Tim Cook e la politica: il CEO di Apple si definisce “non una persona politica”
Le dichiarazioni di Tim Cook sulla sua relazione con la politica americana stanno facendo discutere parecchio. In un’intervista rilasciata a Good Morning America, condotta dal giornalista Michael Strahan, il CEO di Apple ha voluto chiarire la sua posizione con una frase destinata a far parlare: “Non sono una persona politica”. Una risposta che arriva dopo settimane di critiche per i suoi rapporti sempre più stretti con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Strahan non ha girato intorno alla questione. Ha ricordato a Cook che la sua presenza all’inaugurazione del secondo mandato di Trump, avvenuta a gennaio, non è passata inosservata. E nemmeno quel regalo piuttosto vistoso, un oggetto in vetro con base in oro 24 carati, donato direttamente al presidente. Come se non bastasse, Cook ha partecipato anche a una proiezione privata di un documentario su Melania Trump alla Casa Bianca. Secondo diverse fonti, il CEO avrebbe inoltre donato personalmente un milione di dollari al fondo per la cerimonia inaugurale di Trump.
Politica o policy? Il confine sottile secondo Cook
La risposta di Tim Cook è stata calcolata con precisione chirurgica. “Lavoro sulla policy, non sulla politica”, ha detto. E ha aggiunto di considerarsi equidistante da entrambi gli schieramenti, concentrato esclusivamente sulle questioni di merito. Si è detto soddisfatto del fatto che il presidente e la sua amministrazione siano disponibili al dialogo sulle politiche aziendali e regolatorie che riguardano Apple.
Però, come prevedibile, non tutti hanno comprato questa distinzione così netta. Il commentatore John Gruber, voce nota nell’universo Apple, ha smontato la logica di Cook con una battuta tagliente: la risposta “ha senso solo se si crede che le decisioni politiche del governo non siano politica. Il che equivale a dire che non ha alcun senso.” Un punto difficile da contestare, se ci si pensa bene.
Tra responsabilità fiduciaria e valori aziendali
C’è anche chi difende l’approccio del CEO di Apple, sostenendo che Cook stia semplicemente facendo quello che qualsiasi dirigente responsabile farebbe: garantire che la propria azienda mantenga buoni rapporti con chi governa. Si tratta, in fondo, di una responsabilità fiduciaria verso azionisti e dipendenti. E gestire un colosso come Apple significa anche navigare acque politicamente complicate senza fare naufragio.
La questione resta aperta e continua a dividere. Da un lato c’è un’azienda i cui valori aziendali sono generalmente considerati progressisti, soprattutto su temi sociali e ambientali. Dall’altro c’è un CEO che dona milioni e regala oggetti in oro a un presidente che rappresenta tutt’altro universo valoriale. Forse Tim Cook ha ragione, forse la distinzione tra politica e policy esiste davvero. Ma convincere il pubblico di questo, con queste premesse, resta un esercizio piuttosto complicato.


