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	<title>radiazione Archivi - Tecnoapple</title>
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	<lastBuildDate>Fri, 08 May 2026 16:54:40 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Doppia copia: la tecnica che collega particelle e buchi neri</title>
		<link>https://tecnoapple.it/doppia-copia-la-tecnica-che-collega-particelle-e-buchi-neri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 16:54:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[buchi-neri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La doppia copia: quando la fisica delle particelle incontra i buchi neri Il legame tra la fisica delle particelle e le equazioni della gravità è uno di quei temi che ogni tanto regala sorprese enormi. E questa volta la sorpresa arriva da un concetto chiamato double copy, una relazione matematica...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La doppia copia: quando la fisica delle particelle incontra i buchi neri</h2>
<p>Il legame tra la <strong>fisica delle particelle</strong> e le <strong>equazioni della gravità</strong> è uno di quei temi che ogni tanto regala sorprese enormi. E questa volta la sorpresa arriva da un concetto chiamato <strong>double copy</strong>, una relazione matematica profonda che connette due mondi apparentemente lontanissimi. Il punto è che questa relazione, fino a poco tempo fa utilizzata soprattutto nei calcoli teorici sulle interazioni tra particelle, ora si è dimostrata applicabile anche alla <strong>radiazione di Hawking</strong>, aprendo una finestra del tutto nuova sui misteri dei buchi neri.</p>
<p>Per capire di cosa si parla, vale la pena fare un passo indietro. La tecnica della <strong>double copy</strong> nasce nell&#8217;ambito della teoria quantistica dei campi. In pratica, permette di prendere soluzioni relativamente semplici delle equazioni che descrivono le forze nucleari (quelle della cosiddetta teoria di Yang–Mills) e &#8220;raddoppiarle&#8221; per ottenere soluzioni valide nelle equazioni della <strong>gravità di Einstein</strong>. Sembra quasi un trucco da prestigiatore, eppure funziona. E funziona bene.</p>
<h2>Dalla teoria pura ai confini di un buco nero</h2>
<p>Quello che rende questa scoperta davvero interessante è il fatto che la double copy sia stata ora estesa a un fenomeno fisico reale, o quantomeno previsto dalla teoria: la <strong>radiazione di Hawking</strong>. Stephen Hawking dimostrò negli anni &#8217;70 che i buchi neri non sono completamente &#8220;neri&#8221;. Emettono una debole radiazione termica, un effetto puramente quantistico che lentamente li fa evaporare. Il problema è che questo processo solleva una delle domande più spinose della fisica moderna: che fine fa l&#8217;informazione che cade dentro un buco nero?</p>
<p>Ecco, il fatto che la double copy si applichi anche alla radiazione di Hawking significa avere a disposizione un nuovo strumento per affrontare questa domanda. Invece di lavorare direttamente con le equazioni della gravità, che sono tremendamente complicate, si può partire dal lato della <strong>fisica delle particelle</strong>, risolvere il problema lì e poi tradurre il risultato nel linguaggio gravitazionale.</p>
<h2>Perché questa connessione conta davvero</h2>
<p>Non si tratta solo di eleganza matematica, anche se quella non manca. Il vero valore sta nella possibilità concreta di fare calcoli che altrimenti sarebbero quasi impossibili. Le equazioni della gravità quantistica sono un campo minato, e ogni scorciatoia affidabile vale oro. La <strong>double copy</strong> offre esattamente questo: un percorso alternativo che mantiene la coerenza fisica ma semplifica enormemente il lavoro.</p>
<p>C&#8217;è poi un aspetto più ampio. Questa connessione tra particelle e gravità suggerisce che, a un livello fondamentale, le forze della natura potrebbero essere molto più intrecciate di quanto si pensi. Non è ancora una <strong>teoria del tutto</strong>, ma è un indizio potente. E gli indizi, in fisica teorica, sono spesso tutto quello che serve per cambiare direzione alla ricerca.</p>
<p>Il fatto che un ponte matematico nato per semplificare i calcoli sulle collisioni tra particelle finisca per illuminare i <strong>buchi neri</strong> e la loro evaporazione è, francamente, una di quelle cose che ricordano perché la fisica fondamentale continua a essere così affascinante.</p>
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		<title>Ciclo solare e detriti spaziali: ecco perché cadono più in fretta</title>
		<link>https://tecnoapple.it/ciclo-solare-e-detriti-spaziali-ecco-perche-cadono-piu-in-fretta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2026 06:53:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[atmosfera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ciclo solare di 11 anni accelera la caduta dei detriti spaziali: cosa dice il nuovo studio Uno studio appena pubblicato sta facendo discutere la comunità scientifica e chi si occupa di gestione dello spazio orbitale. Il legame tra il ciclo solare di 11 anni e la velocità con cui i detriti...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il ciclo solare di 11 anni accelera la caduta dei detriti spaziali: cosa dice il nuovo studio</h2>
<p>Uno studio appena pubblicato sta facendo discutere la comunità scientifica e chi si occupa di gestione dello spazio orbitale. Il legame tra il <strong>ciclo solare di 11 anni</strong> e la velocità con cui i <strong>detriti spaziali</strong> perdono quota è stato dimostrato con dati che lasciano poco spazio ai dubbi. E la cosa interessante è che il meccanismo, una volta capito, ha una logica quasi banale.</p>
<p>Partiamo da un fatto che molti non conoscono. Il Sole non è una lampadina costante. La sua attività segue un andamento ciclico, con fasi di calma e fasi di intensa turbolenza. Quando il numero di <strong>macchie solari</strong> si avvicina al picco del ciclo, la nostra stella emette quantità enormi di radiazione e particelle cariche. Tutta questa energia va a sbattere contro l&#8217;<strong>atmosfera terrestre</strong>, che reagisce riscaldandosi e, soprattutto, espandendosi. Gli strati più alti dell&#8217;atmosfera, quelli che normalmente sono rarefatti al punto da sembrare vuoto, diventano leggermente più densi. Ed è proprio qui che entra in gioco la questione dei detriti.</p>
<h2>Perché i detriti cadono più in fretta durante il picco solare</h2>
<p>I frammenti di vecchi satelliti, stadi di razzi abbandonati e tutto quel pattume tecnologico che orbita attorno alla Terra si muovono a velocità altissime, ma in un ambiente che di solito oppone una resistenza quasi nulla. Quando però l&#8217;<strong>attività solare</strong> aumenta e l&#8217;atmosfera si gonfia verso l&#8217;alto, quei detriti iniziano a incontrare più molecole lungo il loro percorso. Il risultato è un effetto di <strong>frenata atmosferica</strong> più marcato. Perdono energia, perdono quota e alla fine rientrano nell&#8217;atmosfera bruciando. Lo studio ha misurato questa correlazione con precisione, mostrando che nelle fasi di <strong>massimo solare</strong> la perdita orbitale subisce un&#8217;accelerazione significativa rispetto ai periodi di minimo.</p>
<p>Questo è un dato che ha implicazioni pratiche enormi. Chi gestisce costellazioni satellitari, come SpaceX con Starlink, lo sa bene: durante il picco del ciclo solare bisogna compensare con manovre più frequenti, bruciando più propellente per mantenere le orbite corrette. Dall&#8217;altra parte, per chi si preoccupa del problema crescente della <strong>spazzatura spaziale</strong>, il ciclo solare funziona come una sorta di sistema di pulizia naturale. Non risolutivo, certo, ma quantomeno utile.</p>
<h2>Un equilibrio fragile tra natura e tecnologia</h2>
<p>Il prossimo picco del ciclo solare è atteso proprio in questo periodo, e i dati preliminari confermano un&#8217;attività già molto intensa. Significa che nei prossimi mesi una quota maggiore di detriti potrebbe rientrare autonomamente, alleggerendo in parte le orbite più basse. Ma attenzione a trarre conclusioni troppo ottimistiche. Il ritmo con cui vengono lanciati nuovi oggetti in orbita supera di gran lunga quello della pulizia naturale offerta dal Sole. Il problema della spazzatura spaziale resta enorme e richiede soluzioni tecnologiche attive, non solo la speranza che il ciclo solare faccia il lavoro sporco. Lo studio, comunque, aggiunge un tassello importante alla comprensione di come il nostro ambiente spaziale sia molto meno statico di quanto si pensi.</p>
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		<title>Primo film atomico della storia rivela cosa succede prima del decadimento</title>
		<link>https://tecnoapple.it/primo-film-atomico-della-storia-rivela-cosa-succede-prima-del-decadimento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2026 05:23:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[atomi]]></category>
		<category><![CDATA[decadimento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il primo film atomico della storia svela i meccanismi nascosti del danno da radiazione Per la prima volta in assoluto, un gruppo di ricercatori è riuscito a filmare il movimento degli atomi nell'istante che precede un processo di decadimento innescato da radiazione. E quello che hanno scoperto...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il primo film atomico della storia svela i meccanismi nascosti del danno da radiazione</h2>
<p>Per la prima volta in assoluto, un gruppo di ricercatori è riuscito a filmare il movimento degli atomi nell&#8217;istante che precede un processo di decadimento innescato da <strong>radiazione</strong>. E quello che hanno scoperto ribalta parecchie aspettative. Niente atomi fermi e composti, niente scena statica. Quello che emerge da questo <strong>film atomico</strong> è un quadro vivace, quasi caotico, in cui le particelle si spostano, si riorganizzano e influenzano direttamente tempi e modalità del decadimento. Lo studio, pubblicato sul <strong>Journal of the American Chemical Society</strong> nel marzo 2026, arriva dal Dipartimento di Fisica Molecolare del Fritz Haber Institute della Max Planck Society, in collaborazione con diversi gruppi internazionali. E potrebbe cambiare il modo in cui si comprende il <strong>danno da radiazione</strong> sulla materia biologica.</p>
<p>Al centro della ricerca c&#8217;è un processo chiamato <strong>decadimento mediato da trasferimento elettronico</strong> (ETMD, dall&#8217;inglese Electron Transfer Mediated Decay). Funziona così: una radiazione ad alta energia, come i raggi X, eccita un atomo. Quell&#8217;atomo si stabilizza prelevando un elettrone da un vicino, e l&#8217;energia rilasciata ionizza un terzo atomo nelle vicinanze. Il meccanismo è particolarmente rilevante perché genera elettroni a bassa energia, capaci di provocare danni chimici nei liquidi e nei tessuti biologici. Capire come si comportano gli atomi durante questo processo è fondamentale per costruire modelli affidabili degli effetti della radiazione sull&#8217;organismo umano.</p>
<h2>Come si filma il movimento degli atomi</h2>
<p>Per osservare tutto questo, il team ha usato un sistema modello relativamente semplice: un trimero composto da un atomo di neon legato debolmente a due atomi di kripton (NeKr2). Dopo aver espulso un elettrone dal neon con raggi X morbidi, gli scienziati hanno seguito l&#8217;evoluzione del sistema per un tempo che arriva fino a un <strong>picosecondo</strong>, un intervallo lunghissimo su scala atomica. Grazie a un sofisticato microscopio di reazione COLTRIMS, utilizzato presso i sincrotroni <strong>BESSY II</strong> a Berlino e PETRA III ad Amburgo, è stato possibile ricostruire la disposizione esatta degli atomi nel momento del decadimento. A questi dati sperimentali sono state affiancate simulazioni teoriche ab initio, che hanno tracciato migliaia di possibili traiettorie atomiche calcolando la probabilità di decadimento lungo ciascuna.</p>
<p>Il risultato è stato sorprendente. Gli atomi non restano fermi. Si muovono in uno schema vagante, cambiano continuamente posizione e ridisegnano la struttura del sistema. Questo movimento condiziona in modo diretto sia la tempistica sia l&#8217;esito del decadimento. Come ha spiegato Florian Trinter, uno degli autori principali: il decadimento non è soltanto un processo elettronico, ma viene guidato dal moto nucleare in modo molto diretto e intuitivo.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>Nelle fasi iniziali, il decadimento avviene vicino alla configurazione originale. Col passare del tempo, un atomo di kripton si avvicina al neon mentre l&#8217;altro si allontana, creando condizioni favorevoli al trasferimento elettronico. In stadi ancora successivi, gli atomi assumono geometrie distorte e allungate, frutto di un moto oscillante. La velocità del <strong>decadimento</strong> varia enormemente a seconda della geometria del momento. Till Jahnke, autore senior dello studio, ha sottolineato che il moto nucleare non rappresenta una correzione marginale, ma controlla in modo fondamentale l&#8217;efficienza del decadimento elettronico non locale.</p>
<p>Questo tipo di conoscenza è essenziale. L&#8217;ETMD produce elettroni a bassa energia che possono innescare reazioni chimiche dannose nell&#8217;acqua e nei sistemi biologici. Sapere come il processo dipende dalla disposizione e dal movimento degli atomi aiuta a costruire modelli più precisi del <strong>danno da radiazione</strong> in ambienti biologici reali. Il sistema studiato, per quanto semplice, fornisce un punto di riferimento solido per estendere queste intuizioni a strutture più complesse: liquidi, ioni solvatati, molecole biologiche. Gli autori parlano di una porta aperta verso l&#8217;imaging di dinamiche ultraveloci nella materia debolmente legata, con un livello di dettaglio mai raggiunto prima. E non sembra un&#8217;esagerazione.</p>
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		<title>TOI-561 b, il pianeta di lava che non dovrebbe avere un&#8217;atmosfera</title>
		<link>https://tecnoapple.it/toi-561-b-il-pianeta-di-lava-che-non-dovrebbe-avere-unatmosfera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 11:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un mondo di lava con un'atmosfera impossibile: la scoperta su TOI-561 b Il telescopio spaziale James Webb ha riservato una sorpresa che sta facendo discutere la comunità scientifica: il pianeta roccioso TOI-561 b, un mondo infernale dove un anno dura poco più di 10 ore, sembra possedere...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/toi-561-b-il-pianeta-di-lava-che-non-dovrebbe-avere-unatmosfera/">TOI-561 b, il pianeta di lava che non dovrebbe avere un&#8217;atmosfera</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un mondo di lava con un&#8217;atmosfera impossibile: la scoperta su TOI-561 b</h2>
<p>Il telescopio spaziale <strong>James Webb</strong> ha riservato una sorpresa che sta facendo discutere la comunità scientifica: il pianeta roccioso <strong>TOI-561 b</strong>, un mondo infernale dove un anno dura poco più di 10 ore, sembra possedere un&#8217;atmosfera densa e stabile. Una cosa che nessuno si aspettava, considerando le condizioni estreme a cui è sottoposto. Parliamo di un pianeta così vicino alla sua stella da avere un lato perennemente esposto alla luce, con temperature che dovrebbero rendere impossibile trattenere qualsiasi tipo di gas. Eppure, i dati raccolti raccontano una storia diversa.</p>
<p>Un gruppo di astronomi ha analizzato le osservazioni del <strong>James Webb Space Telescope</strong> e ha notato qualcosa di strano: TOI-561 b risulta molto più freddo di quanto ci si aspetterebbe da un pianeta roccioso nudo esposto a quel livello di radiazione stellare. Questa discrepanza termica ha portato i ricercatori a ipotizzare la presenza di un&#8217;<strong>atmosfera spessa</strong> in grado di redistribuire il calore tra il lato illuminato e quello in ombra perenne. Un meccanismo che, sulla carta, non avrebbe dovuto funzionare su un pianeta del genere.</p>
<h2>Un oceano di magma sotto una coperta di gas</h2>
<p>La cosa si fa ancora più interessante quando si guarda sotto la superficie. Secondo i modelli elaborati dal team di ricerca, <strong>TOI-561 b</strong> potrebbe ospitare un vasto <strong>oceano di magma</strong> che interagisce continuamente con l&#8217;atmosfera sovrastante. In pratica, il pianeta si comporterebbe come una gigantesca palla di lava bagnata, ricca di materiali volatili che alimentano e sostengono l&#8217;involucro gassoso. Questa dinamica tra magma e atmosfera è qualcosa di mai osservato prima con questo livello di dettaglio su un <strong>esopianeta roccioso</strong>.</p>
<p>Il fatto che TOI-561 b riesca a mantenere un&#8217;atmosfera nonostante l&#8217;estrema vicinanza alla sua stella apre scenari nuovi per lo studio dei pianeti al di fuori del sistema solare. Fino a oggi si dava per scontato che mondi così irradiati perdessero rapidamente qualsiasi gas. Questa scoperta costringe a ripensare i modelli sulla formazione e l&#8217;evoluzione delle atmosfere planetarie.</p>
<h2>Perché questa scoperta cambia le regole del gioco</h2>
<p>Quello che rende davvero rilevante il caso di TOI-561 b è il suo valore come banco di prova. Se un pianeta in condizioni così proibitive riesce a trattenere un&#8217;atmosfera, allora le possibilità per mondi meno estremi si moltiplicano enormemente. Il <strong>James Webb</strong> sta dimostrando, missione dopo missione, di poter rivelare dettagli che fino a pochi anni fa erano semplicemente fuori portata.</p>
<p>E poi c&#8217;è un aspetto che non va sottovalutato: TOI-561 b orbita attorno a una stella molto antica. Questo significa che il pianeta stesso potrebbe avere miliardi di anni, il che rende ancora più sorprendente la persistenza della sua atmosfera. Non è solo una <strong>curiosità astronomica</strong>: è un pezzo di un puzzle molto più grande che riguarda la comprensione di come i pianeti rocciosi si comportano in ambienti estremi nell&#8217;universo.</p>
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		<title>Birifrangenza cosmica: l&#8217;angolo di rotazione potrebbe essere molto più grande</title>
		<link>https://tecnoapple.it/birifrangenza-cosmica-langolo-di-rotazione-potrebbe-essere-molto-piu-grande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 03:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[birifrangenza]]></category>
		<category><![CDATA[cosmica]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
		<category><![CDATA[microonde]]></category>
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		<category><![CDATA[rotazione]]></category>
		<category><![CDATA[universo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La birifrangenza cosmica potrebbe essere più grande del previsto La luce più antica dell'universo nasconde un segreto che potrebbe riscrivere parte di quello che sappiamo sulla fisica fondamentale. Si chiama birifrangenza cosmica ed è una rotazione sottile, quasi impercettibile, nella...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La birifrangenza cosmica potrebbe essere più grande del previsto</h2>
<p>La luce più antica dell&#8217;universo nasconde un segreto che potrebbe riscrivere parte di quello che sappiamo sulla fisica fondamentale. Si chiama <strong>birifrangenza cosmica</strong> ed è una rotazione sottile, quasi impercettibile, nella polarizzazione del <strong>fondo cosmico a microonde</strong>, quella radiazione residua del Big Bang che permea tutto lo spazio. Un gruppo di ricercatori ha appena sviluppato una tecnica nuova per ridurre l&#8217;incertezza nelle misurazioni di questo fenomeno, e i risultati sono piuttosto sorprendenti: l&#8217;angolo di rotazione potrebbe essere significativamente più grande di quanto stimato finora.</p>
<p>Lo studio, pubblicato su <strong>Physical Review Letters</strong> nel marzo 2026, è il primo a esaminare in modo quantitativo l&#8217;incertezza legata al cosiddetto angolo di birifrangenza. A guidare la ricerca è stato Fumihiro Naokawa, dottorando presso l&#8217;Università di Tokyo, insieme a Toshiya Namikawa del <strong>Kavli Institute for the Physics and Mathematics of the Universe</strong>. Le stime precedenti collocavano l&#8217;angolo di rotazione intorno a 0,3 gradi. Ma ora le cose si fanno più complicate, e anche più interessanti.</p>
<h2>Il problema dell&#8217;ambiguità di fase (e l&#8217;analogia con l&#8217;orologio)</h2>
<p>Per capire la questione, Naokawa ha proposto un&#8217;analogia efficace: guardare un orologio. Osservando solo la posizione delle lancette, è impossibile sapere che giorno sia. Serve sapere quante volte le lancette hanno completato il giro. Allo stesso modo, la <strong>birifrangenza cosmica</strong> presenta una ambiguità di fase di 180 gradi. Angoli come 0,3 gradi, 180,3 gradi e 360,3 gradi risultano indistinguibili osservando solo lo stato attuale della radiazione cosmica.</p>
<p>Il team ha scoperto che la forma dettagliata del segnale chiamato <strong>correlazione EB</strong> contiene indizi preziosi sul numero effettivo di rotazioni avvenute. Analizzando queste caratteristiche sottili, è possibile risalire all&#8217;angolo reale e superare il problema dell&#8217;ambiguità. E quando questa incertezza di fase viene considerata, la birifrangenza cosmica influenza anche un altro segnale nel fondo cosmico a microonde, noto come correlazione EE, utilizzato per stimare la cosiddetta &#8220;profondità ottica&#8221; dell&#8217;universo. Questo significa che alcune misurazioni già pubblicate potrebbero dover essere riviste.</p>
<h2>Cosa potrebbe significare per il futuro della cosmologia</h2>
<p>Perché tutto questo fermento? Perché la <strong>birifrangenza cosmica</strong> potrebbe essere collegata a particelle ipotizzate ma mai osservate, come gli <strong>assioni</strong>, e potrebbe fornire indizi fondamentali sulla natura della <strong>materia oscura</strong> e dell&#8217;<strong>energia oscura</strong>. Due dei misteri più profondi della fisica contemporanea, insomma.</p>
<p>La nuova tecnica offre uno strumento concreto per analizzare le osservazioni future. Esperimenti di prossima generazione come il Simons Observatory e LiteBIRD potranno sfruttare questo metodo per testare modelli teorici ancora inesplorati. In un secondo studio, sempre pubblicato su Physical Review Letters, Naokawa ha anche proposto un approccio per ridurre gli errori introdotti dai telescopi durante le misurazioni, suggerendo di osservare sorgenti astronomiche specifiche come le <strong>radiogalassie</strong> alimentate da buchi neri supermassicci.</p>
<p>La strada è ancora lunga, ma il messaggio che arriva da questa ricerca è chiaro: la luce più vecchia del cosmo ha ancora molto da raccontare. E forse quello che sta cercando di dirci è più grande di quanto chiunque avesse immaginato.</p>
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