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	<title>Voyager Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Candice Hansen-Koharcheck, la scienziata che ha cambiato lo spazio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 15:23:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[HiRISE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La scienziata che ha cambiato il modo di guardare lo spazio Candice Hansen-Koharcheck è stata una di quelle figure che, nel mondo della scienza planetaria, hanno lasciato un segno profondo senza mai cercare i riflettori. Il suo contributo alla comprensione dello spazio attraverso le immagini non è...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La scienziata che ha cambiato il modo di guardare lo spazio</h2>
<p><strong>Candice Hansen-Koharcheck</strong> è stata una di quelle figure che, nel mondo della <strong>scienza planetaria</strong>, hanno lasciato un segno profondo senza mai cercare i riflettori. Il suo contributo alla comprensione dello spazio attraverso le immagini non è stato solo tecnico. È stato, in un certo senso, filosofico. Perché prima ancora di analizzare dati e comporre mappe, qualcuno deve decidere dove puntare la fotocamera. E quel qualcuno, per decenni, è stata proprio lei.</p>
<p>La carriera di Candice Hansen-Koharcheck si è intrecciata con alcune delle <strong>missioni spaziali</strong> più importanti della storia recente. Dal programma Voyager fino alla sonda <strong>Mars Reconnaissance Orbiter</strong>, il suo lavoro ha riguardato la cattura e l&#8217;interpretazione delle <strong>immagini planetarie</strong> che oggi consideriamo patrimonio scientifico dell&#8217;umanità. Non parliamo di semplici fotografie. Ogni pixel che torna sulla Terra da milioni di chilometri di distanza porta con sé informazioni geologiche, atmosferiche, chimiche. E lei sapeva esattamente come leggerle, come valorizzarle, come trasformarle in conoscenza.</p>
<h2>Il valore delle immagini dallo spazio profondo</h2>
<p>C&#8217;è un aspetto del lavoro di Candice Hansen-Koharcheck che spesso viene sottovalutato: la capacità di comunicare l&#8217;importanza delle <strong>immagini spaziali</strong> anche al di fuori della comunità scientifica. In un&#8217;epoca in cui i finanziamenti per l&#8217;esplorazione spaziale non sono mai scontati, saper raccontare perché vale la pena fotografare la superficie di Marte o i geyser di Encelado è un talento raro. E lei lo possedeva.</p>
<p>La scienziata planetaria ha lavorato per anni al <strong>Jet Propulsion Laboratory</strong> della NASA e poi al Planetary Science Institute, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo della camera HiRISE, uno degli strumenti più potenti mai inviati in orbita attorno a Marte. Grazie a questo strumento è stato possibile osservare dettagli della superficie marziana con una risoluzione che, fino a pochi anni prima, sembrava fantascienza. Ogni scoperta legata a quei dati porta anche la sua firma, anche se non sempre in modo visibile.</p>
<h2>Un&#8217;eredità che continua a produrre scoperte</h2>
<p>Quello che rende davvero significativa l&#8217;<strong>eredità scientifica</strong> di Candice Hansen-Koharcheck è il fatto che il suo lavoro non si è fermato con la sua presenza fisica nei laboratori. Le immagini raccolte grazie alla sua visione continuano a essere analizzate, studiate, reinterpretate. Ogni nuova generazione di ricercatori che si avvicina alla scienza planetaria trova nei dati che lei ha contribuito a raccogliere un punto di partenza solido, ricco, ancora pieno di sorprese.</p>
<p>Ed è forse questo il modo più autentico per misurare l&#8217;impatto di una <strong>scienziata</strong>: non solo nei paper pubblicati o nei premi ricevuti, ma nella quantità di domande che il suo lavoro continua a generare. Le immagini dallo spazio non sono mai solo belle da guardare. Sono domande aperte sul nostro posto nell&#8217;universo. E Candice Hansen-Koharcheck lo sapeva meglio di chiunque altro.</p>
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		<title>Voyager 1 perde un altro pezzo: la NASA spegne uno strumento storico</title>
		<link>https://tecnoapple.it/voyager-1-perde-un-altro-pezzo-la-nasa-spegne-uno-strumento-storico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 May 2026 15:53:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>
		<category><![CDATA[interstellare]]></category>
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		<category><![CDATA[NASA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La NASA spegne uno strumento storico della Voyager 1 per tenerla in vita nello spazio profondo Dopo quasi mezzo secolo di onorato servizio, la sonda Voyager 1 ha dovuto rinunciare a un pezzo della propria dotazione scientifica. La NASA ha infatti ordinato lo spegnimento dello strumento noto come...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La NASA spegne uno strumento storico della Voyager 1 per tenerla in vita nello spazio profondo</h2>
<p>Dopo quasi mezzo secolo di onorato servizio, la sonda <strong>Voyager 1</strong> ha dovuto rinunciare a un pezzo della propria dotazione scientifica. La <strong>NASA</strong> ha infatti ordinato lo spegnimento dello strumento noto come <strong>Low Energy Charged Particles</strong> (LECP), un sensore attivo praticamente senza interruzioni dal lancio della sonda nel 1977. La ragione è tanto semplice quanto brutale: l&#8217;energia a bordo sta finendo, e ogni watt conta quando si è a oltre 25 miliardi di chilometri dalla Terra.</p>
<p>Il 17 aprile, gli ingegneri del <strong>Jet Propulsion Laboratory</strong> in California hanno inviato il comando di spegnimento. Un segnale che ha impiegato circa 23 ore per raggiungere la Voyager 1, seguito da un processo di disattivazione durato oltre tre ore. Il LECP era lo strumento che studiava particelle cariche a bassa energia, ioni, elettroni e raggi cosmici provenienti sia dal sistema solare che dallo <strong>spazio interstellare</strong>. Nel corso dei decenni ha fornito dati preziosissimi sulla composizione del mezzo interstellare, rilevando onde di pressione e variazioni nella densità delle particelle ben oltre i confini dell&#8217;eliosfera.</p>
<p>La decisione non è stata improvvisata. Già da anni, il team della NASA aveva elaborato un piano dettagliato per lo spegnimento progressivo degli strumenti di bordo, stabilendo una sequenza precisa che bilanciasse risparmio energetico e capacità scientifica residua. Delle dieci suite strumentali originali, sette erano già state disattivate. Il LECP era il prossimo della lista, lo stesso destino che aveva già colpito lo strumento gemello sulla <strong>Voyager 2</strong> nel marzo 2025.</p>
<h2>Una sonda che perde potenza ma non smette di stupire</h2>
<p>Il cuore energetico della Voyager 1 è un <strong>generatore termoelettrico a radioisotopi</strong> che converte il calore del plutonio in elettricità. Il problema è che questo sistema perde circa 4 watt ogni anno. Dopo quasi cinquant&#8217;anni, il margine è diventato sottilissimo. A febbraio, durante una manovra di rotazione programmata, la sonda ha registrato un calo di potenza imprevisto. Gli ingegneri si sono resi conto che un ulteriore abbassamento avrebbe potuto attivare il sistema di protezione automatica, con conseguenze difficili da gestire a quella distanza.</p>
<p>Meglio agire prima, insomma. Come ha spiegato Kareem Badaruddin, responsabile della missione Voyager al JPL: spegnere uno strumento scientifico non piace a nessuno, ma resta la scelta migliore. A bordo della Voyager 1 restano comunque attivi due strumenti, uno per le <strong>onde di plasma</strong> e uno per i campi magnetici, che continuano a inviare dati da una regione dello spazio mai esplorata prima da un oggetto costruito dall&#8217;uomo.</p>
<h2>Il piano audace per allungare la vita della missione</h2>
<p>Lo spegnimento del LECP dovrebbe garantire alla Voyager 1 circa un anno in più di operatività. Ma il team sta già lavorando a qualcosa di più ambizioso, una strategia ribattezzata internamente &#8220;Big Bang&#8221;. L&#8217;idea è sostituire in un colpo solo diversi componenti energivori con alternative più efficienti, mantenendo calore e funzionalità sufficienti per proseguire le osservazioni scientifiche.</p>
<p>Il Big Bang verrà testato prima sulla Voyager 2, che dispone di un po&#8217; più di energia ed è relativamente più vicina alla Terra, il che la rende un candidato meno rischioso. I <strong>test sono previsti per maggio e giugno 2026</strong>. Se tutto andrà bene, la stessa procedura verrà applicata alla Voyager 1 non prima di luglio.</p>
<p>E c&#8217;è un dettaglio che tiene viva la speranza: un piccolo motore del LECP, quello che ruota il sensore per scansionare in tutte le direzioni, è stato lasciato acceso perché consuma appena mezzo watt. Tenerlo attivo significa che, se un giorno ci sarà abbastanza energia, lo strumento potrebbe tornare a funzionare. Una scommessa sul futuro, per una sonda che del futuro ha fatto la propria ragione di esistere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/voyager-1-perde-un-altro-pezzo-la-nasa-spegne-uno-strumento-storico/">Voyager 1 perde un altro pezzo: la NASA spegne uno strumento storico</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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