Dei denti fossili grandi quanto la punta di un dito stanno riscrivendo le origini più antiche dei primati, e di riflesso anche le nostre. La scoperta arriva dal Colorado, dove un gruppo di paleontologi ha rinvenuto i resti più meridionali mai trovati del Purgatorius, considerato il più antico antenato conosciuto di tutti i primati, esseri umani compresi. Fino a poco tempo fa, questo minuscolo mammifero delle dimensioni di un toporagno era stato individuato soltanto in Montana e in alcune zone del Canada sudoccidentale. Ora, grazie a una manciata di denti fossili microscopici recuperati nel bacino di Denver, la mappa della sua diffusione si allarga parecchio verso sud, e con essa cambiano anche alcune convinzioni radicate nella comunità scientifica.
Lo studio, pubblicato nel marzo 2026 sul Journal of Vertebrate Paleontology, porta la firma del dottor Stephen Chester della Brooklyn College e del Graduate Center della City University of New York, insieme a colleghi del Denver Museum of Nature & Science. E i risultati fanno un certo effetto, perché suggeriscono che il Purgatorius si sia spostato verso sud molto prima di quanto si pensasse, praticamente subito dopo l’impatto dell’asteroide che cancellò i dinosauri circa 65,9 milioni di anni fa.
Dopo l’estinzione dei dinosauri, i primati si muovevano già
Uno degli aspetti più interessanti della scoperta riguarda la tempistica. Fino ad oggi esisteva un buco nel registro fossile: i resti di primati arcaici trovati nel sud ovest degli Stati Uniti risalivano a circa due milioni di anni dopo quelli del Montana, lasciando un vuoto difficile da spiegare. Questi nuovi fossili del Colorado colmano almeno in parte quel vuoto, suggerendo che i primati arcaici si originarono nel nord del continente e poi si diffusero rapidamente verso sud, diversificandosi nel periodo immediatamente successivo all’estinzione di massa della fine del Cretaceo.
C’è poi una questione legata alle foreste. Le ossa della caviglia del Purgatorius indicano che viveva sugli alberi. Proprio per questo, i ricercatori avevano ipotizzato che la sua assenza a sud del Montana potesse dipendere dalla devastazione delle foreste provocata dall’impatto dell’asteroide 66 milioni di anni fa. Un’ipotesi ragionevole, che però non reggeva del tutto. I colleghi paleobotanici del team hanno infatti evidenziato come il recupero della vegetazione in Nord America fu sorprendentemente rapido. Il che significava una cosa sola: il Purgatorius avrebbe dovuto trovarsi anche nelle regioni più meridionali. Semplicemente, nessuno aveva cercato abbastanza a fondo.
Lavaggio al setaccio e volontari instancabili
Ed è qui che entra in gioco il metodo. Per quasi 150 anni i paleontologi della regione si erano affidati principalmente alla raccolta di superficie, una tecnica che favorisce il ritrovamento di fossili più grandi, visibili a occhio nudo. I reperti minuscoli, quelli delle dimensioni di un granello quasi, restavano nascosti nel sedimento. Il team guidato da Chester ha adottato una procedura diversa, molto più laboriosa: il cosiddetto screen washing, un processo intensivo di lavaggio e setacciatura del terreno pensato appositamente per recuperare microfossili.
L’operazione è stata sostenuta da un finanziamento collaborativo di quasi 3 milioni di dollari della National Science Foundation, nell’ambito di un progetto più ampio guidato dal dottor Tyler Lyson del Denver Museum, dedicato a studiare come la vita si riprese dopo la grande estinzione. Studenti e volontari hanno passato ore e ore a lavare e selezionare enormi quantità di sedimento. Alla fine, tra resti di pesci, coccodrilli e tartarughe, sono emersi quei piccoli denti di Purgatorius che stanno facendo tanto rumore nella comunità paleontologica.
C’è anche un elemento di suspense scientifico. Il dottor Jordan Crowell, ricercatore postdottorato al museo di Denver, ha spiegato che questi denti presentano una combinazione unica di caratteristiche rispetto alle specie note di Purgatorius. Il che apre la possibilità concreta che si tratti di una nuova specie, anche se per confermarlo serviranno ulteriori ritrovamenti.
Quanto ancora resta nascosto sotto i nostri piedi
La scoperta mette in luce un problema che va ben oltre il singolo fossile. Per decenni, l’assenza di resti di primati arcaici nelle aree più meridionali dell’interno occidentale nordamericano potrebbe essere stata semplicemente il risultato di un bias di campionamento. Non che quei fossili non ci fossero, ma che nessuno li cercava nel modo giusto. Come ha sottolineato Chester stesso, i fossili piccoli si perdono facilmente, e solo con tecniche di ricerca più intensive sarà possibile scoprire molti altri esemplari importanti.
Lyson ha aggiunto un dettaglio che restituisce bene la portata del lavoro: grazie alla collaborazione a lungo termine con la città di Colorado Springs, proprietaria del terreno dove sono stati raccolti i fossili, e grazie alle innumerevoli ore di lavoro dei volontari, il team sta costruendo dataset straordinari su come la vita, compresi i nostri più antichi e primitivi antenati primati, si sia ripresa dopo quello che è stato definito il peggior giorno singolo per la vita sulla Terra. Una frase che, detta così, fa venire un brivido. E fa anche capire quanto poco sappiamo ancora di quel capitolo remotissimo della storia naturale, e quanto potrebbe cambiare con una semplice manciata di denti fossili più piccoli della punta di un mignolo.


