Un batterio sopravvive alle pressioni di un impatto su Marte: la vita potrebbe viaggiare tra i pianeti
La vita su Marte potrebbe non essere solo un’idea da film di fantascienza. Un gruppo di ricercatori ha dimostrato che un microrganismo incredibilmente resistente è in grado di sopravvivere alle forze d’impatto generate da un asteroide sul Pianeta Rosso, aprendo scenari affascinanti sulla possibilità che organismi viventi possano letteralmente saltare da un pianeta all’altro. Lo studio, pubblicato su PNAS Nexus il 3 marzo 2026, racconta qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato assurdo: un batterio schiacciato tra piastre d’acciaio a pressioni mostruose, e ancora lì, vivo e vegeto.
Il protagonista di questa storia è il Deinococcus radiodurans, un batterio già famoso nel mondo della microbiologia per la sua capacità quasi sovrannaturale di resistere a radiazioni, disidratazione e condizioni ambientali che farebbero fuori praticamente qualsiasi altro organismo. Ma stavolta gli scienziati hanno voluto alzare l’asticella in modo drastico. Lily Zhao, K. T. Ramesh e il resto del team hanno simulato in laboratorio le condizioni che un microrganismo subirebbe se venisse scagliato nello spazio dall’impatto di un asteroide su Marte. In pratica, hanno messo le cellule del batterio tra due piastre d’acciaio e poi le hanno colpite con una terza piastra, generando pressioni fino a 3 GPa, ovvero circa 30.000 volte la pressione atmosferica terrestre. Un valore che farebbe pensare alla distruzione totale di qualsiasi forma biologica. E invece no.
Il segreto della sopravvivenza del Deinococcus radiodurans
Quello che rende questo esperimento davvero notevole è il tasso di sopravvivenza. Anche a pressioni di 2,4 GPa, dove le membrane cellulari iniziavano a rompersi, circa il 60% dei microbi è riuscito a resistere. Un dato che ha sorpreso gli stessi ricercatori. Il merito, a quanto pare, va alla struttura particolarmente robusta dell’involucro cellulare del Deinococcus radiodurans, una sorta di armatura biologica che protegge il contenuto interno anche sotto stress meccanico estremo.
Ma la parte più interessante forse è un’altra. Analizzando i profili di trascrizione genica dei batteri sopravvissuti, il team ha scoperto che subito dopo lo shock le cellule attivavano in modo prioritario i geni legati alla riparazione dei danni. Come se il batterio avesse una specie di protocollo d’emergenza pronto a scattare nel momento del bisogno. Non si limitava a sopravvivere passivamente: si rimboccava le maniche e cominciava a ricostruire.
La panspermia torna al centro del dibattito scientifico
Questo studio rafforza in modo significativo l’ipotesi della panspermia, la teoria secondo cui la vita potrebbe diffondersi nell’universo viaggiando all’interno di detriti rocciosi espulsi durante gli impatti. I crateri sulla Luna e su Marte testimoniano quanto spesso i corpi del nostro sistema solare vengano colpiti da materiale in arrivo dallo spazio. Ogni impatto abbastanza potente potrebbe, in teoria, lanciare frammenti di roccia contenenti microrganismi verso altri mondi.
Fino ad oggi, il punto debole di questa ipotesi era sempre stato lo stesso: come potrebbe un organismo vivente sopravvivere alla violenza dell’espulsione dal pianeta d’origine? Questo esperimento fornisce una risposta concreta. Se il Deinococcus radiodurans resiste a pressioni di 3 GPa, allora è plausibile che microrganismi estremofili possano effettivamente superare la fase di lancio e ritrovarsi a vagare nello spazio, magari protetti all’interno di un frammento di roccia marziana.
Non significa che la vita sia arrivata sulla Terra da Marte, ovviamente. Ma significa che l’idea non è più solo speculazione. Gli organismi viventi possono sopravvivere a condizioni molto più estreme di quanto si pensasse, e questo cambia parecchio le carte in tavola per chi cerca tracce di vita extraterrestre nel sistema solare.


