I castori stanno trasformando i fiumi in potenti pozzi di carbonio
Che i castori potessero diventare alleati nella lotta al cambiamento climatico non era esattamente nelle previsioni di nessuno. Eppure uno studio internazionale guidato dall’Università di Birmingham, pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment, racconta una storia diversa e piuttosto affascinante. Costruendo dighe e trasformando corsi d’acqua in zone umide, questi animali instancabili riescono a modificare radicalmente il modo in cui il carbonio si muove e viene immagazzinato nel paesaggio. In appena 13 anni, una zona umida creata dai castori nel nord della Svizzera ha accumulato oltre mille tonnellate di carbonio, con tassi fino a dieci volte superiori rispetto ad aree simili prive della loro presenza.
Lo studio, il primo nel suo genere a misurare sia la CO2 rilasciata sia quella catturata grazie all’attività dei castori, è stato condotto lungo un corridoio fluviale svizzero dove questi animali operano da più di un decennio. I numeri parlano chiaro: circa 1.194 tonnellate di carbonio stoccate, equivalenti a 10,1 tonnellate di CO2 per ettaro ogni anno. Come ha spiegato il dottor Joshua Larsen dell’Università di Birmingham, i castori non si limitano a cambiare il paesaggio, ma ridefiniscono completamente il modo in cui la CO2 attraversa gli ecosistemi. Rallentando l’acqua, intrappolando sedimenti e ampliando le zone umide, i corsi d’acqua diventano veri e propri pozzi di carbonio.
Come le dighe dei castori ridisegnano fiumi e stoccaggio del carbonio
I castori stanno tornando nei fiumi europei dopo anni di sforzi per la loro conservazione, e questo ritorno sta rivelando quanto profondamente influenzino il ciclo del carbonio, soprattutto nei tratti iniziali dei corsi d’acqua. Quando costruiscono le loro dighe, allagano i terreni circostanti, formano zone umide, deviano il flusso delle acque sotterranee e catturano materiali organici e inorganici, inclusa la CO2. Il risultato è un sistema che, nell’arco di un anno intero, funziona come un pozzo netto di carbonio, immagazzinando in media 98,3 tonnellate di carbonio l’anno. Certo, durante l’estate, quando i livelli dell’acqua calano e i sedimenti restano esposti, le emissioni superano temporaneamente lo stoccaggio. Ma su base annuale il bilancio resta nettamente positivo. Dettaglio non trascurabile: le emissioni di metano, spesso un punto critico per le zone umide, rappresentano meno dello 0,1% del bilancio totale del carbonio.
Un potenziale enorme per le strategie climatiche europee
Col tempo, il carbonio resta intrappolato nei sedimenti e nel legno morto che si accumulano nelle zone umide create dai castori. I ricercatori hanno scoperto che questi sedimenti contengono fino a 14 volte più carbonio inorganico e otto volte più carbonio organico rispetto ai suoli forestali circostanti. Il legno morto proveniente dai boschi ripariali lungo i fiumi costituisce quasi la metà del carbonio stoccato a lungo termine. Queste riserve possono rimanere stabili per decenni, a patto che le dighe restino intatte.
Quando il team di ricerca ha applicato i propri risultati a tutte le aree alluvionali svizzere adatte alla ricolonizzazione da parte dei castori, la stima è stata significativa: queste zone umide potrebbero compensare tra l’1,2% e l’1,8% delle emissioni annuali di carbonio del paese. Il tutto senza intervento umano diretto e senza costi aggiuntivi. Una soluzione che arriva, letteralmente, dalla natura. Man mano che le popolazioni di castori continuano a crescere in Europa, saranno necessarie ulteriori ricerche per comprendere meglio come questi animali possano contribuire allo stoccaggio del carbonio su scala ancora più ampia.


