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	<title>temperatura Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Cambiamento climatico e malnutrizione infantile: lo studio su 6,5 milioni di bambini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 18:23:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Temperature più alte e malnutrizione infantile: cosa emerge dallo studio su 6,5 milioni di bambini in Brasile Il legame tra cambiamento climatico e malnutrizione infantile non è più solo un'ipotesi teorica. Uno studio condotto su 6,5 milioni di bambini in Brasile ha messo nero su bianco una...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Temperature più alte e malnutrizione infantile: cosa emerge dallo studio su 6,5 milioni di bambini in Brasile</h2>
<p>Il legame tra <strong>cambiamento climatico</strong> e <strong>malnutrizione infantile</strong> non è più solo un&#8217;ipotesi teorica. Uno studio condotto su 6,5 milioni di bambini in <strong>Brasile</strong> ha messo nero su bianco una correlazione preoccupante: quando le <strong>temperature</strong> salgono, i risultati nutrizionali dei più piccoli peggiorano. E il dato colpisce ancora di più se si guarda ai gruppi più vulnerabili della popolazione.</p>
<p>La ricerca, tra le più ampie mai realizzate su questo tema, ha analizzato dati raccolti in tutto il territorio brasiliano, incrociando informazioni sanitarie con le variazioni climatiche locali. Quello che ne esce è un quadro che dovrebbe far riflettere non solo chi si occupa di salute pubblica, ma chiunque abbia a cuore il futuro delle prossime generazioni. Perché quando si parla di <strong>nutrizione infantile</strong>, non si sta parlando di numeri astratti. Si sta parlando di bambini che crescono meno, che si ammalano di più, che partono già svantaggiati.</p>
<h2>Come il caldo incide sulla salute dei bambini</h2>
<p>Il meccanismo non è poi così difficile da capire, almeno nelle sue linee generali. Le temperature elevate influenzano la <strong>sicurezza alimentare</strong> in diversi modi. Riducono la produttività agricola, rendono più difficile la conservazione del cibo, aumentano il rischio di infezioni gastrointestinali. Tutti fattori che, messi insieme, colpiscono con particolare durezza le famiglie che già vivono in condizioni di fragilità economica e sociale.</p>
<p>Nel caso del Brasile, un paese enorme e con disuguaglianze profonde, gli effetti non si distribuiscono in modo uniforme. Le comunità rurali, le aree del nordest, le famiglie con redditi più bassi: sono questi i contesti in cui l&#8217;aumento delle temperature si traduce più facilmente in un peggioramento dello stato nutrizionale dei bambini. È un circolo vizioso che si autoalimenta, perché la <strong>malnutrizione</strong> nella prima infanzia compromette lo sviluppo cognitivo e fisico, riducendo le opportunità future.</p>
<h2>Perché questo studio riguarda anche noi</h2>
<p>Sarebbe un errore pensare che si tratti di un problema esclusivamente brasiliano. Il <strong>riscaldamento globale</strong> è una questione planetaria, e le dinamiche osservate in questo studio possono ripresentarsi ovunque esistano sacche di povertà e sistemi alimentari fragili. Anche in Europa, del resto, le ondate di calore stanno diventando sempre più frequenti e intense.</p>
<p>Lo studio sui 6,5 milioni di <strong>bambini in Brasile</strong> offre una base di dati solida per orientare le politiche pubbliche. Investire in programmi di protezione nutrizionale, rafforzare i sistemi sanitari nelle aree più esposte e accelerare le strategie di adattamento climatico non sono opzioni facoltative. Sono scelte necessarie. Perché se il clima continua a cambiare a questo ritmo, e tutto indica che lo farà, le conseguenze sulla nutrizione infantile rischiano di aggravarsi ulteriormente. E a pagare il prezzo più alto saranno, come sempre, quelli che hanno meno strumenti per difendersi.</p>
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		<title>Metano dagli oceani: la scoperta che preoccupa gli scienziati</title>
		<link>https://tecnoapple.it/metano-dagli-oceani-la-scoperta-che-preoccupa-gli-scienziati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 13:53:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[batteri]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Metano dagli oceani: la scoperta che potrebbe cambiare le previsioni sul clima Una fonte nascosta di metano oceanico potrebbe accelerare il riscaldamento globale molto più di quanto si pensasse fino a oggi. La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori della University of Rochester, che ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Metano dagli oceani: la scoperta che potrebbe cambiare le previsioni sul clima</h2>
<p>Una fonte nascosta di <strong>metano oceanico</strong> potrebbe accelerare il <strong>riscaldamento globale</strong> molto più di quanto si pensasse fino a oggi. La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori della <strong>University of Rochester</strong>, che ha pubblicato i risultati sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences nell&#8217;aprile 2026. E la cosa inquietante è che si tratta di un meccanismo che, con l&#8217;aumento delle temperature, rischia di diventare sempre più attivo.</p>
<p>Per anni la comunità scientifica si è interrogata su un paradosso piuttosto evidente. Le acque superficiali degli oceani, ricche di ossigeno, rilasciano metano nell&#8217;atmosfera. Eppure il <strong>metano</strong> viene tipicamente prodotto in ambienti privi di ossigeno, come le zone umide o i sedimenti delle profondità marine. Qualcosa non tornava. Il team guidato da Thomas Weber, insieme ai ricercatori Shengyu Wang e Hairong Xu, ha analizzato enormi set di dati globali e utilizzato modelli computazionali per venire a capo della questione. La risposta sta in un processo microbico legato alla scarsità di <strong>fosfato</strong>, un nutriente essenziale. Quando i livelli di fosfato nelle acque superficiali calano, determinati batteri iniziano a produrre metano mentre decompongono la materia organica. In pratica, meno fosfato c&#8217;è, più metano viene generato. Weber lo ha definito il &#8220;principale regolatore&#8221; delle <strong>emissioni di metano</strong> in mare aperto.</p>
<h2>Oceani più caldi, più metano: il circolo vizioso che preoccupa gli scienziati</h2>
<p>Ecco dove la faccenda si complica davvero. Il <strong>cambiamento climatico</strong> sta riscaldando gli oceani dalla superficie verso il basso. Questo fenomeno aumenta la differenza di densità tra le acque superficiali e quelle profonde, rallentando il rimescolamento verticale che normalmente trasporta nutrienti come il fosfato dagli strati profondi verso la superficie. Con meno rimescolamento, le acque superficiali diventano sempre più povere di fosfato. E indovinate cosa succede: si creano le condizioni ideali per quei microbi che producono metano.</p>
<p>Il risultato è quello che gli scienziati chiamano un <strong>feedback loop</strong>, un circolo vizioso. Gli oceani si scaldano, il fosfato diminuisce in superficie, i microbi producono più metano, il metano finisce nell&#8217;atmosfera e contribuisce a scaldare ulteriormente il pianeta. Che poi il metano, vale la pena ricordarlo, è un gas serra estremamente potente, molto più efficace della CO2 nel trattenere il calore nell&#8217;atmosfera nel breve periodo.</p>
<h2>Un tassello mancante nei modelli climatici attuali</h2>
<p>La parte forse più rilevante di questa ricerca riguarda ciò che ancora manca nei <strong>modelli climatici</strong> utilizzati per fare previsioni. Questo tipo di retroazione tra oceani e atmosfera, infatti, non è ancora contemplato nella maggior parte delle simulazioni principali. Come ha spiegato Weber stesso, il loro lavoro punta a colmare una lacuna significativa nelle previsioni sul clima, che spesso trascurano le interazioni tra l&#8217;ambiente in trasformazione e le fonti naturali di gas serra.</p>
<p>Capire quanto metano oceanico verrà rilasciato nei prossimi decenni potrebbe fare una differenza enorme nella capacità di prevedere la velocità e la gravità del riscaldamento globale. Non si tratta di un dettaglio tecnico per addetti ai lavori. È un pezzo del puzzle climatico che, se ignorato, rischia di rendere tutte le proiezioni attuali troppo ottimistiche.</p>
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		<title>Chip resiste a 700°C: la scoperta nata per caso che cambia tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/chip-resiste-a-700c-la-scoperta-nata-per-caso-che-cambia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2026 20:54:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[chip]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
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		<category><![CDATA[intelligenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un chip che resiste a 700°C: la scoperta che potrebbe rivoluzionare l'intelligenza artificiale Un chip resistente al calore estremo che funziona a temperature superiori a quelle della lava fusa. Non è fantascienza, è quello che un gruppo di ingegneri della University of Southern California ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un chip che resiste a 700°C: la scoperta che potrebbe rivoluzionare l&#8217;intelligenza artificiale</h2>
<p>Un <strong>chip resistente al calore estremo</strong> che funziona a temperature superiori a quelle della lava fusa. Non è fantascienza, è quello che un gruppo di ingegneri della <strong>University of Southern California</strong> ha appena dimostrato in uno studio pubblicato su Science alla fine di marzo 2026. Il dispositivo opera fino a <strong>700 gradi Celsius</strong>, ben oltre il limite dei 200 gradi che da decenni rappresenta il muro invalicabile dell&#8217;elettronica tradizionale. E la parte più interessante? Potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui funziona l&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong>.</p>
<p>Il componente in questione si chiama <strong>memristor</strong>, un dispositivo su scala nanometrica capace non solo di immagazzinare dati, ma anche di eseguire calcoli. Pensarlo come un minuscolo sandwich aiuta a capirne la struttura: due elettrodi esterni e uno strato ceramico sottilissimo nel mezzo. La scelta dei materiali è stata decisiva. Tungsteno per l&#8217;elettrodo superiore (ha il punto di fusione più alto tra tutti gli elementi), ossido di afnio come strato intermedio e <strong>grafene</strong> per la base, quel foglio di carbonio spesso un solo atomo che ormai compare in ogni frontiera della scienza dei materiali. Questa combinazione ha prodotto risultati che gli stessi ricercatori non si aspettavano. Il dispositivo ha conservato dati per oltre 50 ore a 700 gradi senza necessità di aggiornamento, ha sopportato più di un miliardo di cicli di commutazione e funziona a soli 1,5 volt con velocità nell&#8217;ordine delle decine di nanosecondi.</p>
<h2>Una scoperta nata per caso, come spesso accade</h2>
<p>Il team guidato da Joshua Yang stava lavorando a qualcosa di completamente diverso. Stavano tentando di costruire un altro tipo di dispositivo a base di grafene, che però non ha funzionato. &#8220;A essere onesti, è stato un incidente, come la maggior parte delle scoperte,&#8221; ha ammesso Yang. &#8220;Se riesci a prevederla, di solito non è sorprendente, e probabilmente non è abbastanza significativa.&#8221; Indagando su cosa rendesse il dispositivo così resistente, i ricercatori hanno capito il meccanismo. Nell&#8217;elettronica convenzionale, il calore spinge gli atomi metallici dell&#8217;elettrodo superiore a migrare attraverso lo strato ceramico fino a quello inferiore, creando un cortocircuito permanente. Il grafene impedisce esattamente questo. L&#8217;interazione tra tungsteno e grafene, come ha spiegato Yang, somiglia a quella tra olio e acqua: gli atomi di tungsteno non riescono ad attaccarsi alla superficie del grafene e si allontanano, evitando la formazione di ponti conduttivi. Un principio confermato poi con <strong>microscopia elettronica avanzata</strong> e simulazioni quantistiche.</p>
<h2>Perché conta per l&#8217;intelligenza artificiale e non solo</h2>
<p>Le applicazioni pratiche sono enormi. Nello spazio, per esempio, la superficie di Venere raggiunge circa 500 gradi e ogni lander inviato finora ha fallito anche per il calore. Un chip resistente a 700 gradi aprirebbe possibilità concrete per l&#8217;esplorazione planetaria, ma anche per sistemi geotermici, impianti nucleari e persino per l&#8217;elettronica automobilistica, dove le temperature interne toccano spesso i 125 gradi. Ma è sul fronte dell&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> che il memristor diventa davvero interessante. Oltre il 92% dei calcoli in sistemi come ChatGPT consiste in moltiplicazioni di matrici. I computer tradizionali le eseguono passo dopo passo, consumando quantità enormi di energia. Il memristor invece sfrutta la legge di Ohm per ottenere il risultato istantaneamente, mentre la corrente attraversa il dispositivo. &#8220;Questo tipo di componente può eseguire quei calcoli nel modo più efficiente possibile, ordini di grandezza più veloce e con meno energia,&#8221; ha dichiarato Yang, che ha già cofondato una società chiamata <strong>TetraMem</strong> per commercializzare chip basati su memristor.</p>
<p>Va detto che siamo ancora nella fase di laboratorio. Il dispositivo è stato costruito manualmente su scala ridottissima, e servono ancora circuiti logici ad alta temperatura per completare un sistema funzionante. Però due dei tre materiali utilizzati, tungsteno e ossido di afnio, sono già standard nell&#8217;industria dei semiconduttori. E il grafene viene sviluppato attivamente da colossi come TSMC e Samsung. &#8220;Questo è il primo passo,&#8221; ha detto Yang. &#8220;La strada è ancora lunga. Ma ora è possibile. Il componente mancante è stato creato.&#8221;</p>
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		<title>Acqua ha due fasi liquide: la scoperta che spiega le sue anomalie</title>
		<link>https://tecnoapple.it/acqua-ha-due-fasi-liquide-la-scoperta-che-spiega-le-sue-anomalie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 19:54:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'acqua ha due fasi liquide diverse: la scoperta che potrebbe spiegare i suoi comportamenti anomali Le due fasi liquide dell'acqua a basse temperature non sono più solo un'ipotesi teorica. Un gruppo di ricercatori è riuscito a dimostrare che, quando viene raffreddata a temperature estreme, l'acqua...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>L&#8217;acqua ha due fasi liquide diverse: la scoperta che potrebbe spiegare i suoi comportamenti anomali</h2>
<p>Le <strong>due fasi liquide dell&#8217;acqua</strong> a basse temperature non sono più solo un&#8217;ipotesi teorica. Un gruppo di ricercatori è riuscito a dimostrare che, quando viene raffreddata a temperature estreme, l&#8217;acqua può esistere in due stati liquidi distinti, con densità e struttura molecolare differenti. Questi due stati, a un certo punto, convergono e diventano uno solo in corrispondenza di quello che viene chiamato <strong>punto critico</strong>. Ed è proprio questa scoperta che potrebbe finalmente dare una risposta convincente a una domanda che tormenta fisici e chimici da decenni: perché l&#8217;acqua si comporta in modo così strano rispetto a quasi tutti gli altri liquidi?</p>
<p>Parliamoci chiaro. L&#8217;acqua è la sostanza più comune sulla Terra, eppure è anche una delle più bizzarre. Ha <strong>proprietà anomale</strong> che sfidano le regole generali della fisica dei liquidi. Per esempio, la sua densità massima non si raggiunge allo stato solido ma a circa 4 gradi Celsius. Il ghiaccio galleggia, cosa tutt&#8217;altro che scontata. E la sua capacità termica è insolitamente alta. Queste stranezze, note da tempo, non avevano mai trovato una spiegazione unitaria del tutto soddisfacente. Ora, la conferma sperimentale delle <strong>due fasi liquide</strong> a temperature molto basse apre uno scenario nuovo e affascinante.</p>
<h2>Cosa significa davvero questa scoperta per la scienza</h2>
<p>Il concetto delle due fasi liquide dell&#8217;acqua era stato ipotizzato già negli anni Novanta, ma dimostrarlo si è rivelato un problema enorme. A quelle <strong>temperature estreme</strong>, ben al di sotto dello zero, l&#8217;acqua tende a cristallizzare quasi istantaneamente. Riuscire a osservarla in forma liquida richiede tecniche sperimentali raffinatissime e tempi di osservazione brevissimi. La sfida, insomma, era tutta nel riuscire a &#8220;catturare&#8221; l&#8217;acqua in quello stato prima che si trasformasse in ghiaccio.</p>
<p>I risultati ottenuti suggeriscono che esiste una <strong>transizione liquido liquido</strong>, un passaggio tra una fase ad alta densità e una a bassa densità. Le due fasi coesistono fino al raggiungimento del punto critico, oltre il quale non sono più distinguibili. Questo meccanismo potrebbe essere la chiave per capire molte delle <strong>anomalie dell&#8217;acqua</strong> che osserviamo anche a temperature normali, quelle con cui abbiamo a che fare ogni giorno senza farci troppo caso.</p>
<h2>Perché dovrebbe interessare anche a chi non è un fisico</h2>
<p>La portata di questa scoperta va ben oltre il laboratorio. Capire la <strong>struttura molecolare dell&#8217;acqua</strong> a livello profondo ha implicazioni enormi. Dalla biologia alla scienza dei materiali, dalla climatologia alla conservazione degli alimenti, praticamente ogni campo scientifico che ha a che fare con l&#8217;acqua potrebbe beneficiarne. E considerando che l&#8217;acqua è il solvente universale della vita, non è esagerato dire che comprendere meglio le sue due fasi liquide significa comprendere meglio un pezzo fondamentale di come funziona il mondo. A volte le risposte più importanti si nascondono proprio dentro le cose che diamo per scontate.</p>
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		<item>
		<title>Curva termica universale: la scoperta che cambia tutto sul clima</title>
		<link>https://tecnoapple.it/curva-termica-universale-la-scoperta-che-cambia-tutto-sul-clima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 06:16:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[biologia]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una curva termica universale governa la vita sulla Terra: la scoperta che cambia tutto Esiste una sorta di regola invisibile che lega ogni forma vivente del pianeta alla temperatura, dai batteri microscopici fino ai rettili più grandi. Un gruppo di ricercatori del Trinity College di Dublino ha...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una curva termica universale governa la vita sulla Terra: la scoperta che cambia tutto</h2>
<p>Esiste una sorta di regola invisibile che lega ogni forma vivente del pianeta alla <strong>temperatura</strong>, dai batteri microscopici fino ai rettili più grandi. Un gruppo di ricercatori del <strong>Trinity College di Dublino</strong> ha scoperto quella che definiscono una <strong>curva termica universale</strong>, un pattern comune che descrive come tutti gli organismi rispondono ai cambiamenti di temperatura. E la cosa davvero notevole è che questa curva sembra valere per ogni ramo dell&#8217;albero della vita, senza eccezioni significative trovate finora.</p>
<p>La ricerca, pubblicata sulla rivista <strong>PNAS</strong>, ha analizzato oltre 2.500 curve di performance termica raccolte su migliaia di specie. Batteri, piante, insetti, pesci, lucertole: non importa quale organismo si osservi, lo schema è sempre lo stesso. Man mano che la temperatura sale, le prestazioni biologiche migliorano gradualmente fino a raggiungere un punto ottimale. Superato quel picco, però, tutto crolla. E crolla in fretta. Il declino dopo la <strong>temperatura ottimale</strong> è ripido, quasi brutale, il che significa che anche un piccolo surriscaldamento può diventare letale.</p>
<p>Fino a oggi gli scienziati avevano sviluppato decine di modelli diversi per spiegare come le varie specie reagiscono al caldo o al freddo. Sembrava che ogni organismo avesse le sue regole particolari. La novità è che tutte quelle differenze sono in realtà variazioni dello stesso identico schema, semplicemente spostato e allungato su intervalli di temperatura diversi. Un batterio che prospera a 80°C e una lucertola che funziona al meglio a 25°C seguono la stessa <strong>curva termica universale</strong>, solo calibrata su scale differenti.</p>
<h2>Perché questa scoperta preoccupa gli scienziati sul fronte del clima</h2>
<p>Andrew Jackson, professore di Zoologia al Trinity College, ha spiegato un aspetto particolarmente importante: la temperatura ottimale e la <strong>temperatura critica massima</strong> (quella oltre cui un organismo muore) sono indissolubilmente legate. Qualunque sia la specie, una volta superato il punto ottimale, la finestra di sopravvivenza si restringe enormemente. Non esiste organismo che sfugga a questo vincolo.</p>
<p>Ed è qui che entra in gioco il tema del <strong>cambiamento climatico</strong>. Se questa curva rappresenta davvero un limite biologico fondamentale, allora l&#8217;evoluzione ha meno margine di manovra di quanto si pensasse per aiutare le specie ad adattarsi al riscaldamento globale. Nicholas Payne, autore senior dello studio, lo ha detto in modo piuttosto diretto: il massimo che l&#8217;evoluzione è riuscita a fare nel corso di miliardi di anni è stato spostare la <strong>curva termica</strong> avanti e indietro lungo la scala delle temperature. Nessuna forma di vita ha trovato il modo di cambiarne la forma.</p>
<p>Questo significa che con le temperature in aumento su gran parte del pianeta, molte specie potrebbero trovarsi spinte oltre il loro punto ottimale senza avere reali possibilità di <strong>adattamento</strong> rapido. Il margine tra funzionare bene e collassare è più sottile di quanto chiunque immaginasse.</p>
<h2>La caccia alle eccezioni è appena cominciata</h2>
<p>Il prossimo passo del team di ricerca sarà usare questa <strong>curva termica universale</strong> come riferimento per cercare eventuali eccezioni. Esistono organismi che, anche solo in modo sottile, riescono a deviare da questo schema? Se ne trovassero, capire come e perché ci sono riusciti potrebbe aprire scenari interessanti, soprattutto alla luce delle previsioni climatiche per i prossimi decenni. Per ora, però, il messaggio che arriva da questa scoperta è chiaro: la vita sulla Terra è vincolata a una regola termica molto più rigida di quanto si credesse, e il <strong>riscaldamento globale</strong> potrebbe mettere alla prova quei limiti in modi che non possiamo ancora prevedere del tutto.</p>
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		<item>
		<title>Superconduttore a temperatura record: la scoperta che scuote la fisica</title>
		<link>https://tecnoapple.it/superconduttore-a-temperatura-record-la-scoperta-che-scuote-la-fisica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 00:16:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[fisica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un materiale superconduttore a temperatura record sotto pressione atmosferica: la scoperta che scuote la fisica Un composto a base di rame potrebbe aver appena riscritto le regole della superconduttività. Secondo uno studio recente, un rilascio improvviso di pressione ha permesso a questo materiale...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un materiale superconduttore a temperatura record sotto pressione atmosferica: la scoperta che scuote la fisica</h2>
<p>Un composto a base di rame potrebbe aver appena riscritto le regole della <strong>superconduttività</strong>. Secondo uno studio recente, un rilascio improvviso di pressione ha permesso a questo materiale di raggiungere la <strong>temperatura di superconduzione</strong> più alta mai registrata in condizioni di <strong>pressione atmosferica</strong>. Se confermata, si tratterebbe di un risultato che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si pensa ai materiali superconduttori e alle loro applicazioni pratiche.</p>
<p>Ma andiamo con ordine, perché la faccenda è meno semplice di quanto possa sembrare a prima lettura.</p>
<h2>Cosa è successo davvero nel laboratorio</h2>
<p>I <strong>superconduttori</strong> sono materiali capaci di trasportare corrente elettrica senza alcuna resistenza. Il problema, da decenni, è che per funzionare richiedono temperature bassissime oppure pressioni enormi, condizioni che li rendono inutilizzabili nella vita di tutti i giorni. La sfida della comunità scientifica è sempre stata la stessa: trovare un materiale che superconduca a <strong>temperatura ambiente</strong> e senza bisogno di apparecchiature estreme.</p>
<p>Lo studio in questione descrive un esperimento in cui un <strong>composto a base di rame</strong> è stato prima sottoposto a pressioni elevatissime. Poi, nel momento in cui la pressione è stata rilasciata in modo brusco, qualcosa di inatteso è accaduto. Il materiale ha mostrato proprietà superconduttive a una temperatura decisamente più alta rispetto a qualsiasi altro caso documentato sotto pressione atmosferica normale.</p>
<p>Va detto chiaramente: la comunità scientifica è ancora cauta. Non è la prima volta che qualcuno annuncia progressi clamorosi nel campo della superconduttività a temperatura elevata, per poi vedere i risultati ridimensionati o addirittura smentiti da verifiche indipendenti. Basta ricordare la vicenda del cosiddetto LK99, il presunto superconduttore a temperatura ambiente che nel 2023 aveva scatenato un entusiasmo enorme, salvo poi rivelarsi un buco nell&#8217;acqua.</p>
<h2>Perché questa scoperta potrebbe contare davvero</h2>
<p>Quello che rende questa ricerca diversa, almeno sulla carta, è il meccanismo sfruttato. Il rilascio improvviso di <strong>pressione</strong> sembra aver creato una sorta di stato metastabile nel composto a base di rame, una condizione che normalmente non esisterebbe a pressione atmosferica ma che, una volta innescata, si mantiene stabile abbastanza a lungo da essere misurata. È un approccio che non era mai stato esplorato in modo sistematico, e che apre scenari interessanti anche dal punto di vista teorico.</p>
<p>Se altri gruppi di ricerca riusciranno a replicare il fenomeno, le implicazioni sarebbero enormi. La superconduttività a pressione atmosferica e a temperature meno estreme potrebbe rivoluzionare settori come il <strong>trasporto di energia elettrica</strong>, la risonanza magnetica in ambito medico, i computer quantistici e persino i trasporti su rotaia a levitazione magnetica. Oggi tutte queste tecnologie esistono già in forma sperimentale o limitata, ma i costi per mantenere le condizioni di superconduzione le rendono proibitive su larga scala.</p>
<p>Il composto a base di rame utilizzato nell&#8217;esperimento appartiene alla famiglia dei cuprati, materiali già noti da tempo per le loro proprietà superconduttive. I cuprati detengono da anni i record di temperatura di superconduzione tra i materiali non sottoposti a pressioni estreme, quindi non è del tutto sorprendente che un ulteriore passo avanti arrivi proprio da questa classe di composti.</p>
<p>Resta il fatto che una singola pubblicazione non basta. La scienza funziona per conferme successive, e nel campo della superconduttività le delusioni sono state tante. Però è anche vero che ogni tanto arriva davvero la svolta, e questa potrebbe essere una di quelle volte in cui vale la pena tenere gli occhi aperti.</p>
<p>La prossima mossa spetta ora ai laboratori di tutto il mondo: replicare l&#8217;esperimento, verificare i dati, capire se quel rilascio di pressione produce davvero un <strong>superconduttore</strong> stabile nelle condizioni in cui tutti vorremmo usarlo. Fino ad allora, cautela e curiosità restano le uniche risposte sensate.</p>
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		<title>Insetti e riscaldamento globale: lo studio su 2.000 specie che allarma tutti</title>
		<link>https://tecnoapple.it/insetti-e-riscaldamento-globale-lo-studio-su-2-000-specie-che-allarma-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 19:21:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[climatico]]></category>
		<category><![CDATA[insetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli insetti e il riscaldamento globale: uno studio su oltre 2.000 specie lancia l'allarme Uno studio di ampia portata sulla tolleranza termica degli insetti sta facendo discutere la comunità scientifica, e non per buone ragioni. La ricerca, condotta su oltre 2.000 specie, racconta qualcosa che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Gli insetti e il riscaldamento globale: uno studio su oltre 2.000 specie lancia l&#8217;allarme</h2>
<p>Uno studio di ampia portata sulla <strong>tolleranza termica degli insetti</strong> sta facendo discutere la comunità scientifica, e non per buone ragioni. La ricerca, condotta su oltre 2.000 specie, racconta qualcosa che molti esperti temevano ma speravano di non dover confermare: una fetta enorme del mondo degli insetti potrebbe non essere in grado di reggere l&#8217;aumento delle <strong>temperature globali</strong>. E questo, per dirla senza troppi giri di parole, è un problema che riguarda tutti. Non solo gli entomologi.</p>
<p>Per anni si è dato quasi per scontato che gli insetti, essendo organismi estremamente adattabili e diffusi in praticamente ogni angolo del pianeta, avessero una sorta di margine di manovra biologico per gestire il <strong>cambiamento climatico</strong>. Una specie di piano B scritto nel loro DNA. I risultati dello studio, però, raccontano una storia diversa. Alcuni insetti che vivono ad altitudini più elevate riescono, almeno temporaneamente, ad aumentare la propria resistenza al calore. È una capacità nota come <strong>plasticità termica</strong>, e funziona un po&#8217; come un cuscinetto che permette di assorbire lo shock di temperature più alte del previsto. Fin qui, tutto relativamente rassicurante.</p>
<h2>Il punto debole: le foreste tropicali e la biodiversità a rischio</h2>
<p>Il vero nodo critico emerge quando si guarda alle <strong>zone tropicali di pianura</strong>, cioè esattamente i luoghi dove la biodiversità degli insetti raggiunge i livelli più alti al mondo. Ecco, in quelle aree la flessibilità termica sembra ridotta al minimo. Gli insetti che vivono lì si sono evoluti in ambienti con temperature relativamente stabili per milioni di anni, e questo ha reso il loro organismo molto efficiente ma anche poco incline a tollerare variazioni significative. È un paradosso che ha una sua logica spietata: proprio dove c&#8217;è più vita, c&#8217;è anche più fragilità.</p>
<p>Questo dato va preso con la serietà che merita. Perché gli insetti non sono semplici presenze decorative degli ecosistemi. Svolgono <strong>ruoli ecologici fondamentali</strong> come impollinatori, decompositori e predatori naturali di altri organismi. Senza di loro, intere catene alimentari rischiano di collassare. E non si parla solo di farfalle e api, che pure attirano molta attenzione mediatica. Si parla di migliaia di specie meno conosciute che tengono insieme il funzionamento di foreste, praterie e terreni agricoli.</p>
<h2>Cosa significa davvero per gli ecosistemi globali</h2>
<p>La <strong>vulnerabilità degli insetti</strong> al riscaldamento globale non è una questione isolata. Ha un effetto a cascata che coinvolge piante, uccelli, mammiferi e alla fine anche le attività umane. Se un impollinatore scompare da un determinato habitat, le piante che dipendono da quel rapporto non si riproducono più in modo efficace. Se un decompositore viene meno, la materia organica si accumula e il ciclo dei nutrienti nel suolo si interrompe. Ogni perdita ne genera un&#8217;altra, e la catena si allunga in fretta.</p>
<p>Lo studio su oltre 2.000 specie di insetti mette nero su bianco qualcosa che la ricerca stava accumulando da tempo sotto forma di indizi sparsi. Ora i dati parlano in modo più chiaro. Le <strong>temperature in aumento</strong> non sono una minaccia generica e lontana: colpiscono gli organismi più piccoli e spesso meno visibili con una brutalità che rischia di passare inosservata fino a quando le conseguenze non diventano impossibili da ignorare.</p>
<p>È il tipo di evidenza scientifica che meriterebbe più spazio nel dibattito pubblico. Perché quando si parla di cambiamento climatico, l&#8217;attenzione tende a concentrarsi su ghiacciai, livelli del mare e ondate di calore che colpiscono le persone. Ma sotto la superficie di questi grandi fenomeni, nel sottosuolo e tra le chiome degli alberi, si sta giocando una partita altrettanto decisiva. E gli insetti, che da sempre sono i grandi protagonisti silenziosi della <strong>biodiversità terrestre</strong>, stanno mandando segnali che sarebbe pericoloso continuare a sottovalutare.</p>
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		<title>Motore Stirling notturno: genera energia sfruttando il freddo dello spazio</title>
		<link>https://tecnoapple.it/motore-stirling-notturno-genera-energia-sfruttando-il-freddo-dello-spazio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Mar 2026 05:40:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[notturna]]></category>
		<category><![CDATA[raffreddamento]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabile]]></category>
		<category><![CDATA[spazio]]></category>
		<category><![CDATA[Stirling]]></category>
		<category><![CDATA[temperatura]]></category>
		<category><![CDATA[termodinamica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Generare energia di notte sfruttando il freddo dello spazio: il motore che funziona senza combustibile Sembra quasi un paradosso, eppure un gruppo di ingegneri della University of California Davis ha costruito un dispositivo capace di generare energia di notte sfruttando qualcosa che normalmente...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Generare energia di notte sfruttando il freddo dello spazio: il motore che funziona senza combustibile</h2>
<p>Sembra quasi un paradosso, eppure un gruppo di ingegneri della University of California Davis ha costruito un dispositivo capace di <strong>generare energia di notte</strong> sfruttando qualcosa che normalmente nessuno considera una risorsa: il <strong>freddo dello spazio profondo</strong>. Niente combustibile, niente pannelli solari, niente vento. Solo la differenza di temperatura tra il calore della Terra e il gelo cosmico che sta sopra le nostre teste. E funziona davvero.</p>
<p>Il cuore del sistema è un <strong>motore Stirling</strong>, una macchina termica che converte il calore in movimento meccanico. A differenza dei motori a combustione interna, che hanno bisogno di enormi differenze di temperatura per funzionare bene, lo Stirling se la cava anche con scarti termici piuttosto modesti. Jeremy Munday, professore di ingegneria elettrica e informatica a UC Davis e coautore dello studio pubblicato su <strong>Science Advances</strong>, ha spiegato il concetto con un esempio disarmante nella sua semplicità: basta la differenza tra una tazza di caffè caldo e l&#8217;aria circostante. Quando gli scarti di temperatura sono piccoli, questi motori diventano sorprendentemente efficienti. Dove altri tipi di propulsori non riuscirebbero nemmeno a partire, il motore Stirling lavora con una certa eleganza.</p>
<h2>Come si collega un motore al freddo cosmico</h2>
<p>In un&#8217;applicazione tradizionale, un lato del motore Stirling viene riscaldato (spesso bruciando qualcosa) mentre l&#8217;altro viene mantenuto freddo. La differenza di temperatura muove un pistone, che a sua volta genera energia meccanica. Se tutte le superfici sono alla stessa temperatura, non succede nulla. Fin qui, niente di rivoluzionario. La vera intuizione di Munday e del ricercatore Tristan Deppe è stata capovolgere la logica: invece di riscaldare un lato con del combustibile, hanno deciso di raffreddare l&#8217;altro collegandolo, in un certo senso, allo spazio.</p>
<p>E no, il dispositivo non tocca fisicamente lo spazio. Come ha chiarito Munday, basta che interagisca <strong>radiativamente</strong> con esso. In una notte limpida e fresca, il calore del corpo si irradia verso il cielo aperto, ed è per questo che la testa si raffredda prima di tutto il resto. Il team ha sfruttato lo stesso principio costruendo un pannello che funziona come un&#8217;antenna capace di <strong>irradiare calore verso l&#8217;alto</strong>. Il motore Stirling, nella sua configurazione essenzialmente composta da un pistone e un volano, è posizionato sopra questo pannello. Il terreno fornisce calore a un lato, il pannello disperde il calore dell&#8217;altro lato verso lo spazio. Il risultato è un flusso di energia meccanica che si genera senza bruciare nulla.</p>
<h2>I risultati dei test notturni e le prospettive future</h2>
<p>Dopo un anno intero di test condotti esclusivamente di notte, i ricercatori hanno registrato una produzione di almeno <strong>400 milliwatt di potenza meccanica per metro quadrato</strong>. Non sono numeri che fanno girare una fabbrica, questo va detto chiaramente. Ma sono sufficienti per applicazioni concrete e utili. Nelle dimostrazioni, il dispositivo ha alimentato direttamente un piccolo ventilatore. È stato anche collegato a un motore elettrico in miniatura per produrre <strong>corrente elettrica</strong>. Il fatto che il sistema riesca a catturare quantità significative di energia dal cielo notturno apre scenari interessanti.</p>
<p>Munday ha precisato che la tecnologia dà il meglio di sé in aree con bassa umidità e cieli costantemente sereni, dove la <strong>radiazione termica</strong> verso lo spazio avviene con meno ostacoli. E le applicazioni pratiche? La ventilazione di serre e edifici residenziali senza ricorrere a fonti energetiche convenzionali rappresenta il primo obiettivo realistico. Niente bollette per far girare i ventilatori di una serra durante la notte, tanto per dire. La UC Davis ha già depositato un brevetto provvisorio legato all&#8217;invenzione. È ancora presto per parlare di rivoluzione energetica, ma l&#8217;idea di generare energia di notte dal freddo dello spazio ha quel tipo di eleganza scientifica che fa pensare: perché nessuno ci aveva pensato prima?</p>
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