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	<title>tau Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Alzheimer, scoperto come si diffonde nel cervello: potrebbe cambiare tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 11:23:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si diffonde l'Alzheimer nel cervello: la scoperta che potrebbe cambiare tutto Una proteina comune nel cervello potrebbe essere la chiave per capire come si diffonde l'Alzheimer, e soprattutto per fermarlo. Questa è la scoperta che arriva da un gruppo di ricercatori della University of Utah...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Come si diffonde l&#8217;Alzheimer nel cervello: la scoperta che potrebbe cambiare tutto</h2>
<p>Una proteina comune nel cervello potrebbe essere la chiave per capire come si diffonde l&#8217;<strong>Alzheimer</strong>, e soprattutto per fermarlo. Questa è la scoperta che arriva da un gruppo di ricercatori della <strong>University of Utah Health</strong>, pubblicata sulla rivista <strong>Cell</strong> il 30 giugno 2026. Ed è una di quelle notizie che meritano attenzione, perché potrebbe aprire una strada terapeutica completamente nuova contro una malattia che, ad oggi, resta sostanzialmente inarrestabile.</p>
<p>Il punto di partenza è noto a chiunque segua anche vagamente la ricerca neurologica: il morbo di Alzheimer è legato all&#8217;accumulo di una <strong>proteina tossica chiamata Tau</strong>, che si ammassa nei neuroni formando grovigli appiccicosi. Questi aggregati danneggiano e alla fine uccidono le cellule cerebrali, causando il progressivo declino cognitivo e la perdita di memoria. Quello che finora restava poco chiaro era il meccanismo preciso con cui la Tau riesce a passare da un neurone malato a uno sano, propagando la malattia in aree sempre più estese del cervello.</p>
<h2>Il ruolo inaspettato della proteina Arc</h2>
<p>Qui entra in scena la vera sorpresa. I ricercatori, lavorando su modelli murini, hanno scoperto che una proteina chiamata <strong>Arc</strong> gioca un ruolo fondamentale nella diffusione dell&#8217;Alzheimer. In condizioni normali, Arc è una proteina utile: aiuta i neuroni a comunicare tra loro. Lo fa confezionandosi all&#8217;interno di minuscole sacche membranose note come <strong>vescicole extracellulari</strong>, che viaggiano da un neurone all&#8217;altro trasportando segnali cellulari importanti.</p>
<p>Il problema è che la Tau tossica ha trovato il modo di sfruttare questo sistema di trasporto naturale. Attaccandosi alla proteina Arc dentro le vescicole, la Tau riesce a viaggiare da una cellula malata a una sana, dove corrompe la Tau normale e ricomincia il ciclo di distruzione. Mitali Tyagi, prima autrice dello studio, paragona i grovigli di Tau a dei &#8220;mostri di colla&#8221; che bloccano il trasporto interno del neurone, ma che possono frantumarsi in pezzi più piccoli capaci di infettare nuove cellule.</p>
<p>Quando i ricercatori hanno rimosso la proteina Arc nei topi, il trasferimento di Tau si è ridotto in modo drastico. Quasi azzerato, per dirla con le parole di Tyagi. I topi privi di Arc avevano vescicole extracellulari con pochissima Tau, e la malattia non riusciva più a propagarsi efficacemente.</p>
<h2>Bloccare la diffusione senza eliminare Arc del tutto</h2>
<p>La questione però non è così semplice come potrebbe sembrare. Eliminare Arc non è la soluzione ideale, perché questa proteina svolge anche un ruolo protettivo nelle fasi iniziali della malattia. Aiutando i neuroni a espellere la Tau in eccesso, Arc permette alle cellule già danneggiate di sopravvivere più a lungo. Nei topi senza Arc, la Tau rimaneva intrappolata dentro i neuroni e quelli già malati morivano più rapidamente.</p>
<p>La strategia più promettente, secondo Jason Shepherd, professore di neurobiologia e autore senior dello studio, sarebbe quindi diversa: <strong>intercettare le vescicole contenenti Tau</strong> dopo che lasciano i neuroni malati, ma prima che raggiungano quelli sani. Un approccio del genere non invertirebbe i danni già fatti, ma potrebbe rallentare o addirittura bloccare l&#8217;ulteriore diffusione dell&#8217;<strong>Alzheimer</strong>.</p>
<p>I ricercatori hanno anche trovato vescicole extracellulari contenenti sia Arc che Tau in <strong>tessuto cerebrale umano</strong>, il che suggerisce che lo stesso meccanismo potrebbe essere attivo anche nelle persone. Shepherd tiene però i piedi per terra: la maggior parte del lavoro è stata condotta su topi, e servono ancora molte ricerche prima di poter parlare di terapie concrete.</p>
<p>Resta il fatto che questa scoperta offre un bersaglio terapeutico completamente nuovo. Per chi riceve una diagnosi precoce di Alzheimer o <strong>demenza</strong>, fermare la propagazione della malattia significherebbe prevenire ulteriori danni e preservare le funzioni cognitive ancora intatte. E in un campo dove i progressi sono spesso frustranti e lentissimi, anche solo una nuova direzione in cui guardare vale moltissimo.</p>
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		<title>Alzheimer: e se lo avessimo sempre curato nel modo sbagliato?</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-e-se-lo-avessimo-sempre-curato-nel-modo-sbagliato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 04:24:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[amiloide]]></category>
		<category><![CDATA[CRISPR]]></category>
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		<category><![CDATA[terapie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alzheimer: e se lo avessimo curato nel modo sbagliato fino a oggi? La malattia di Alzheimer potrebbe essere molto più complicata di quanto la comunità scientifica abbia creduto per decenni. Una revisione pubblicata sulla rivista Science China Life Sciences nell'aprile 2026 mette nero su bianco...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Alzheimer: e se lo avessimo curato nel modo sbagliato fino a oggi?</h2>
<p>La malattia di <strong>Alzheimer</strong> potrebbe essere molto più complicata di quanto la comunità scientifica abbia creduto per decenni. Una revisione pubblicata sulla rivista <strong>Science China Life Sciences</strong> nell&#8217;aprile 2026 mette nero su bianco quello che diversi ricercatori sospettavano da tempo: concentrarsi su un solo bersaglio molecolare non basta. E forse non è mai bastato. Il gruppo guidato dal professor <strong>Yan-Jiang Wang</strong> sostiene che servono strategie multiple, coordinate, capaci di aggredire la malattia da più fronti contemporaneamente. Questo perché l&#8217;Alzheimer non è un problema singolo, ma un intreccio di fattori biologici, genetici e legati all&#8217;invecchiamento che si alimentano a vicenda.</p>
<p>Negli ultimi anni, farmaci come <strong>lecanemab</strong> e <strong>donanemab</strong> hanno acceso qualche speranza rallentando il declino cognitivo. Tuttavia, nessuno di questi trattamenti è riuscito a invertire la rotta della malattia né a restituire una funzione cerebrale normale. Il motivo, secondo gli autori della revisione, è che queste terapie puntano quasi esclusivamente sulla proteina <strong>beta amiloide</strong>, che sì, gioca un ruolo importante, ma non racconta tutta la storia. Accanto all&#8217;accumulo di beta amiloide ci sono i grovigli di <strong>proteina Tau</strong>, le alterazioni genetiche, il deterioramento cellulare legato all&#8217;età e perfino condizioni metaboliche come la resistenza all&#8217;insulina. Trattare solo un pezzo del puzzle lascia tutto il resto libero di fare danni.</p>
<h2>Genetica, invecchiamento e intestino: i fronti dimenticati dell&#8217;Alzheimer</h2>
<p>La componente genetica merita un discorso a parte. Il fattore di rischio più noto resta la variante <strong>APOE ε4</strong>, ma la ricerca sta scoprendo nuove varianti genetiche legate a popolazioni specifiche. La tecnologia <strong>CRISPR/Cas9</strong>, quella che permette di modificare il DNA con precisione chirurgica, viene ora esplorata come possibile trattamento &#8220;una tantum&#8221; capace di intervenire alla radice del rischio. Non è fantascienza: è una strada concreta, anche se ancora in fase sperimentale.</p>
<p>Poi c&#8217;è l&#8217;invecchiamento, il fattore di rischio più potente in assoluto. Con l&#8217;età calano le funzioni mitocondriali, si accumulano cellule danneggiate e aumenta il danno al DNA. Gli scienziati stanno studiando le cosiddette terapie &#8220;senolitiche&#8221;, pensate per eliminare le <strong>cellule gliali invecchiate</strong> e dare al cervello una chance di funzionare meglio, più a lungo.</p>
<p>E non finisce qui. La salute dell&#8217;intestino potrebbe avere un ruolo che nessuno si aspettava. Squilibri nel <strong>microbiota intestinale</strong>, pressione alta, problemi metabolici: tutto questo può peggiorare la progressione dell&#8217;Alzheimer. Alcuni ricercatori stanno valutando se farmaci già usati per il diabete possano avere effetti protettivi anche sul cervello, sfruttando il cosiddetto asse intestino cervello.</p>
<h2>Verso un approccio integrato contro l&#8217;Alzheimer</h2>
<p>Il messaggio centrale della revisione è chiaro: bisogna abbandonare l&#8217;idea che una singola molecola possa sconfiggere una malattia così articolata. Gli autori parlano di passare da un approccio &#8220;riduzionista&#8221; a <strong>strategie integrate</strong>, capaci di colpire più meccanismi nello stesso momento. Questo significa anche usare modelli di laboratorio più avanzati, come gli organoidi derivati da cellule staminali umane, e puntare sulla medicina di precisione grazie a biomarcatori precoci come il <strong>pTau217</strong> nel sangue, che potrebbe permettere diagnosi molto più tempestive.</p>
<p>L&#8217;Alzheimer resta una delle sfide sanitarie più grandi del nostro tempo, soprattutto con una popolazione mondiale che invecchia rapidamente. Ma se la scienza riuscirà davvero a trattarlo come un sistema complesso e non come un bersaglio singolo, la prospettiva cambia radicalmente. Non più declino inevitabile, ma una condizione potenzialmente gestibile. Forse, un giorno, prevenibile.</p>
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		<title>Vitamina D a 40 anni: cosa succede al cervello dopo 16 anni</title>
		<link>https://tecnoapple.it/vitamina-d-a-40-anni-cosa-succede-al-cervello-dopo-16-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 09:23:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vitamina D e salute del cervello: quello che succede a 40 anni conta più di quanto si pensi Quanto la vitamina D assunta nella mezza età possa influenzare la salute cerebrale a distanza di decenni è una domanda che la scienza si pone da tempo. Ora uno studio pubblicato il 1 aprile 2026 sulla...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Vitamina D e salute del cervello: quello che succede a 40 anni conta più di quanto si pensi</h2>
<p>Quanto la <strong>vitamina D</strong> assunta nella mezza età possa influenzare la salute cerebrale a distanza di decenni è una domanda che la scienza si pone da tempo. Ora uno studio pubblicato il 1 aprile 2026 sulla rivista Neurology Open Access, organo ufficiale della <strong>American Academy of Neurology</strong>, offre una risposta che fa riflettere. La ricerca ha seguito quasi 800 persone per oltre 16 anni, scoprendo che chi presentava livelli più alti di vitamina D tra i 30 e i 40 anni mostrava successivamente una quantità inferiore di <strong>proteina tau</strong> nel cervello. E la proteina tau, vale la pena ricordarlo, è uno dei marcatori più strettamente associati alla <strong>demenza</strong> e all&#8217;<strong>Alzheimer</strong>.</p>
<p>Prima di correre in farmacia, però, una precisazione importante: lo studio evidenzia una correlazione, non un rapporto diretto di causa ed effetto. Come ha spiegato l&#8217;autore principale Martin David Mulligan, dell&#8217;Università di Galway in Irlanda, questi risultati suggeriscono che livelli adeguati di vitamina D nella mezza età potrebbero offrire una sorta di protezione contro l&#8217;accumulo di depositi di tau nel cervello. E che bassi livelli di vitamina D potrebbero rappresentare un <strong>fattore di rischio modificabile</strong>, cioè qualcosa su cui si può intervenire. Ma servono ulteriori conferme.</p>
<h2>Come è stata condotta la ricerca</h2>
<p>Lo studio ha coinvolto 793 adulti, con un&#8217;età media di 39 anni, tutti privi di diagnosi di demenza all&#8217;inizio dell&#8217;osservazione. A ciascun partecipante è stato misurato il livello ematico di vitamina D. Circa 16 anni dopo, le stesse persone sono state sottoposte a scansioni cerebrali per valutare la presenza di proteina tau e di <strong>beta amiloide</strong>, entrambi considerati biomarcatori dell&#8217;Alzheimer. La soglia scelta dai ricercatori era di 30 nanogrammi per millilitro: chi stava sopra veniva classificato come &#8220;livello alto&#8221;, chi stava sotto come &#8220;livello basso&#8221;. Il dato interessante? Il 34% dei partecipanti aveva livelli insufficienti di vitamina D e solo il 5% dichiarava di assumere integratori.</p>
<p>Dopo aver tenuto conto di variabili come età, sesso e sintomi depressivi, il quadro che è emerso è piuttosto netto: livelli più elevati di vitamina D erano associati a una minore presenza di proteina tau. Nessuna correlazione significativa, invece, con la beta amiloide. Un risultato che aggiunge un tassello importante ma non completa ancora il puzzle.</p>
<h2>I limiti dello studio e perché servono altre ricerche</h2>
<p>C&#8217;è un aspetto che va detto con chiarezza: la vitamina D è stata misurata una sola volta, all&#8217;inizio dello studio, senza monitoraggio nel tempo. Questo significa che non sappiamo come i livelli siano cambiati negli anni successivi, il che rappresenta un limite non trascurabile. Inoltre, la ricerca non dimostra che integrare la <strong>vitamina D</strong> riduca effettivamente il rischio di sviluppare demenza.</p>
<p>Eppure il messaggio di fondo resta potente. La mezza età, come sottolinea Mulligan, è il momento in cui intervenire sui fattori di rischio può avere il maggiore impatto sulla <strong>salute del cervello</strong> a lungo termine. Lo studio, finanziato dal National Institute on Aging e dall&#8217;Irish Research Council tra gli altri enti, apre una strada che la comunità scientifica dovrà percorrere con ulteriori indagini. Nel frattempo, tenere sotto controllo i propri livelli di vitamina D non sembra affatto una cattiva idea.</p>
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		<title>Alzheimer, scoperte cellule cerebrali che eliminano la proteina tau</title>
		<link>https://tecnoapple.it/alzheimer-scoperte-cellule-cerebrali-che-eliminano-la-proteina-tau/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 13:18:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[cerebrospinale]]></category>
		<category><![CDATA[cervello]]></category>
		<category><![CDATA[neurodegenerazione]]></category>
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		<category><![CDATA[terapia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cellule cerebrali nascoste potrebbero fermare l'accumulo di tau nell'Alzheimer: la scoperta che cambia le carte in tavola Un gruppo di scienziati ha individuato un meccanismo biologico finora sconosciuto che potrebbe avere un impatto enorme sulla comprensione della malattia di Alzheimer. Al centro...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Cellule cerebrali nascoste potrebbero fermare l&#8217;accumulo di tau nell&#8217;Alzheimer: la scoperta che cambia le carte in tavola</h2>
<p>Un gruppo di scienziati ha individuato un meccanismo biologico finora sconosciuto che potrebbe avere un impatto enorme sulla comprensione della <strong>malattia di Alzheimer</strong>. Al centro di tutto ci sono delle cellule cerebrali poco studiate, chiamate <strong>taniciti</strong>, che sembrano svolgere un ruolo cruciale nell&#8217;eliminazione della <strong>proteina tau</strong> tossica dal cervello. Quando queste cellule smettono di funzionare correttamente, la tau si accumula, e sappiamo bene che questo accumulo è uno dei tratti distintivi dell&#8217;Alzheimer. Lo studio, pubblicato l&#8217;8 marzo 2026 sulla rivista Cell Press Blue, apre scenari terapeutici che fino a poco tempo fa nessuno avrebbe immaginato.</p>
<p>Ma facciamo un passo indietro. La proteina tau, in condizioni normali, svolge funzioni utili per la stabilità delle cellule nervose. Il problema nasce quando questa proteina si aggrega in modo anomalo, formando i cosiddetti &#8220;grovigli neurofibrillari&#8221; che danneggiano progressivamente il tessuto cerebrale. Capire come il cervello gestisce e smaltisce la tau è quindi una delle grandi sfide della <strong>ricerca sull&#8217;Alzheimer</strong>. Ed è proprio qui che entrano in gioco i taniciti.</p>
<h2>Cosa sono i taniciti e perché contano così tanto</h2>
<p>I <strong>taniciti</strong> sono cellule non neuronali situate principalmente nel terzo ventricolo cerebrale. Non sono neuroni, non trasmettono impulsi elettrici, eppure hanno un compito fondamentale: funzionano come una sorta di ponte biologico tra il <strong>liquido cerebrospinale</strong> (quello che circonda cervello e midollo spinale) e il flusso sanguigno. In pratica, aiutano a trasportare segnali metabolici avanti e indietro, mantenendo una comunicazione efficiente tra il sistema nervoso centrale e il resto dell&#8217;organismo.</p>
<p>Quello che gli scienziati hanno scoperto adesso è che i taniciti non si limitano a trasportare segnali. Svolgono anche un&#8217;azione di &#8220;pulizia&#8221;, catturando la proteina tau dal liquido cerebrospinale e convogliandola verso il sangue, dove il corpo può eliminarla. Il team guidato da <strong>Vincent Prévot</strong> dell&#8217;INSERM, in Francia, ha combinato esperimenti su animali, studi su colture cellulari e analisi di tessuti provenienti da pazienti umani affetti da Alzheimer. I risultati sono stati sorprendenti.</p>
<p>Nei cervelli dei pazienti con <strong>Alzheimer</strong>, i taniciti apparivano frammentati, danneggiati, con alterazioni nell&#8217;espressione genica legate proprio alla funzione di trasporto. Come ha spiegato lo stesso Prévot: &#8220;Siamo riusciti a dimostrare, sia nei modelli animali sia in quelli cellulari, che i taniciti sono effettivamente coinvolti nella rimozione della tau. Ma la cosa davvero rilevante è che nei cervelli umani di pazienti con Alzheimer queste cellule risultavano compromesse a livello strutturale e funzionale.&#8221;</p>
<h2>Nuove strade terapeutiche, ma con cautela</h2>
<p>La tentazione di gridare alla svolta è forte, ma gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Proteggere la salute dei taniciti potrebbe effettivamente rallentare la <strong>neurodegenerazione</strong>, migliorando la capacità del cervello di eliminare la tau tossica. Tuttavia, sviluppare terapie mirate su queste cellule presenta diverse difficoltà. Una delle principali riguarda la mancanza di modelli animali davvero affidabili che riproducano fedelmente la malattia di Alzheimer in tutte le sue sfaccettature. Serve anche coinvolgere gruppi di pazienti più ampi e condurre <strong>studi a lungo termine</strong> per stabilire con certezza il rapporto causa ed effetto tra la disfunzione dei taniciti e l&#8217;accumulo di tau.</p>
<p>&#8220;Le nostre scoperte forniscono la prima evidenza di alterazioni strutturali e funzionali in queste cellule cerebrali poco conosciute ma fondamentali nella malattia umana&#8221;, ha sottolineato Prévot. È un punto di partenza, non di arrivo. Ma è un punto di partenza che potrebbe ridisegnare l&#8217;approccio alla <strong>prevenzione e al trattamento dell&#8217;Alzheimer</strong>.</p>
<p>Lo studio è stato sostenuto dall&#8217;European Research Council, dai National Institutes of Health, dalla Fondation pour la Recherche Médicale e dalla Fondation NRJ per le Neuroscienze. Parliamo di un lavoro multidisciplinare di ampio respiro, con decine di ricercatori coinvolti da istituzioni internazionali. Il fatto che cellule così poco studiate possano avere un ruolo tanto importante nella malattia neurodegenerativa più diffusa al mondo la dice lunga su quanto ci sia ancora da scoprire. E su quanto, a volte, le risposte si nascondano proprio dove nessuno pensa di cercare.</p>
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