Apple e l’intelligenza artificiale: la scommessa più furba della storia tech?
Tutti a dire che Apple è rimasta indietro sull’intelligenza artificiale. Lo hanno scritto ovunque, ne hanno parlato analisti, commentatori, perfino i baristi sotto casa. Eppure c’è chi, come l’analista Horace Dediu, si chiede se Cupertino non abbia in realtà messo a segno la mossa più brillante nella storia delle grandi corporation tecnologiche. La mossa in questione? Non buttare centinaia di miliardi di dollari nell’AI. Solo qualche decina. E la differenza, a guardarla bene, è enorme.
I numeri parlano chiaro, anche se raccontano una storia diversa da quella che ci si aspetterebbe. Amazon quest’anno spende circa 200 miliardi di dollari in data center dedicati all’AI. Google ne investe 185, Microsoft 114, Meta 135. Totale combinato: 650 miliardi. Una cifra che fa girare la testa. Apple, intanto, se ne sta lì con un budget in conto capitale di circa 14 miliardi. Non sono spiccioli, certo, ma siamo in un altro universo rispetto alla concorrenza. E il grande beneficiario di tutta questa pioggia di denaro? Nvidia, ovviamente. Apple, curiosamente, sembra convinta che il proprio flusso di cassa appartenga ai propri azionisti e non al produttore di chip più corteggiato del pianeta. Un concetto quasi rivoluzionario, a quanto pare.
L’AI è davvero ovunque utile? Non proprio
C’è un dato che Dediu sottolinea e che dovrebbe far riflettere parecchio: i grandi hyperscaler stanno spendendo il 94 percento dei loro flussi di cassa operativi in infrastruttura AI. Novantaquattro percento. E nel frattempo, Meta annuncia licenziamenti di massa perché i costi dell’intelligenza artificiale stanno esplodendo. Si è passati dal “l’AI fa tutto, possiamo licenziare il personale” al “dobbiamo licenziare il personale perché l’AI ci sta prosciugando le risorse”. Un cortocircuito quasi poetico nella sua assurdità.
Esistono ambiti dove l’intelligenza artificiale produce guadagni reali in termini di produttività: programmazione, analisi dati, accessibilità. Poi ci sono tutti quegli altri ambiti dove le aziende cercano di infilarla a forza, come un’aringa scivolosa dentro un carburatore. L’assistenza clienti? I clienti non la vogliono gestita dall’AI. Gli assistenti virtuali? Alexa potenziata è già là fuori che barcolla cercando qualcuno a cui appoggiarsi. Uno studio recente ha mostrato che nei luoghi di lavoro, invece di aiutare, l’AI sta causando quello che è stato definito “brain fry”, un sovraccarico cognitivo che non suona esattamente come un progresso. E poi c’è il capitolo dell’AI generativa, con le cause legali contro Grok di xAI per contenuti generati decisamente problematici.
La strategia Apple: una feature, non un prodotto
Apple sembra aver adottato con l’intelligenza artificiale lo stesso approccio che usò a suo tempo con Dropbox: “Sei una funzionalità, non un prodotto”. E finora questa lettura appare corretta al cento percento. Ogni tentativo di trasformare l’AI in un prodotto autonomo ha fallito o sta faticando enormemente a decollare. Basti pensare ai ritardi segnalati per il dispositivo hardware AI di OpenAI e Jony Ive.
L’unico errore concreto che Apple ha commesso è stato promettere funzionalità di Apple Intelligence che non era in grado di consegnare nei tempi annunciati, e che forse non riuscirà a completare tanto presto. Se avesse semplicemente detto “i nostri dispositivi supportano modelli on device di qualsiasi fornitore che voglia collaborare con noi per garantire la privacy, e il nostro software si collegherà anche all’AI cloud per chi desidera di più”, si sarebbe risparmiata parecchi grattacapi.
Apple non ha perso la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Ha semplicemente scommesso che i vincitori non saranno quelli che costruiscono l’infrastruttura. Tutta questa spesa folle si basa su una domanda futura di prodotti AI che, ad oggi, resta una grande incognita.


