Il daltonismo potrebbe nascondere un segnale vitale del tumore alla vescica
Il daltonismo potrebbe fare molto più che complicare la vita davanti a un semaforo. Secondo una ricerca pubblicata su Nature Health e condotta da un team della Stanford Medicine, chi soffre di deficit nella percezione dei colori e sviluppa un tumore alla vescica ha un rischio di mortalità superiore del 52% nell’arco di vent’anni rispetto a chi ha una visione normale. Il motivo è tanto semplice quanto inquietante: il sangue nelle urine, che rappresenta il primo campanello d’allarme per questo tipo di cancro, diventa quasi invisibile per chi non riesce a distinguere bene le tonalità rosse.
Il dato arriva dall’analisi di milioni di cartelle cliniche elettroniche raccolte attraverso la piattaforma TriNetX, un enorme archivio che contiene circa 275 milioni di record sanitari anonimizzati provenienti da tutto il mondo. Da circa 100 milioni di cartelle statunitensi, i ricercatori hanno isolato 135 persone con diagnosi contemporanea di daltonismo e tumore alla vescica, confrontandole con un gruppo di controllo che aveva le stesse caratteristiche demografiche e cliniche ma una visione dei colori nella norma. Il risultato? La differenza nei tassi di sopravvivenza era netta e statisticamente significativa.
A guidare lo studio è stato Mustafa Fattah, studente di medicina alla Columbia University, con la supervisione di Ehsan Rahimy, professore associato di oftalmologia a Stanford. Rahimy ha spiegato che la forza di questo tipo di ricerca sta proprio nella possibilità di pescare combinazioni rare di condizioni cliniche in un oceano di dati. E in effetti, trovare pazienti che presentano sia daltonismo sia un tumore alla vescica non è affatto comune, ma con database così vasti il quadro comincia a prendere forma.
Perché il sangue nelle urine sfugge a chi è daltonico
Bisogna partire da un fatto che molti ignorano: il daltonismo è molto più diffuso di quanto si pensi. Colpisce circa un uomo su dodici e una donna su duecento. Le forme più comuni riguardano proprio la difficoltà nel distinguere il rosso dal verde, il che rende estremamente complicato notare tracce di sangue nelle urine. Uno studio del 2001 aveva già dimostrato che le persone con visione normale identificavano correttamente campioni di urina, saliva e feci contenenti sangue nel 99% dei casi, mentre chi era daltonico si fermava al 70%.
Il tumore alla vescica colpisce gli uomini circa quattro volte più spesso rispetto alle donne. Nel 2025, negli Stati Uniti, le diagnosi attese erano circa 85.000. E tra l’80% e il 90% dei pazienti, il primo sintomo è proprio la presenza di sangue nelle urine, spesso senza alcun dolore associato. Se una persona non riesce a vedere quel segnale, è facile che ritardi la visita medica. E con il cancro, il tempo perso può fare la differenza tra una diagnosi precoce e una malattia già in fase avanzata.
Un dato interessante emerge dal confronto con il tumore al colon retto. I ricercatori si aspettavano di trovare lo stesso schema anche per questo tipo di cancro, ma non è andata così. La spiegazione è abbastanza logica: il tumore al colon retto si manifesta con diversi sintomi precoci, come dolore addominale e cambiamenti nelle abitudini intestinali, che non dipendono dalla capacità di percepire i colori. Inoltre, esistono programmi di screening consolidati e raccomandati tra i 45 e i 75 anni, il che riduce la dipendenza dal notare sangue nelle feci come primo segnale.
Un rischio probabilmente sottostimato e la necessità di maggiore consapevolezza
C’è un aspetto che rende questi numeri ancora più preoccupanti. Il team di ricerca ha sottolineato che il dato del 52% potrebbe essere addirittura una sottostima. Lo studio si basa sui codici diagnostici ICD 10 presenti nelle cartelle cliniche, ma moltissime persone daltoniche non ricevono mai una diagnosi formale. Funzionano benissimo nella vita quotidiana, non hanno altri problemi visivi, e in alcuni casi non sanno nemmeno di avere questa condizione. Nel database, quindi, finiscono classificate come persone con visione normale, diluendo l’effetto reale.
Rahimy ha raccontato che i risultati hanno già generato conversazioni interessanti tra specialisti. Urologi e gastroenterologi, compreso un collega lui stesso daltonico, hanno ammesso di non aver mai considerato il daltonismo come possibile fattore nella diagnosi oncologica. Alcuni medici hanno iniziato a valutare l’inserimento di domande sulla percezione dei colori nei questionari di screening.
Per chi convive con il daltonismo, il consiglio pratico è semplice ma potenzialmente salvavita: effettuare regolarmente un esame delle urine durante i controlli annuali e, se possibile, chiedere a un familiare o a una persona convivente di controllare periodicamente eventuali cambiamenti nel colore delle urine. Non è una questione di allarmismo, ma di buon senso clinico applicato a una realtà che troppo a lungo è stata ignorata.


