Un pesticida comune potrebbe più che raddoppiare il rischio di Parkinson
Che un pesticida usato per decenni in agricoltura possa essere collegato in modo diretto al morbo di Parkinson non è esattamente una novità nel dibattito scientifico. Ma adesso ci sono numeri pesanti e prove biologiche concrete a supporto di questa ipotesi. Uno studio condotto dalla UCLA Health ha messo insieme dati su larga scala e sperimentazioni in laboratorio per dimostrare che l’esposizione prolungata al chlorpyrifos, un insetticida ancora oggi utilizzato su diverse colture, può aumentare di oltre 2,5 volte la probabilità di sviluppare la malattia. E il meccanismo che sta dietro a tutto questo riguarda qualcosa di molto specifico: la capacità del cervello di ripulirsi dalle proteine tossiche.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Molecular Neurodegeneration, ha analizzato i dati di oltre 1.600 persone, metà delle quali con diagnosi di Parkinson. Gli scienziati hanno incrociato i registri californiani sull’uso dei pesticidi con le residenze e i luoghi di lavoro dei partecipanti, ricostruendo così il livello di esposizione al chlorpyrifos nel corso degli anni. Il risultato? Chi aveva vissuto a lungo in aree con esposizione costante mostrava un rischio nettamente superiore rispetto a chi non era stato esposto in modo significativo.
Cosa succede nel cervello esposto al chlorpyrifos
Per capire cosa accade davvero a livello cerebrale, il team ha condotto esperimenti su topi e pesci zebra. I topi, esposti per via inalatoria al pesticida per undici settimane (simulando le condizioni reali di contatto con la sostanza), hanno sviluppato problemi motori, perdita di neuroni dopaminergici e accumulo anomalo di alfa-sinucleina, la proteina che forma aggregati tossici nel cervello dei pazienti con Parkinson. Nei pesci zebra è emerso un dettaglio cruciale: il chlorpyrifos compromette l’autofagia, cioè il sistema con cui le cellule eliminano le proteine danneggiate. Quando i ricercatori hanno ripristinato questo processo o rimosso la sinucleina, i neuroni risultavano protetti.
Quasi un milione di persone negli Stati Uniti convive con il Parkinson, una malattia neurodegenerativa progressiva che provoca tremori, rigidità muscolare e crescenti difficoltà di movimento. Se la genetica gioca un ruolo in alcuni casi, gli esposizioni ambientali vengono ormai riconosciute come fattori di rischio importanti. E i pesticidi, negli ultimi anni, sono finiti sotto la lente d’ingrandimento con crescente insistenza.
Verso nuove strategie di prevenzione e trattamento
Il fatto che il chlorpyrifos interferisca con l’autofagia apre scenari interessanti dal punto di vista terapeutico. Se si riuscisse a potenziare il sistema naturale di pulizia delle cellule cerebrali, potrebbe diventare possibile ridurre il rischio di Parkinson nelle persone esposte. L’uso residenziale del chlorpyrifos è stato vietato nel 2001 e restrizioni sull’uso agricolo sono state introdotte nel 2021, ma milioni di persone sono state esposte in passato. E in molte parti del mondo, questo pesticida continua a essere impiegato regolarmente.
Il dottor Jeff Bronstein, professore di Neurologia alla UCLA Health e autore senior dello studio, ha sottolineato un punto fondamentale: questa ricerca identifica il chlorpyrifos come un fattore di rischio ambientale specifico per il Parkinson, non i pesticidi in generale. Il fatto di aver dimostrato il meccanismo biologico nei modelli animali rende l’associazione molto probabilmente causale, non solo statistica. E la scoperta che la disfunzione dell’autofagia guida la neurotossicità offre una direzione concreta per future strategie terapeutiche.
Chi sa di essere stato esposto al chlorpyrifos potrebbe trarre beneficio da un monitoraggio neurologico più attento. È una di quelle situazioni in cui sapere conta, e può fare la differenza.


