Plastica dal latte che sparisce in 13 settimane: non è fantascienza

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Una plastica fatta col latte che sparisce in 13 settimane: fantascienza o realtà?

Sembra una di quelle notizie troppo belle per essere vere, eppure la plastica biodegradabile ricavata dalle proteine del latte esiste davvero. E non è un esperimento da laboratorio destinato a restare nel cassetto: un team internazionale di ricercatori ha creato un film sottile e flessibile che, una volta interrato nel suolo, si decompone completamente in circa 13 settimane. Poco più di tre mesi. Per capire la portata della cosa, basta pensare che una normale bottiglia di plastica può impiegare centinaia di anni per degradarsi. Qui si parla di un materiale pensato per sostituire gli imballaggi usa e getta, quelli che ogni giorno finiscono nella spazzatura dopo un singolo utilizzo.

La ricerca arriva dalla Flinders University, in Australia meridionale, ed è stata pubblicata sulla rivista scientifica Polymers. Il procedimento, in termini semplici, funziona così: si parte dal caseinato di calcio, una forma commerciale della caseina (la proteina principale del latte), e lo si mescola con amido modificato e nanoargilla bentonitica. Poi si aggiungono glicerolo e alcol polivinilico per rendere il tutto più resistente e flessibile. Il risultato è un film che, almeno nelle prime valutazioni, si comporta in modo simile alla plastica convenzionale. Con una differenza enorme: non resta nell’ambiente per secoli.

Perché servono alternative alla plastica tradizionale

Facciamo un passo indietro. Il problema della plastica monouso non è più una questione marginale. Secondo l’OCSE, senza interventi coordinati a livello globale, la produzione di plastica potrebbe crescere del 70% tra il 2020 e il 2040, superando i 700 milioni di tonnellate all’anno. E non è solo un problema di volume: molte plastiche contengono migliaia di additivi chimici, tra cui coloranti e ritardanti di fiamma, alcune di queste sostanze sono tossiche o potenzialmente cancerogene.

Un’analisi pubblicata su Nature stima che circa il 60% della plastica prodotta sia destinata a un uso singolo. E solo il 10% viene effettivamente riciclato. La produzione globale è passata da 2 milioni di tonnellate nel 1950 a 475 milioni nel 2022: un numero che equivale, grossomodo, al peso di 250 milioni di automobili. Numeri che fanno girare la testa.

È proprio in questo contesto che la plastica biodegradabile derivata dal latte acquista senso. La maggior parte dei rifiuti plastici monouso proviene dal packaging alimentare. Se anche solo una frazione di quegli imballaggi potesse essere sostituita con materiali capaci di decomporsi in 13 settimane nel terreno, l’impatto sarebbe significativo.

Un progetto nato dalla collaborazione internazionale

Lo studio non è frutto del lavoro di un singolo gruppo. Al progetto hanno partecipato anche ricercatori colombiani dell’Universidad de Bogotá Jorge Tadeo Lozano, in particolare Nikolay Estiven Gomez Mesa e la professoressa Alis Yovana Pataquiva Mateus, che fanno parte del Nanobioengineering Research Group. Gomez Mesa ha raccontato che tutto è partito da esperimenti con i caseinati per produrre nanofibre a base di latte. Da lì, il passo verso la creazione di polimeri simili ai materiali da imballaggio è stato quasi naturale.

Il professor Youhong Tang, esperto di nanomateriali alla Flinders University, ha sottolineato come lo sviluppo di alternative sostenibili per il packaging alimentare sia essenziale per rallentare l’aumento dell’inquinamento globale. I test sul suolo hanno confermato la decomposizione completa del film entro le 13 settimane, e anche le analisi microbiologiche hanno dato risultati incoraggianti: i livelli di colonie batteriche sono rimasti entro limiti accettabili per film biodegradabili non antimicrobici.

Certo, la strada è ancora lunga. Serviranno ulteriori test antibatterici e valutazioni su scala industriale. Ma l’idea di fondo, creare imballaggi con ingredienti economici, biodegradabili e facilmente reperibili, ha un fascino concreto. E il fatto che questa plastica dal latte sparisca dal terreno in poco più di tre mesi la rende una delle proposte più promettenti nel panorama delle alternative alla plastica tradizionale. Non risolverà tutto, ovviamente. Ma è il tipo di innovazione che merita attenzione seria.

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