Grammarly sotto accusa: class action per aver copiato lo stile di autori famosi

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Grammarly nella bufera: causa collettiva per aver copiato lo stile di scrittori famosi

La storia di Grammarly e della sua controversa funzione che permetteva di imitare lo stile di autori celebri non si è chiusa con la rimozione della feature. Anzi, sta prendendo una piega molto più seria. Una class action è stata avviata contro l’azienda, guidata dalla giornalista investigativa Julia Angwin, e le spiegazioni fornite dal CEO non hanno convinto praticamente nessuno.

Facciamo un passo indietro. Qualche tempo fa, Superhuman, la società proprietaria di Grammarly, aveva introdotto una funzionalità chiamata “expert review” all’interno del popolare strumento di correzione grammaticale. Il problema? Questa funzione non si limitava a migliorare la scrittura degli utenti. Faceva qualcosa di ben più discutibile: insegnava alle persone a replicare lo stile di scrittori famosi, sia viventi che defunti. Come se non bastasse, il modo in cui era presentata lasciava intendere che gli autori in questione fossero in qualche modo coinvolti nel processo, cosa ovviamente falsa.

Quando la vicenda è venuta a galla, Grammarly ha disattivato la funzione. Ma il danno, a quanto pare, era già fatto. E qui entra in gioco la causa legale.

Otto mesi di utilizzo e nessuna scusa convincente

Julia Angwin ha sottolineato un punto che dovrebbe far riflettere: il fatto che la funzionalità sia stata rimossa non cancella gli otto mesi in cui è rimasta attiva e accessibile a milioni di utenti. Otto mesi durante i quali chiunque poteva sfruttare lo stile narrativo di autori di primo piano senza che questi avessero dato il minimo consenso.

Il CEO di Grammarly ha provato a difendere la scelta, ma le sue spiegazioni sono state giudicate confuse e poco credibili. C’è chi ha fatto notare, con una certa ironia, che forse avrebbe dovuto usare proprio quella funzione per farsi scrivere una difesa più convincente, magari nello stile di qualche grande comunicatore.

La causa collettiva solleva questioni che vanno ben oltre il singolo caso. Quanto è lecito per uno strumento di intelligenza artificiale appropriarsi del lavoro creativo di altre persone? E soprattutto, dove si traccia il confine tra ispirazione e plagio quando a farlo è un algoritmo?

Una questione che riguarda tutto il settore

Grammarly non è certo l’unica azienda tech a muoversi su un terreno scivoloso quando si parla di contenuti generati dall’IA e diritti degli autori. Ma questo caso ha il potenziale per creare un precedente legale importante, soprattutto se la class action dovesse andare avanti e ottenere risultati concreti in tribunale.

Resta da vedere come si evolverà la situazione nei prossimi mesi. Quello che è certo è che disattivare una funzione dopo averla sfruttata per quasi un anno non basta a mettere tutto a posto. E la comunità degli scrittori, giustamente, non ha intenzione di lasciar correre.

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