Funghi magici senza allucinazioni: la svolta contro la depressione

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Funghi magici senza allucinazioni: la nuova frontiera contro la depressione

Un composto derivato dai funghi magici potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento della depressione, e la parte interessante è che lo farebbe senza provocare effetti psichedelici. Sembra quasi un controsenso, eppure un gruppo di ricercatori è riuscito a modificare la struttura della psilocina, il principio attivo che il corpo produce quando metabolizza la psilocibina, ottenendo molecole che mantengono l’azione terapeutica sul cervello ma riducono drasticamente le allucinazioni. Lo studio, pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry dell’American Chemical Society a marzo 2026, apre scenari davvero promettenti per chi soffre di disturbi dell’umore e non solo.

La psilocibina, la sostanza psicoattiva contenuta nei funghi magici, da anni attira l’attenzione della comunità scientifica. Le ricerche hanno mostrato risultati incoraggianti nel trattamento di ansia, depressione, disturbi da uso di sostanze e persino alcune malattie neurodegenerative. Il problema, però, è sempre stato lo stesso: le allucinazioni intense che accompagnano l’assunzione rendono questi trattamenti poco praticabili su larga scala. Molti pazienti, comprensibilmente, sono restii a sottoporsi a esperienze psichedeliche anche quando i potenziali benefici medici sarebbero evidenti.

Come funzionano le nuove molecole e perché cambiano le regole del gioco

Il team guidato da Sara De Martin, Andrea Mattarei e Paolo Manfredi ha progettato cinque varianti chimiche della psilocina. L’idea di fondo è tanto semplice quanto elegante: fare in modo che il principio attivo venga rilasciato nel cervello in modo più lento e graduale, anziché tutto insieme come avviene con la psilocibina tradizionale. Questo rilascio controllato potrebbe essere la chiave per separare gli effetti terapeutici da quelli allucinogeni.

Dopo una serie di test di laboratorio su campioni di plasma umano e simulazioni dell’assorbimento gastrointestinale, i ricercatori hanno identificato il candidato più promettente, denominato 4e. Questa molecola ha dimostrato un’ottima stabilità durante l’assorbimento e un rilascio graduale della psilocina, continuando ad attivare i recettori della serotonina a livelli paragonabili a quelli della psilocina stessa.

Ed è proprio qui che entra in gioco la serotonina. Molti disturbi dell’umore e condizioni neurodegenerative, compreso il morbo di Alzheimer, sono legati a squilibri di questo neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione dell’umore e di altre funzioni cerebrali. I composti psichedelici come la psilocibina agiscono proprio sui percorsi serotoninergici del cervello, ed è per questo che la ricerca su queste sostanze va avanti da decenni.

I risultati nei test sugli animali e le prospettive future

La fase successiva dello studio ha coinvolto topi a cui sono state somministrate dosi equivalenti di 4e e di psilocibina farmaceutica per via orale. I ricercatori hanno monitorato i livelli di psilocina nel sangue e nel cervello nell’arco di 48 ore. Nei topi trattati con 4e, il composto ha attraversato la barriera ematoencefalica in modo efficiente, producendo un livello di psilocina nel cervello più basso ma decisamente più prolungato rispetto alla psilocibina classica.

Il dato più significativo, però, riguarda il comportamento. I topi che avevano ricevuto 4e mostravano un numero significativamente inferiore di movimenti della testa (il cosiddetto “head twitch”), che nella ricerca sugli animali è considerato un indicatore affidabile dell’attività psichedelica. Questo nonostante il composto interagisse fortemente con i recettori della serotonina. Secondo i ricercatori, la differenza dipende principalmente dalla quantità di psilocina rilasciata nel cervello e dalla velocità con cui questo rilascio avviene.

“Le nostre scoperte sono coerenti con una prospettiva scientifica crescente che suggerisce come gli effetti psichedelici e l’attività serotoninergica possano essere dissociati”, ha spiegato Mattarei. “Questo apre la possibilità di progettare nuovi farmaci che mantengano l’attività biologica benefica riducendo le risposte allucinogene, potenzialmente consentendo strategie terapeutiche più sicure e pratiche.”

Naturalmente, la strada è ancora lunga. Serviranno ulteriori ricerche per comprendere esattamente il meccanismo d’azione di queste molecole e valutarne la sicurezza e il potenziale terapeutico nelle persone. Ma il fatto che sia possibile, almeno in linea di principio, separare i benefici dei funghi magici dalle allucinazioni è già di per sé una notizia che vale la pena seguire con attenzione.

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