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	<title>udito Archivi - Tecnoapple</title>
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	<lastBuildDate>Sun, 03 May 2026 20:23:28 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Infrasuoni: la frequenza invisibile che altera umore e stress</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 20:23:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[cortisolo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Infrasuoni: la frequenza invisibile che altera umore e stress senza che nessuno se ne accorga Esiste una forza nascosta capace di modificare l'umore e i livelli di stress del corpo umano, eppure è completamente invisibile e soprattutto inudibile. Si chiama infrasuono, ed è una vibrazione a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Infrasuoni: la frequenza invisibile che altera umore e stress senza che nessuno se ne accorga</h2>
<p>Esiste una forza nascosta capace di modificare l&#8217;umore e i livelli di stress del corpo umano, eppure è completamente invisibile e soprattutto inudibile. Si chiama <strong>infrasuono</strong>, ed è una vibrazione a frequenza ultra bassa, talmente grave da cadere al di sotto della soglia dell&#8217;udito umano. Non si sente, non si vede, ma a quanto pare il corpo la percepisce eccome. E le conseguenze potrebbero essere molto più concrete di quanto si pensi.</p>
<p>Gli <strong>infrasuoni</strong> non sono un fenomeno esotico. Sono ovunque: nel traffico cittadino, negli impianti di ventilazione, nelle vibrazioni strutturali di edifici vecchi, persino nel vento che soffia tra le pareti di un seminterrato. Si parla di onde sonore con frequenze inferiori ai 20 Hz, quella soglia sotto la quale l&#8217;orecchio umano smette di registrare qualsiasi suono. Eppure, il fatto che non si possano &#8220;sentire&#8221; nel senso tradizionale del termine non significa affatto che non abbiano un effetto.</p>
<h2>L&#8217;esperimento che ha cambiato la prospettiva</h2>
<p>Un piccolo ma significativo esperimento ha provato a indagare proprio questo aspetto. Un gruppo di persone è stato esposto a <strong>vibrazioni a bassa frequenza</strong> senza esserne informato. Nessuno sapeva di trovarsi in presenza di infrasuoni. Eppure, i risultati hanno raccontato una storia piuttosto chiara: i partecipanti esposti mostravano livelli più alti di <strong>irritabilità</strong>, una minore capacità di concentrazione e un calo evidente del coinvolgimento nelle attività proposte. Ma il dato più interessante riguarda la biochimica. I campioni hanno rivelato un aumento del <strong>cortisolo</strong>, il cosiddetto ormone dello stress, in chi era stato sottoposto a queste vibrazioni. Il tutto senza alcuna consapevolezza da parte dei soggetti coinvolti.</p>
<p>Questo suggerisce qualcosa di affascinante e un po&#8217; inquietante allo stesso tempo: il corpo umano possiede una sorta di <strong>percezione inconscia</strong> delle vibrazioni ambientali, un canale sensoriale che funziona al di fuori della coscienza. Non è necessario &#8220;sentire&#8221; un infrasuono perché questo produca un effetto reale, misurabile, fisiologico.</p>
<h2>Edifici infestati o semplicemente vibranti?</h2>
<p>Ed è qui che la faccenda si fa davvero curiosa. Da anni esistono segnalazioni di <strong>sensazioni inquietanti</strong> avvertite in certi luoghi: seminterrati, vecchi edifici, stanze isolate. Quella vaga impressione di disagio, la sensazione di essere osservati, un brivido lungo la schiena che non ha spiegazione apparente. Molti di questi posti sono stati etichettati come &#8220;infestati&#8221;. Ma la scienza offre una lettura alternativa decisamente più razionale. Le strutture architettoniche di determinati edifici, soprattutto quelli più datati, possono generare <strong>infrasuoni</strong> attraverso correnti d&#8217;aria, risonanze strutturali o impianti meccanici. E queste vibrazioni, pur essendo completamente silenziose, basterebbero a spiegare quella sensazione di malessere diffuso.</p>
<p>Non serve scomodare il soprannaturale, insomma. Basta la fisica. E forse, la prossima volta che qualcuno avverte una strana inquietudine entrando in una cantina o in un vecchio palazzo, vale la pena chiedersi se il problema non sia un fantasma, ma un ventilatore che vibra alla frequenza sbagliata.</p>
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		<title>Terapia genica per la sordità: una sola iniezione restituisce l&#8217;udito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 16:25:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[coclea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una singola iniezione contro la sordità congenita: la terapia genica che restituisce l'udito La terapia genica per la sordità ha appena compiuto un passo che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza. Un gruppo di ricercatori del Karolinska Institutet, in collaborazione con ospedali e università...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una singola iniezione contro la sordità congenita: la terapia genica che restituisce l&#8217;udito</h2>
<p>La <strong>terapia genica per la sordità</strong> ha appena compiuto un passo che fino a pochi anni fa sembrava fantascienza. Un gruppo di ricercatori del <strong>Karolinska Institutet</strong>, in collaborazione con ospedali e università cinesi, ha dimostrato che una singola iniezione nell&#8217;orecchio interno può restituire l&#8217;udito a persone nate sorde. Tutti e dieci i pazienti coinvolti nello studio hanno mostrato miglioramenti, alcuni in appena un mese. I risultati, pubblicati sulla rivista <strong>Nature Medicine</strong>, aprono prospettive enormi per chi convive con forme genetiche di perdita uditiva.</p>
<p>Lo studio ha coinvolto pazienti di età compresa tra 1 e 24 anni, tutti affetti da una forma di <strong>sordità congenita</strong> legata a mutazioni nel gene chiamato <strong>OTOF</strong>. Quando questo gene non funziona correttamente, il corpo non riesce a produrre abbastanza otoferlina, una proteina fondamentale per trasmettere i segnali sonori dall&#8217;orecchio interno al cervello. In pratica, il suono arriva ma il messaggio non parte. La terapia genica per la sordità interviene proprio qui: attraverso un virus sintetico (un vettore adenoassociato, detto AAV), i ricercatori hanno consegnato una copia funzionante del gene OTOF direttamente nella coclea, con una singola iniezione attraverso la cosiddetta finestra rotonda.</p>
<h2>Risultati rapidi e sicurezza del trattamento</h2>
<p>Quello che ha colpito di più è la velocità con cui i pazienti hanno iniziato a percepire i suoni. La maggior parte ha recuperato una parte dell&#8217;udito già entro il primo mese. Dopo sei mesi, la soglia uditiva media è passata da 106 a 52 <strong>decibel</strong>, un miglioramento che nella vita quotidiana fa tutta la differenza del mondo. I bambini hanno risposto in modo ancora più marcato, soprattutto quelli tra i cinque e gli otto anni. Una bambina di sette anni, quattro mesi dopo il trattamento, era già in grado di sostenere conversazioni normali con la madre. Ma anche negli <strong>adulti</strong> i risultati sono stati significativi, e questo rappresenta una novità assoluta: studi precedenti avevano coinvolto solo bambini.</p>
<p>Sul fronte della sicurezza, la terapia genica per la sordità si è dimostrata ben tollerata. L&#8217;effetto collaterale più comune è stato un calo temporaneo dei neutrofili, un tipo di globuli bianchi. Nessuna reazione avversa grave è stata osservata nel periodo di follow up, durato dai sei ai dodici mesi.</p>
<h2>Oltre il gene OTOF: cosa aspettarsi dal futuro</h2>
<p>Maoli Duan, tra gli autori principali dello studio, ha sottolineato che il gene OTOF è solo il punto di partenza. Altri geni responsabili di forme più comuni di sordità, come <strong>GJB2</strong> e <strong>TMC1</strong>, sono già oggetto di ricerca. Sono più complessi da trattare, certo, ma i risultati ottenuti su modelli animali lasciano ben sperare. L&#8217;obiettivo dichiarato è ambizioso ma realistico: offrire un trattamento a pazienti con diverse forme di <strong>sordità genetica</strong>.</p>
<p>Lo studio è stato finanziato da diversi programmi di ricerca cinesi e da Otovia Therapeutics, la società che ha sviluppato la terapia e che impiega molti dei ricercatori coinvolti. Un dettaglio da tenere presente quando si valutano i risultati, anche se la pubblicazione su Nature Medicine garantisce un livello di revisione scientifica rigoroso. Ora la sfida è capire quanto dureranno questi effetti nel tempo e se la terapia genica per la sordità potrà un giorno diventare un trattamento accessibile su larga scala.</p>
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		<title>Chiudere gli occhi per sentire meglio? Uno studio ribalta tutto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/chiudere-gli-occhi-per-sentire-meglio-uno-studio-ribalta-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 13:23:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ascolto]]></category>
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		<category><![CDATA[EEG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiudere gli occhi per sentire meglio? Uno studio ribalta tutto quello che credevamo Quante volte capita di chiudere gli occhi per sentire meglio un suono lontano, una conversazione in un locale affollato, una melodia che si fatica a distinguere? È un gesto istintivo, quasi universale. Eppure,...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/chiudere-gli-occhi-per-sentire-meglio-uno-studio-ribalta-tutto/">Chiudere gli occhi per sentire meglio? Uno studio ribalta tutto</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Chiudere gli occhi per sentire meglio? Uno studio ribalta tutto quello che credevamo</h2>
<p>Quante volte capita di <strong>chiudere gli occhi per sentire meglio</strong> un suono lontano, una conversazione in un locale affollato, una melodia che si fatica a distinguere? È un gesto istintivo, quasi universale. Eppure, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista JASA e condotta da un team della <strong>Shanghai Jiao Tong University</strong>, questa abitudine potrebbe essere del tutto controproducente. Almeno quando ci si trova in ambienti rumorosi, che poi è la situazione più comune nella vita di tutti i giorni.</p>
<p>Lo studio, diffuso il 20 marzo 2026 dall&#8217;<strong>American Institute of Physics</strong>, ha messo alla prova un gruppo di partecipanti chiedendo loro di individuare suoni deboli mentre un rumore di fondo veniva riprodotto in cuffia. Il compito era semplice: regolare il volume fino a rendere il suono appena percepibile sopra il rumore. E qui arriva la parte interessante. Chi teneva gli occhi chiusi faceva peggio. Non di poco, ma in modo significativo. Al contrario, chi guardava un video coerente con il suono ascoltato dimostrava una <strong>sensibilità uditiva</strong> nettamente migliore.</p>
<h2>Il cervello filtra troppo quando non vede nulla</h2>
<p>Per capire cosa succede nel cervello durante questa dinamica, i ricercatori hanno usato l&#8217;<strong>elettroencefalografia (EEG)</strong>. I dati raccolti raccontano qualcosa di affascinante: chiudere gli occhi spinge il cervello in uno stato chiamato &#8220;criticità neurale&#8221;, che aumenta la capacità di filtraggio delle informazioni in arrivo. Il problema è che questo filtro non distingue tra rumore e segnale utile. Finisce per sopprimere anche i suoni che si sta cercando di ascoltare.</p>
<p>Come ha spiegato l&#8217;autore dello studio, Yu Huang, la concentrazione interiore promossa dalla chiusura degli occhi in un contesto rumoroso lavora contro chi ascolta. Il cervello ha bisogno di separare attivamente il segnale dal sottofondo, e <strong>l&#8217;input visivo</strong> aiuta proprio in questo: ancora il sistema uditivo al mondo esterno, dandogli un appiglio concreto.</p>
<p>Va detto che chiudere gli occhi per sentire meglio non è sempre sbagliato. In ambienti silenziosi, dove il rumore di fondo è minimo, la strategia può funzionare davvero. Ma quante volte nella quotidianità ci si trova in un silenzio perfetto? Raramente.</p>
<h2>Cosa resta da scoprire sulla relazione tra vista e udito</h2>
<p>Il gruppo di ricerca ha già in programma nuovi esperimenti. Una delle domande più stimolanti riguarda la <strong>congruenza tra stimolo visivo e sonoro</strong>. Funziona anche se quello che si vede non corrisponde a quello che si sente? Se le orecchie percepiscono un tamburo ma gli occhi vedono un uccello, il vantaggio resta? Oppure il cervello ha bisogno che le due informazioni combacino perfettamente?</p>
<p>Capire questo aspetto permetterebbe di distinguere tra i benefici generici dell&#8217;attenzione visiva e quelli specifici della cosiddetta <strong>integrazione multisensoriale</strong>. Un campo che potrebbe avere ricadute concrete, dalla progettazione di ambienti di lavoro più efficienti fino allo sviluppo di tecnologie assistive per chi ha difficoltà uditive.</p>
<p>Quindi, la prossima volta che qualcuno suggerisce di chiudere gli occhi per sentire meglio in mezzo al caos, forse vale la pena fare esattamente il contrario. Tenere gli <strong>occhi ben aperti</strong> e cercare qualcosa da guardare che abbia senso rispetto a quello che si sta ascoltando. Il cervello ringrazierà.</p>
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		<title>Ricci e ultrasuoni: la scoperta che potrebbe salvarli dalle auto</title>
		<link>https://tecnoapple.it/ricci-e-ultrasuoni-la-scoperta-che-potrebbe-salvarli-dalle-auto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2026 06:16:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[conservazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I ricci sentono gli ultrasuoni: una scoperta che potrebbe salvarli dalle auto Che i ricci fossero creature resistenti e piene di risorse lo sapevamo già. Quello che nessuno sospettava, però, è che questi piccoli mammiferi sono in grado di percepire gli ultrasuoni, e questa scoperta potrebbe...</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/ricci-e-ultrasuoni-la-scoperta-che-potrebbe-salvarli-dalle-auto/">Ricci e ultrasuoni: la scoperta che potrebbe salvarli dalle auto</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>I ricci sentono gli ultrasuoni: una scoperta che potrebbe salvarli dalle auto</h2>
<p>Che i <strong>ricci</strong> fossero creature resistenti e piene di risorse lo sapevamo già. Quello che nessuno sospettava, però, è che questi piccoli mammiferi sono in grado di percepire gli <strong>ultrasuoni</strong>, e questa scoperta potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui li proteggiamo dal traffico stradale. Un gruppo di ricercatori dell&#8217;<strong>Università di Oxford</strong>, in collaborazione con colleghi danesi, ha pubblicato i risultati su Biology Letters l&#8217;11 marzo 2026, dimostrando per la prima volta che il <strong>riccio europeo</strong> può sentire frequenze sonore ben oltre la soglia dell&#8217;udito umano.</p>
<p>Il contesto è tutt&#8217;altro che leggero. Nel 2024, l&#8217;Unione Internazionale per la Conservazione della Natura ha riclassificato il riccio europeo come specie &#8220;quasi minacciata&#8221;. E tra le cause principali del declino c&#8217;è proprio il <strong>traffico stradale</strong>, che in alcune popolazioni locali uccide fino a un esemplare su tre. Numeri che fanno riflettere e che rendono urgente trovare soluzioni concrete.</p>
<h2>Come è stata testata la capacità uditiva dei ricci</h2>
<p>Per capire fino a che punto arrivasse l&#8217;udito di questi animali, i ricercatori hanno misurato la risposta uditiva del tronco encefalico di 20 ricci provenienti da centri di recupero danesi. Nella pratica, piccoli elettrodi posizionati sugli animali hanno registrato l&#8217;attività elettrica tra orecchio interno e cervello mentre venivano emessi brevi impulsi sonori. Il risultato? I ricci rispondono a frequenze comprese tra 4 e 85 kHz, con un picco di sensibilità intorno ai <strong>40 kHz</strong>. Considerando che gli ultrasuoni iniziano sopra i 20 kHz, parliamo di una capacità uditiva davvero notevole.</p>
<p>Ma non finisce qui. Attraverso scansioni micro CT ad alta risoluzione sull&#8217;orecchio di un esemplare deceduto, il team ha scoperto che la struttura dell&#8217;orecchio del riccio è particolarmente adatta a captare suoni ad alta frequenza. Ossa dell&#8217;orecchio medio molto piccole e dense, una staffa leggera capace di vibrare rapidamente, una coclea compatta: tutto concorre a rendere questi animali dei ricevitori naturali di <strong>ultrasuoni</strong>. Caratteristiche simili a quelle dei pipistrelli che usano l&#8217;ecolocalizzazione. Niente male per un animaletto che spesso viene sottovalutato.</p>
<h2>Repellenti a ultrasuoni: il futuro della protezione stradale per i ricci</h2>
<p>La parte più interessante riguarda le applicazioni pratiche. Se i ricci sentono gli ultrasuoni ma gli esseri umani no (il nostro udito si ferma a 20.000 Hz), allora è teoricamente possibile progettare <strong>dispositivi repellenti a ultrasuoni</strong> da montare sulle automobili. Segnali sonori che avvertirebbero i ricci del pericolo in arrivo senza disturbare le persone o gli animali domestici. Cani e gatti, per intenderci, hanno soglie uditive ben inferiori a quelle dei ricci.</p>
<p>La responsabile della ricerca, la professoressa Sophie Lund Rasmussen, ha spiegato che il prossimo passo sarà trovare collaboratori nell&#8217;<strong>industria automobilistica</strong> per finanziare e progettare questi dispositivi. E le applicazioni non si limiterebbero alle strade: anche robot tosaerba e decespugliatori da giardino rappresentano pericoli concreti per i ricci.</p>
<p>Resta aperta anche una domanda affascinante: i ricci usano gli ultrasuoni per comunicare tra loro o per individuare le prede? Il team di ricerca ha già iniziato a indagare su questo fronte. Quello che è certo è che una scoperta nata dalla curiosità scientifica potrebbe tradursi in uno strumento reale di <strong>conservazione</strong>, chiudendo un cerchio virtuoso tra ricerca di base e protezione della biodiversità. E per una specie che sta perdendo terreno anno dopo anno, ogni possibilità conta.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/ricci-e-ultrasuoni-la-scoperta-che-potrebbe-salvarli-dalle-auto/">Ricci e ultrasuoni: la scoperta che potrebbe salvarli dalle auto</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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