L’odore delle mummie egizie sta svelando segreti vecchi di 2000 anni
Quella delle mummie egizie è una storia che non smette mai di sorprendere. E stavolta la sorpresa arriva da dove nessuno se lo aspetterebbe: dal loro odore. Un gruppo di chimici dell’Università di Bristol ha scoperto che quel caratteristico sentore muschiato e persistente che si avverte attorno ai resti mummificati non è semplice decomposizione. È, piuttosto, una specie di firma chimica che racconta con precisione quali sostanze venivano usate durante l’imbalsamazione e come queste tecniche si sono evolute nell’arco di oltre duemila anni di storia egizia.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science nel marzo 2026, ha analizzato 35 campioni tra balsami e bende provenienti da 19 mummie diverse, databili tra il 3200 a.C. e il 395 d.C. Un arco temporale enorme, che ha permesso ai ricercatori di tracciare una vera e propria evoluzione delle pratiche funerarie egizie.
Come si analizza il profumo di una mummia
La cosa affascinante è il metodo. Niente solventi aggressivi, niente campioni distrutti. Il team ha lavorato su frammenti minuscoli, grandi più o meno quanto un grano di pepe, catturando i gas che questi rilasciano all’interno di piccoli contenitori sigillati. Con strumenti avanzati come la gascromatografia e la spettrometria di massa ad alta risoluzione, sono riusciti a isolare e identificare ben 81 composti organici volatili (VOC) distinti.
Questi composti hanno raccontato parecchio. Grassi e oli producevano acidi grassi a catena corta. La cera d’api rilasciava acidi monocarbossilici. Le resine vegetali generavano sesquiterpenoidi, mentre il bitume lasciava tracce di composti naftenici. Ogni ingrediente, insomma, aveva la propria impronta volatile riconoscibile.
La ricercatrice Wanyue Zhao, prima autrice dello studio, ha spiegato che le mummie più antiche presentavano profili chimici piuttosto semplici, dominati da grassi e oli. Quelle più recenti, invece, mostravano miscele molto più complesse, con resine importate e bitume che richiedevano preparazioni specializzate e costose. Una conferma che la mummificazione è diventata progressivamente più sofisticata col passare dei secoli.
Ricette diverse per parti del corpo diverse
Un dettaglio particolarmente curioso riguarda le differenze riscontrate tra le varie parti del corpo. I campioni prelevati dalla testa mostravano pattern chimici diversi rispetto a quelli del torso, suggerendo che gli imbalsamatori applicassero ricette specifiche a seconda della zona da trattare. Perché lo facessero resta ancora da chiarire con certezza, ma è un indizio che parla di una conoscenza pratica davvero raffinata.
Al di là delle scoperte storiche, questa tecnica apre prospettive importanti per musei e collezioni di ricerca. Analizzare l’aria attorno alle mummie egizie senza toccarle rappresenta un metodo rapido e non distruttivo, perfetto per esaminare reperti fragili senza comprometterne lo stato di conservazione. Come ha sottolineato il professor Richard Evershed, coautore dello studio, l’analisi dei volatili si è dimostrata sensibile abbastanza da rilevare residui a concentrazioni bassissime, individuando persino biomarcatori del bitume che i metodi tradizionali faticavano a intercettare.
Quello che emerge da questo lavoro è un quadro più ricco e dettagliato delle pratiche funerarie dell’antico Egitto. E pensare che tutto è partito da qualcosa di apparentemente banale come un odore.


