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	<title>termogenesi Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Grasso bruno: la scoperta che potrebbe cambiare la lotta all&#8217;obesità</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Mar 2026 14:54:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il grasso bruno e il sistema nascosto che brucia calorie: la scoperta che potrebbe cambiare la lotta all&#8217;obesità</h2>
<p>Esiste un tipo di grasso nel corpo umano che, invece di accumularsi, lavora per bruciare energia. Si chiama <strong>grasso bruno</strong>, e un gruppo di ricercatori della New York University ha appena scoperto un meccanismo biologico nascosto che lo rende capace di funzionare come una vera e propria fornace metabolica. Lo studio, pubblicato su <strong>Nature Communications</strong> a marzo 2026, apre scenari completamente nuovi per il trattamento dell&#8217;<strong>obesità</strong>.</p>
<p>La maggior parte del grasso corporeo è grasso bianco, quello che immagazzina energia in eccesso e che, quando si accumula troppo, diventa un problema. Il grasso bruno funziona in modo radicalmente diverso: è presente in quantità ridotte e ha il compito di regolare la temperatura corporea. Quando fa freddo, questo tessuto utilizza glucosio e lipidi per produrre calore attraverso un processo chiamato <strong>termogenesi</strong>. In pratica, tutta quell&#8217;energia chimica viene dissipata sotto forma di calore invece di finire depositata nel corpo. Il grasso bruno agisce come una specie di scarico metabolico che attira nutrienti e impedisce che vengano stoccati.</p>
<p>Ma perché il grasso bruno riesca a fare tutto questo, ha bisogno di un&#8217;infrastruttura precisa: reti dense di <strong>vasi sanguigni</strong> e connessioni nervose. I nervi gli permettono di ricevere segnali dal cervello, i vasi portano ossigeno e nutrienti. Fino a oggi, però, pochi studi avevano indagato come queste reti di supporto si formano davvero.</p>
<h2>La proteina SLIT3 e il suo doppio ruolo</h2>
<p>Qui entra in gioco la scoperta chiave. Il laboratorio di Farnaz Shamsi, professoressa di patobiologia molecolare alla NYU, aveva già individuato tramite sequenziamento RNA una proteina chiamata <strong>SLIT3</strong>, rilasciata dalle cellule del grasso bruno. Nel nuovo studio, il team ha scoperto che un enzima chiamato BMP1 taglia SLIT3 in due frammenti distinti. Ed è qui che la faccenda diventa elegante: ciascun frammento ha una funzione diversa. Uno promuove la crescita dei vasi sanguigni, l&#8217;altro stimola l&#8217;espansione delle reti nervose.</p>
<p>Come ha spiegato Shamsi, si tratta di un segnale sdoppiato, un design evolutivo raffinato in cui due componenti di un singolo fattore regolano in modo indipendente processi che devono essere coordinati nello spazio e nel tempo. I ricercatori hanno anche identificato un recettore, <strong>PLXNA1</strong>, che si lega a uno dei frammenti di SLIT3 e contribuisce a regolare lo sviluppo nervoso nel grasso bruno. Nei topi in cui SLIT3 o PLXNA1 erano stati rimossi, gli animali tolleravano molto peggio il freddo e il loro grasso bruno risultava privo di una struttura nervosa e vascolare adeguata.</p>
<h2>Cosa significa per la salute metabolica e la lotta all&#8217;obesità</h2>
<p>Per capire se lo stesso meccanismo funziona anche nelle persone, il team ha analizzato campioni di tessuto adiposo provenienti da oltre 1.500 individui, inclusi soggetti con obesità. I risultati suggeriscono che l&#8217;attività di SLIT3 potrebbe influenzare la salute del tessuto adiposo, l&#8217;infiammazione e la <strong>sensibilità all&#8217;insulina</strong>.</p>
<p>La maggior parte dei farmaci per la perdita di peso attualmente disponibili, compresi i <strong>GLP1</strong>, agisce sopprimendo l&#8217;appetito. L&#8217;approccio che emerge da questa ricerca è completamente diverso: invece di ridurre quanto si mangia, punta ad aumentare quanta energia il corpo consuma. La scoperta di come SLIT3 si divide e interagisce con i recettori per costruire reti nervose e vascolari offre diversi bersagli potenziali per terapie future. Come ha sottolineato Shamsi, avere grasso bruno non basta: serve la giusta infrastruttura all&#8217;interno del tessuto perché la produzione di calore funzioni davvero. Ed è proprio questa infrastruttura che adesso gli scienziati sanno come attivare.</p>
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		<title>Mosca delle nevi: l&#8217;insetto che produce calore per sopravvivere al gelo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 08:22:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[antigelo]]></category>
		<category><![CDATA[gelo]]></category>
		<category><![CDATA[genoma]]></category>
		<category><![CDATA[insetto]]></category>
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		<category><![CDATA[neurobiologia]]></category>
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		<category><![CDATA[termogenesi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mosca delle nevi: l'insetto che produce calore per sopravvivere al gelo Esiste un insetto capace di generare calore corporeo come un mammifero e produrre proteine antigelo simili a quelle dei pesci artici. Si chiama mosca delle nevi (Chionea alexandriana), ed è al centro di una scoperta...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La mosca delle nevi: l&#8217;insetto che produce calore per sopravvivere al gelo</h2>
<p>Esiste un insetto capace di generare calore corporeo come un mammifero e produrre <strong>proteine antigelo</strong> simili a quelle dei pesci artici. Si chiama <strong>mosca delle nevi</strong> (Chionea alexandriana), ed è al centro di una scoperta pubblicata il 24 marzo 2026 sulla rivista <strong>Current Biology</strong> da un gruppo di ricercatori della <strong>Northwestern University</strong>. Un piccolo insetto privo di ali, che si muove sulla superficie della neve per accoppiarsi e deporre le uova, capace di restare attivo fino a meno 6 gradi Celsius. Mentre la maggior parte degli insetti cerca riparo e va in letargo quando le temperature scendono sotto lo zero, la mosca delle nevi fa esattamente l&#8217;opposto: preferisce il freddo glaciale e si nasconde quando arriva il caldo.</p>
<p>Il team guidato da Marco Gallio, professore di neurobiologia alla Weinberg College of Arts and Sciences, insieme a Marcus Stensmyr dell&#8217;Università di Lund in Svezia, ha scoperto che questa specie usa una <strong>combinazione di strategie biologiche</strong> mai osservata prima in un insetto. Parliamo di termogenesi cellulare, proteine che bloccano la formazione del ghiaccio e una sensibilità al dolore da freddo drasticamente ridotta. Tutto insieme, nello stesso organismo.</p>
<h2>Geni unici e proteine che fermano il ghiaccio</h2>
<p>Per capire come la mosca delle nevi riesca a sopravvivere, i ricercatori hanno sequenziato per la prima volta il suo <strong>genoma</strong>. E qui le sorprese non sono mancate. Buona parte dei geni identificati non aveva corrispondenze in nessun database conosciuto. Gallio stesso ha ammesso di aver pensato inizialmente di aver sequenziato una specie aliena. In realtà, quei geni così particolari codificano proprio le proteine antigelo, strutturalmente simili a quelle dei pesci artici. Queste proteine si attaccano ai cristalli di ghiaccio e ne impediscono la crescita, proteggendo le cellule dal danno. Per verificarne l&#8217;efficacia, i ricercatori hanno modificato geneticamente dei <strong>moscerini della frutta</strong> inserendo una di queste proteine: il tasso di sopravvivenza al gelo è aumentato in modo significativo.</p>
<p>Ma la mosca delle nevi non si limita a resistere al freddo. Produce anche calore. Le analisi genetiche hanno rivelato geni associati alla <strong>termogenesi mitocondriale</strong>, lo stesso meccanismo che nei mammiferi come marmotte e orsi polari brucia il grasso bruno per generare calore. Durante gli esperimenti, la temperatura interna delle mosche delle nevi risultava costantemente superiore di un paio di gradi rispetto a quella di altri insetti esposti alle stesse condizioni. Niente brividi muscolari, come fanno api e falene: il calore viene prodotto direttamente a livello cellulare, un po&#8217; come accade in alcuni mammiferi e perfino in certe piante.</p>
<h2>Meno dolore, più resistenza al freddo estremo</h2>
<p>C&#8217;è poi un altro aspetto affascinante. La mosca delle nevi sembra percepire molto meno il <strong>dolore da freddo</strong> rispetto ad altri insetti. Un recettore sensoriale chiave, coinvolto nel rilevamento degli stimoli nocivi, risulta circa 30 volte meno sensibile rispetto a quello di zanzare e moscerini della frutta. Questo significa che la mosca delle nevi può tollerare livelli di stress da freddo che paralizzerebbero qualsiasi altra specie comparabile.</p>
<p>Anche pochi gradi in più di temperatura corporea, combinati con la capacità di bloccare la formazione del ghiaccio e una ridotta percezione del dolore, possono fare la differenza tra la vita e la morte in ambienti estremi. Questa breve finestra di calore potrebbe dare alla mosca delle nevi il tempo necessario per trovare un riparo quando le temperature crollano all&#8217;improvviso.</p>
<p>I prossimi passi della ricerca prevedono uno studio più approfondito dei meccanismi di <strong>produzione di calore</strong> a livello cellulare e la mappatura completa delle proteine antigelo prodotte da questa specie. Risultati che potrebbero aprire strade nuove anche nella conservazione di cellule, tessuti e materiali biologici esposti al freddo. Piccola, senza ali, apparentemente insignificante: eppure la mosca delle nevi ha trovato soluzioni che ricordano quelle degli orsi polari e dei pesci dell&#8217;Artico. L&#8217;evoluzione, quando vuole, sa essere incredibilmente creativa.</p>
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