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	<title>terapeutica Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Glioblastoma, scoperte cellule cerebrali che alimentano il tumore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 06:23:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cellule]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cellule cerebrali nascoste alimentano il glioblastoma: la scoperta che cambia le regole del gioco Una scoperta sorprendente sul glioblastoma arriva dal Canada e potrebbe riscrivere parte di quello che sapevamo su questo tumore cerebrale devastante. Un gruppo di scienziati ha individuato un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Cellule cerebrali nascoste alimentano il glioblastoma: la scoperta che cambia le regole del gioco</h2>
<p>Una scoperta sorprendente sul <strong>glioblastoma</strong> arriva dal Canada e potrebbe riscrivere parte di quello che sapevamo su questo tumore cerebrale devastante. Un gruppo di scienziati ha individuato un meccanismo nascosto: alcune <strong>cellule cerebrali</strong>, che fino a ieri si pensava servissero solo a proteggere i nervi sani, in realtà aiutano attivamente il tumore a crescere e a diffondersi. E la cosa ancora più interessante? Bloccando questa comunicazione nei modelli di laboratorio, la crescita tumorale è rallentata in modo significativo.</p>
<p>Il glioblastoma è il tipo di <strong>tumore al cervello</strong> più aggressivo e, ad oggi, sostanzialmente incurabile. La sopravvivenza si misura spesso in mesi, non in anni. Ecco perché ogni nuova pista terapeutica vale oro. Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Neuron</strong>, è stato condotto dai ricercatori della <strong>McMaster University</strong> e del SickKids, l&#8217;ospedale pediatrico di Toronto. Tra gli autori principali figurano Kui Zhai, ricercatore nel laboratorio di Sheila Singh alla McMaster, e Nick Mikolajewicz, che durante lo studio lavorava come postdoc nel laboratorio di Jason Moffat al SickKids.</p>
<p>Come ha spiegato Sheila Singh, co autrice senior e professoressa di chirurgia alla McMaster: il glioblastoma non è semplicemente un ammasso di cellule tumorali, ma un vero e proprio ecosistema. Decodificando il modo in cui queste cellule comunicano tra loro, il team ha trovato una vulnerabilità che potrebbe essere colpita con un farmaco già disponibile sul mercato.</p>
<h2>Oligodendrociti: da alleati del cervello a complici del tumore</h2>
<p>Il cuore della scoperta riguarda gli <strong>oligodendrociti</strong>, cellule che normalmente hanno il compito di proteggere le fibre nervose avvolgendole in una guaina isolante. Quello che nessuno sospettava è che, in presenza del glioblastoma, queste cellule possano cambiare comportamento e iniziare a sostenere la crescita tumorale. Il meccanismo funziona attraverso un sistema di segnalazione ben definito: gli oligodendrociti comunicano con le cellule cancerose, creando condizioni favorevoli alla sopravvivenza e all&#8217;espansione del tumore.</p>
<p>Quando i ricercatori hanno interrotto questa segnalazione nei modelli sperimentali, la crescita del glioblastoma è calata in modo considerevole. Un risultato che dimostra quanto questa interazione sia essenziale per la progressione della malattia.</p>
<h2>Un farmaco contro l&#8217;HIV potrebbe fare la differenza</h2>
<p>Ed è qui che la storia diventa davvero promettente. Il processo di segnalazione tra oligodendrociti e cellule tumorali coinvolge un recettore chiamato <strong>CCR5</strong>. Questo recettore è già il bersaglio di un farmaco noto come <strong>Maraviroc</strong>, utilizzato da tempo nel trattamento dell&#8217;HIV. Il fatto che sia già approvato e ampiamente usato significa che potrebbe essere riproposto più rapidamente come trattamento per il glioblastoma, saltando molte delle fasi iniziali di sviluppo farmacologico.</p>
<p>Jason Moffat, co autore senior dello studio e responsabile del programma di Genetica e Biologia del Genoma al SickKids, ha sottolineato che l&#8217;ecosistema cellulare all&#8217;interno del glioblastoma è molto più dinamico di quanto si credesse. Scoprire un pezzo importante della biologia di questo tumore e, contemporaneamente, identificare un potenziale bersaglio terapeutico già raggiungibile con un farmaco esistente apre una strada concreta verso nuove opzioni di <strong>trattamento</strong> per i pazienti.</p>
<p>Questi risultati si collegano a ricerche precedenti pubblicate su Nature Medicine nel 2024, sempre da Singh e Moffat, che avevano dimostrato come le cellule tumorali sfruttino percorsi normalmente attivi durante lo sviluppo cerebrale per diffondersi. Insieme, questi studi indicano una direzione nuova nella ricerca sul glioblastoma: interrompere i sistemi di comunicazione di cui il tumore ha bisogno per sopravvivere. Non è ancora la cura definitiva, ma è un passo avanti che ha il sapore di qualcosa di concreto.</p>
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		<title>Funghi magici senza allucinazioni: la svolta contro la depressione</title>
		<link>https://tecnoapple.it/funghi-magici-senza-allucinazioni-la-svolta-contro-la-depressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 13:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[allucinazioni]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[funghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Funghi magici senza allucinazioni: la nuova frontiera contro la depressione Un composto derivato dai funghi magici potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della depressione, e la parte interessante è che lo farebbe senza provocare effetti psichedelici. Sembra quasi un controsenso, eppure...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Funghi magici senza allucinazioni: la nuova frontiera contro la depressione</h2>
<p>Un composto derivato dai <strong>funghi magici</strong> potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della <strong>depressione</strong>, e la parte interessante è che lo farebbe senza provocare effetti psichedelici. Sembra quasi un controsenso, eppure un gruppo di ricercatori è riuscito a modificare la struttura della <strong>psilocina</strong>, il principio attivo che il corpo produce quando metabolizza la <strong>psilocibina</strong>, ottenendo molecole che mantengono l&#8217;azione terapeutica sul cervello ma riducono drasticamente le allucinazioni. Lo studio, pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry dell&#8217;American Chemical Society a marzo 2026, apre scenari davvero promettenti per chi soffre di disturbi dell&#8217;umore e non solo.</p>
<p>La psilocibina, la sostanza psicoattiva contenuta nei funghi magici, da anni attira l&#8217;attenzione della comunità scientifica. Le ricerche hanno mostrato risultati incoraggianti nel trattamento di ansia, depressione, disturbi da uso di sostanze e persino alcune malattie neurodegenerative. Il problema, però, è sempre stato lo stesso: le <strong>allucinazioni</strong> intense che accompagnano l&#8217;assunzione rendono questi trattamenti poco praticabili su larga scala. Molti pazienti, comprensibilmente, sono restii a sottoporsi a esperienze psichedeliche anche quando i potenziali benefici medici sarebbero evidenti.</p>
<h2>Come funzionano le nuove molecole e perché cambiano le regole del gioco</h2>
<p>Il team guidato da Sara De Martin, Andrea Mattarei e Paolo Manfredi ha progettato cinque varianti chimiche della psilocina. L&#8217;idea di fondo è tanto semplice quanto elegante: fare in modo che il principio attivo venga rilasciato nel cervello in modo più lento e graduale, anziché tutto insieme come avviene con la psilocibina tradizionale. Questo rilascio controllato potrebbe essere la chiave per separare gli effetti terapeutici da quelli allucinogeni.</p>
<p>Dopo una serie di test di laboratorio su campioni di plasma umano e simulazioni dell&#8217;assorbimento gastrointestinale, i ricercatori hanno identificato il candidato più promettente, denominato <strong>4e</strong>. Questa molecola ha dimostrato un&#8217;ottima stabilità durante l&#8217;assorbimento e un rilascio graduale della psilocina, continuando ad attivare i <strong>recettori della serotonina</strong> a livelli paragonabili a quelli della psilocina stessa.</p>
<p>Ed è proprio qui che entra in gioco la serotonina. Molti disturbi dell&#8217;umore e condizioni neurodegenerative, compreso il morbo di Alzheimer, sono legati a squilibri di questo neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell&#8217;umore e di altre funzioni cerebrali. I <strong>composti psichedelici</strong> come la psilocibina agiscono proprio sui percorsi serotoninergici del cervello, ed è per questo che la ricerca su queste sostanze va avanti da decenni.</p>
<h2>I risultati nei test sugli animali e le prospettive future</h2>
<p>La fase successiva dello studio ha coinvolto topi a cui sono state somministrate dosi equivalenti di 4e e di psilocibina farmaceutica per via orale. I ricercatori hanno monitorato i livelli di psilocina nel sangue e nel cervello nell&#8217;arco di 48 ore. Nei topi trattati con 4e, il composto ha attraversato la <strong>barriera ematoencefalica</strong> in modo efficiente, producendo un livello di psilocina nel cervello più basso ma decisamente più prolungato rispetto alla psilocibina classica.</p>
<p>Il dato più significativo, però, riguarda il comportamento. I topi che avevano ricevuto 4e mostravano un numero significativamente inferiore di movimenti della testa (il cosiddetto &#8220;head twitch&#8221;), che nella ricerca sugli animali è considerato un indicatore affidabile dell&#8217;attività psichedelica. Questo nonostante il composto interagisse fortemente con i recettori della serotonina. Secondo i ricercatori, la differenza dipende principalmente dalla quantità di psilocina rilasciata nel cervello e dalla velocità con cui questo rilascio avviene.</p>
<p>&#8220;Le nostre scoperte sono coerenti con una prospettiva scientifica crescente che suggerisce come gli <strong>effetti psichedelici</strong> e l&#8217;attività serotoninergica possano essere dissociati&#8221;, ha spiegato Mattarei. &#8220;Questo apre la possibilità di progettare nuovi farmaci che mantengano l&#8217;attività biologica benefica riducendo le risposte allucinogene, potenzialmente consentendo strategie terapeutiche più sicure e pratiche.&#8221;</p>
<p>Naturalmente, la strada è ancora lunga. Serviranno ulteriori ricerche per comprendere esattamente il meccanismo d&#8217;azione di queste molecole e valutarne la sicurezza e il potenziale terapeutico nelle persone. Ma il fatto che sia possibile, almeno in linea di principio, separare i benefici dei funghi magici dalle allucinazioni è già di per sé una notizia che vale la pena seguire con attenzione.</p>
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