La Polonia prepara una tassa sui ricavi delle Big Tech: cosa cambia per Apple e le altre
La digital services tax sta per diventare realtà anche in Polonia. Il governo polacco ha deciso di andare avanti con la stesura di un disegno di legge che prevede una tassazione del 3% sui ricavi generati da pubblicità online, piattaforme utente e servizi basati sui dati. Una mossa che punta dritto ai colossi della tecnologia, ma che lascia aperte alcune zone grigie non trascurabili.
Il progetto di legge fissa soglie piuttosto precise: saranno coinvolte solo le aziende con un fatturato globale superiore a 1,16 miliardi di dollari e con ricavi sul territorio polacco di almeno 6,8 milioni di dollari. Numeri che, va detto, tagliano fuori le realtà più piccole e puntano chiaramente verso i grandi nomi della Silicon Valley. Apple, Google, Meta e le altre principali società tecnologiche statunitensi rientrano senza troppi dubbi in quei parametri.
Apple potrebbe davvero essere colpita?
Qui la faccenda si fa interessante. Perché se sulla carta le Big Tech rientrano tutte nei requisiti, la struttura della tassa lascia abbastanza margine di manovra per chi volesse contestare la propria posizione. Apple, per esempio, potrebbe argomentare che una parte significativa dei propri ricavi in Polonia non derivi direttamente da pubblicità online o dalla vendita di dati degli utenti, ma dalla vendita di hardware e software. È una distinzione sottile, certo, ma nel mondo fiscale le sfumature contano parecchio.
Il prelievo del 3% si applicherebbe ai ricavi e non agli utili, il che rende la misura particolarmente pesante per quelle aziende che operano con margini più contenuti su determinati servizi digitali. La Polonia segue in questo senso una strada già tracciata da altri Paesi europei, tra cui Francia e Italia, che hanno introdotto meccanismi simili negli ultimi anni per cercare di far contribuire le multinazionali tech al gettito fiscale locale.
Il contesto europeo e le possibili reazioni
La decisione della Polonia arriva in un momento in cui il dibattito sulla tassazione digitale a livello internazionale è tutt’altro che risolto. L’OCSE lavora da tempo a un accordo globale, ma i progressi sono lenti e molti Paesi hanno scelto di procedere in autonomia. Il rischio, già visto in passato, è quello di tensioni commerciali con gli Stati Uniti, che hanno sempre visto queste tasse come discriminatorie nei confronti delle proprie aziende.
Per Apple e le altre Big Tech, comunque, l’ennesima digital services tax in Europa rappresenta un segnale ormai impossibile da ignorare. Le regole del gioco stanno cambiando, anche se la partita su chi debba pagare quanto, e soprattutto come, è ancora tutta da giocare.


