhofer ISE in Germania si occupa della produzione delle unità elettrodiche a membrana, mentre la società norvegese Element One Energy AS sta progettando un nuovo elettrolizzatore rotante pensato per migliorare le prestazioni complessive del sistema.</p>
<p>Quello che rende il progetto SUPREME davvero rilevante non è solo l&#8217;ambizione tecnica, ma il fatto che affronta contemporaneamente i due nodi più critici dell&#8217;idrogeno verde: il costo e l&#8217;impatto ambientale della produzione stessa. Perché se la soluzione al cambiamento climatico genera a sua volta inquinamento persistente, qualcosa non torna. E finalmente qualcuno sta provando a far quadrare i conti.</p>
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