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	<title>primati Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Lori lenti liberati in natura: lo studio rivela un esito tragico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 12:52:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Bangladesh]]></category>
		<category><![CDATA[conservazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rilasciare in natura i lori lenti salvati può essere fatale: lo studio che cambia le carte in tavola Il rilascio in natura dei lori lenti salvati dal traffico illegale sembra, sulla carta, una bella storia di conservazione. Eppure una ricerca appena pubblicata sulla rivista Global Ecology and...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Rilasciare in natura i lori lenti salvati può essere fatale: lo studio che cambia le carte in tavola</h2>
<p>Il <strong>rilascio in natura dei lori lenti</strong> salvati dal traffico illegale sembra, sulla carta, una bella storia di conservazione. Eppure una ricerca appena pubblicata sulla rivista <strong>Global Ecology and Conservation</strong> racconta qualcosa di molto diverso, e parecchio più crudo. Su nove esemplari di <strong>lori lento del Bengala</strong> (Nycticebus bengalensis) liberati in un parco nazionale del Bangladesh nordorientale, soltanto due sono sopravvissuti. Gli altri sette sono morti, nella maggior parte dei casi uccisi da altri lori già residenti nel territorio. Non proprio il lieto fine che ci si aspetterebbe.</p>
<p>La ricerca è stata condotta dalla primatologa <strong>Anna Nekaris</strong>, professoressa alla Anglia Ruskin University di Cambridge, insieme al gruppo di conservazione Plumploris e.V. e alla University of Western Australia. Il team ha dotato i nove lori lenti di radiocollari per seguirne gli spostamenti dopo la liberazione. Tre animali sono morti entro appena dieci giorni, altri quattro nei sei mesi successivi. Dei sette corpi, quattro sono stati recuperati e tutti presentavano segni inequivocabili di aggressione da parte di conspecifici: morsi alla testa, al volto, alle dita. Ferite inflitte con quei denti specializzati che rendono i lori lenti gli unici <strong>primati velenosi</strong> al mondo.</p>
<h2>Perché il territorio è una questione di vita o di morte</h2>
<p>Qui sta il punto che molti sottovalutano. I <strong>lori lenti</strong> sono animali estremamente territoriali. Quando un esemplare viene rilasciato in un&#8217;area già densamente popolata da altri individui, non trova un ambiente accogliente. Trova una trappola mortale, come la definiscono gli stessi ricercatori. È un po&#8217; come trasferire qualcuno in un quartiere dove ogni casa è già occupata e nessuno ha intenzione di fare spazio.</p>
<p>Lo studio ha anche evidenziato un dato interessante: gli animali rimasti più a lungo in cattività tendevano a sopravvivere meno giorni dopo il rilascio. I lori liberati si muovevano di più e apparivano più vigili rispetto ai <strong>lori lenti selvatici</strong>, quasi fossero costantemente in allerta. I due sopravvissuti, peraltro, avevano percorso distanze maggiori rispetto a quelli deceduti, il che suggerisce che allontanarsi rapidamente dai territori già occupati sia stata la chiave per restare in vita.</p>
<p>C&#8217;è poi la questione del <strong>traffico illegale di animali</strong>. I lori lenti, con quegli occhioni enormi e quel musetto che sembra uscito da un cartone animato, sono tra i primati più trafficati al pianeta. Tutte le specie di lori lenti sono classificate dalla IUCN come in pericolo critico, in pericolo o vulnerabili. Questo significa che vengono frequentemente sequestrati e poi liberati come parte di programmi di conservazione. Il problema è che liberarli senza un piano solido può fare più danni che tenerli dove sono.</p>
<h2>Ripensare le strategie di rilascio degli animali selvatici</h2>
<p>La professoressa Nekaris non usa mezzi termini: dare per scontato che restituire un animale confiscato alla natura sia sempre positivo è un errore. Per specie altamente territoriali come i lori lenti del Bengala, serve molto di più. Servono valutazioni accurate del sito di rilascio, analisi della densità della <strong>popolazione residente</strong>, monitoraggio a lungo termine e protocolli di riabilitazione specifici per ogni specie.</p>
<p>Hassan Al-Razi, primo autore dello studio e responsabile del team di Plumploris e.V. in Bangladesh, ha sottolineato come il rilascio sia diventato una pratica sempre più comune nel paese, spesso eseguita scegliendo i siti per comodità logistica piuttosto che per idoneità ecologica. Alcune foreste, di fatto, sono diventate delle discariche per animali salvati. E non è un modo di dire.</p>
<p>Il paradosso è che per i grandi animali carismatici, come le tigri o i leopardi, il <strong>monitoraggio post rilascio</strong> è intensivo e costante. Per le specie più piccole, invece, si chiude troppo spesso un occhio. Gli esiti restano sconosciuti, e nessuno si pone troppe domande. Questa ricerca sui lori lenti dimostra che anche le buone intenzioni, senza una pianificazione rigorosa, possono trasformarsi nel peggior nemico della conservazione.</p>
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		<title>Scimmie delle nevi: cosa succede davvero al loro corpo nelle terme</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 12:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[bagno]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[microbioma]]></category>
		<category><![CDATA[parassiti]]></category>
		<category><![CDATA[primati]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[scimmie]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Le terme naturali delle scimmie delle nevi nascondono effetti sorprendenti sul loro corpo</h2>
<p>Le <strong>scimmie delle nevi</strong> del Giappone, quelle che tutti abbiamo visto almeno una volta in foto mentre se ne stanno immerse fino al collo nelle pozze fumanti, fanno qualcosa di molto più complesso di quello che sembra. Non si tratta solo di scaldarsi quando fuori fa un freddo pazzesco. Secondo uno studio condotto dall&#8217;<strong>Università di Kyoto</strong> e pubblicato sulla rivista Primates nel marzo 2026, quei bagni caldi stanno silenziosamente modificando l&#8217;ecosistema invisibile che vive sopra e dentro di loro. Parliamo di <strong>parassiti</strong>, <strong>pidocchi</strong> e <strong>batteri intestinali</strong>. Roba che non si vede a occhio nudo, ma che racconta tantissimo sulla salute di questi animali.</p>
<p>La cosa che colpisce di più, forse, è quanto sia controintuitivo il risultato principale. Verrebbe da pensare che condividere una vasca calda con decine di altri individui aumenti il rischio di trasmettere malattie o parassiti. Invece no. Le scimmie delle nevi che fanno il bagno regolarmente nelle <strong>sorgenti termali</strong> non mostrano tassi di infezione parassitaria più alti rispetto a quelle che restano all&#8217;asciutto. Questo dato, da solo, mette in discussione parecchie assunzioni che la scienza dava quasi per scontate.</p>
<h2>Cosa succede davvero sotto la superficie dell&#8217;acqua</h2>
<p>Il team guidato dal ricercatore Abdullah Langgeng si è spostato al Parco delle Scimmie di <strong>Jigokudani</strong>, nella prefettura di Nagano, e per due inverni consecutivi ha osservato un gruppo di femmine di macaco giapponese. Alcune si immergevano spesso, altre quasi mai. La squadra ha combinato osservazioni dirette del comportamento con analisi dei parassiti e sequenziamento del <strong>microbioma intestinale</strong>. Un lavoro certosino, perché l&#8217;obiettivo era capire se il bagno termale influenzi quello che in gergo scientifico si chiama &#8220;olobionte&#8221;, cioè il sistema biologico composto dall&#8217;animale e da tutti i microrganismi che ci vivono associati.</p>
<p>E qualcosa è emerso. Le scimmie delle nevi che si immergevano mostravano pattern diversi nella distribuzione dei pidocchi sul corpo. Come se l&#8217;acqua calda interferisse con l&#8217;attività dei parassiti esterni o con i punti in cui depongono le uova. Sul fronte intestinale, la diversità complessiva dei batteri era simile tra i due gruppi, ma alcune specie batteriche risultavano più comuni nelle scimmie che evitavano le terme. Un segnale sottile, certo, ma significativo.</p>
<p>Langgeng lo ha detto in modo piuttosto chiaro: il comportamento non è solo una risposta all&#8217;ambiente. Fa molto di più. Modifica attivamente il modo in cui questi animali interagiscono con i microbi e i parassiti che portano addosso. Non è una cosa da poco, se ci si pensa.</p>
<h2>Lezioni che valgono anche per gli esseri umani</h2>
<p>Questa ricerca rappresenta uno dei primi studi a collegare un <strong>comportamento naturale</strong> in un primate selvatico con cambiamenti misurabili sia negli ectoparassiti sia nel microbioma intestinale. E apre una finestra interessante anche per noi. Le abitudini igieniche umane, il bagno in primis, influenzano l&#8217;esposizione ai microbi in modi che spesso sottovalutiamo. L&#8217;idea che condividere fonti d&#8217;acqua porti automaticamente a un aumento delle malattie viene messa in discussione, almeno in condizioni naturali.</p>
<p>Le scimmie delle nevi di Jigokudani, insomma, stanno facendo qualcosa che va oltre il semplice comfort termico. Ogni volta che scivolano dentro quelle pozze fumanti, stanno rimodellando un equilibrio biologico delicatissimo. Un equilibrio che la scienza sta appena iniziando a comprendere, e che potrebbe offrire spunti preziosi su come il <strong>comportamento</strong> abbia plasmato, nel corso dell&#8217;evoluzione, la salute di molte specie sociali. Compresa la nostra.</p>
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		<title>Purgatorius, denti fossili in Colorado riscrivono le origini dei primati</title>
		<link>https://tecnoapple.it/purgatorius-denti-fossili-in-colorado-riscrivono-le-origini-dei-primati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2026 10:37:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Colorado]]></category>
		<category><![CDATA[Cretaceo]]></category>
		<category><![CDATA[dinosauri]]></category>
		<category><![CDATA[estinzione]]></category>
		<category><![CDATA[fossili]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[primati]]></category>
		<category><![CDATA[Purgatorius]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dei denti fossili grandi quanto la punta di un dito stanno riscrivendo le origini più antiche dei primati, e di riflesso anche le nostre. La scoperta arriva dal Colorado, dove un gruppo di paleontologi ha rinvenuto i resti più meridionali mai trovati del Purgatorius, considerato il più antico...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dei <strong>denti fossili</strong> grandi quanto la punta di un dito stanno riscrivendo le origini più antiche dei primati, e di riflesso anche le nostre. La scoperta arriva dal Colorado, dove un gruppo di paleontologi ha rinvenuto i resti più meridionali mai trovati del <strong>Purgatorius</strong>, considerato il più antico antenato conosciuto di tutti i primati, esseri umani compresi. Fino a poco tempo fa, questo minuscolo mammifero delle dimensioni di un toporagno era stato individuato soltanto in Montana e in alcune zone del Canada sudoccidentale. Ora, grazie a una manciata di <strong>denti fossili microscopici</strong> recuperati nel bacino di Denver, la mappa della sua diffusione si allarga parecchio verso sud, e con essa cambiano anche alcune convinzioni radicate nella comunità scientifica.</p>
<p>Lo studio, pubblicato nel marzo 2026 sul <strong>Journal of Vertebrate Paleontology</strong>, porta la firma del dottor Stephen Chester della Brooklyn College e del Graduate Center della City University of New York, insieme a colleghi del Denver Museum of Nature &amp; Science. E i risultati fanno un certo effetto, perché suggeriscono che il <strong>Purgatorius</strong> si sia spostato verso sud molto prima di quanto si pensasse, praticamente subito dopo l&#8217;impatto dell&#8217;asteroide che cancellò i dinosauri circa 65,9 milioni di anni fa.</p>
<h2>Dopo l&#8217;estinzione dei dinosauri, i primati si muovevano già</h2>
<p>Uno degli aspetti più interessanti della scoperta riguarda la tempistica. Fino ad oggi esisteva un buco nel <strong>registro fossile</strong>: i resti di primati arcaici trovati nel sud ovest degli Stati Uniti risalivano a circa due milioni di anni dopo quelli del Montana, lasciando un vuoto difficile da spiegare. Questi nuovi fossili del Colorado colmano almeno in parte quel vuoto, suggerendo che i <strong>primati arcaici</strong> si originarono nel nord del continente e poi si diffusero rapidamente verso sud, diversificandosi nel periodo immediatamente successivo all&#8217;estinzione di massa della fine del Cretaceo.</p>
<p>C&#8217;è poi una questione legata alle foreste. Le ossa della caviglia del <strong>Purgatorius</strong> indicano che viveva sugli alberi. Proprio per questo, i ricercatori avevano ipotizzato che la sua assenza a sud del Montana potesse dipendere dalla devastazione delle foreste provocata dall&#8217;impatto dell&#8217;asteroide 66 milioni di anni fa. Un&#8217;ipotesi ragionevole, che però non reggeva del tutto. I colleghi paleobotanici del team hanno infatti evidenziato come il recupero della vegetazione in Nord America fu sorprendentemente rapido. Il che significava una cosa sola: il <strong>Purgatorius</strong> avrebbe dovuto trovarsi anche nelle regioni più meridionali. Semplicemente, nessuno aveva cercato abbastanza a fondo.</p>
<h2>Lavaggio al setaccio e volontari instancabili</h2>
<p>Ed è qui che entra in gioco il metodo. Per quasi 150 anni i paleontologi della regione si erano affidati principalmente alla raccolta di superficie, una tecnica che favorisce il ritrovamento di fossili più grandi, visibili a occhio nudo. I reperti minuscoli, quelli delle dimensioni di un granello quasi, restavano nascosti nel sedimento. Il team guidato da Chester ha adottato una procedura diversa, molto più laboriosa: il cosiddetto <strong>screen washing</strong>, un processo intensivo di lavaggio e setacciatura del terreno pensato appositamente per recuperare microfossili.</p>
<p>L&#8217;operazione è stata sostenuta da un finanziamento collaborativo di quasi 3 milioni di dollari della <strong>National Science Foundation</strong>, nell&#8217;ambito di un progetto più ampio guidato dal dottor Tyler Lyson del Denver Museum, dedicato a studiare come la vita si riprese dopo la grande estinzione. Studenti e volontari hanno passato ore e ore a lavare e selezionare enormi quantità di sedimento. Alla fine, tra resti di pesci, coccodrilli e tartarughe, sono emersi quei piccoli <strong>denti di Purgatorius</strong> che stanno facendo tanto rumore nella comunità paleontologica.</p>
<p>C&#8217;è anche un elemento di suspense scientifico. Il dottor Jordan Crowell, ricercatore postdottorato al museo di Denver, ha spiegato che questi denti presentano una combinazione unica di caratteristiche rispetto alle specie note di <strong>Purgatorius</strong>. Il che apre la possibilità concreta che si tratti di una <strong>nuova specie</strong>, anche se per confermarlo serviranno ulteriori ritrovamenti.</p>
<h2>Quanto ancora resta nascosto sotto i nostri piedi</h2>
<p>La scoperta mette in luce un problema che va ben oltre il singolo fossile. Per decenni, l&#8217;assenza di resti di primati arcaici nelle aree più meridionali dell&#8217;interno occidentale nordamericano potrebbe essere stata semplicemente il risultato di un <strong>bias di campionamento</strong>. Non che quei fossili non ci fossero, ma che nessuno li cercava nel modo giusto. Come ha sottolineato Chester stesso, i <strong>fossili piccoli</strong> si perdono facilmente, e solo con tecniche di ricerca più intensive sarà possibile scoprire molti altri esemplari importanti.</p>
<p>Lyson ha aggiunto un dettaglio che restituisce bene la portata del lavoro: grazie alla collaborazione a lungo termine con la città di Colorado Springs, proprietaria del terreno dove sono stati raccolti i fossili, e grazie alle innumerevoli ore di lavoro dei volontari, il team sta costruendo <strong>dataset straordinari</strong> su come la vita, compresi i nostri più antichi e primitivi antenati primati, si sia ripresa dopo quello che è stato definito il peggior giorno singolo per la vita sulla Terra. Una frase che, detta così, fa venire un brivido. E fa anche capire quanto poco sappiamo ancora di quel capitolo remotissimo della storia naturale, e quanto potrebbe cambiare con una semplice manciata di <strong>denti fossili</strong> più piccoli della punta di un mignolo.</p>
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