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	<title>Argentina Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Dinosauro gigante scoperto in Argentina: il mix di tratti che spiazza tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 18:24:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[brachiosauro]]></category>
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		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[Patagonia]]></category>
		<category><![CDATA[sauropodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un dinosauro gigante scoperto in Argentina potrebbe riscrivere la storia dei titani del Giurassico Un dinosauro gigante dal mix di caratteristiche davvero bizzarro è stato appena identificato in Patagonia, e sta già facendo discutere la comunità scientifica. Si chiama Bicharracosaurus dionidei,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un dinosauro gigante scoperto in Argentina potrebbe riscrivere la storia dei titani del Giurassico</h2>
<p>Un <strong>dinosauro gigante</strong> dal mix di caratteristiche davvero bizzarro è stato appena identificato in Patagonia, e sta già facendo discutere la comunità scientifica. Si chiama <strong>Bicharracosaurus dionidei</strong>, misurava circa 20 metri di lunghezza e presenta un insieme di tratti anatomici che nessuno si aspettava di trovare insieme nello stesso animale. La scoperta, pubblicata sulla rivista PeerJ nel maggio 2026, potrebbe cambiare parecchio di quello che si pensava sull&#8217;evoluzione dei <strong>sauropodi</strong> nell&#8217;emisfero meridionale durante il <strong>Giurassico</strong>.</p>
<p>I sauropodi sono quei dinosauri dal collo lunghissimo, corpo massiccio, testa minuscola e coda interminabile che tutti hanno visto almeno una volta in un documentario. Tra i più famosi ci sono il Diplodocus e il Brachiosauro. Ecco, il Bicharracosaurus dionidei sembra un po&#8217; parente di entrambi, il che è piuttosto strano. Alcune parti dello scheletro ricordano da vicino il <strong>Giraffatitan</strong>, un brachiosauro scoperto in Tanzania. Altre, soprattutto le vertebre dorsali, assomigliano molto di più al Diplodocus e ai suoi cugini nordamericani. Una combinazione che ha lasciato perplessi anche i paleontologi più esperti.</p>
<h2>Cosa rende questo dinosauro gigante così importante</h2>
<p>Il team di ricerca, guidato dal professor <strong>Oliver Rauhut</strong> delle Collezioni Statali di Scienze Naturali della Baviera e dalla dottoranda Alexandra Reutter della LMU, ha recuperato oltre 30 vertebre tra collo, dorso e coda, insieme a costole e parte del bacino. Le analisi filogenetiche suggeriscono che questo dinosauro gigante appartenesse alla famiglia dei <strong>Brachiosauridae</strong>. Se confermato, sarebbe il primo brachiosauro del Giurassico mai trovato in Sud America. Un dato enorme, considerando che finora quasi tutto quello che si sapeva sui sauropodi del tardo Giurassico veniva da fossili trovati nell&#8217;emisfero nord.</p>
<p>Come ha spiegato Rauhut, per molto tempo l&#8217;unico sito significativo nell&#8217;emisfero sud era quello tanzaniano. Il ritrovamento nella provincia argentina di <strong>Chubut</strong>, nella formazione rocciosa di Cañadón Calcáreo, offre finalmente materiale comparativo prezioso per ripensare la storia evolutiva di questi animali colossali. Il Bicharracosaurus dionidei viveva circa 155 milioni di anni fa su Gondwana, l&#8217;antico supercontinente meridionale.</p>
<h2>Il nome che omaggia un pastore patagonico</h2>
<p>C&#8217;è anche una storia umana dietro questa scoperta. I primi fossili del dinosauro gigante vennero trovati in una fattoria da <strong>Dionide Mesa</strong>, un pastore locale. I ricercatori hanno voluto onorarlo usando il suo nome per la designazione della specie. Il nome del genere, invece, deriva da &#8220;bicharraco&#8221;, un termine colloquiale spagnolo che significa più o meno &#8220;bestione&#8221;. Difficile trovare un nome più azzeccato per un animale di 20 metri. I resti sono oggi conservati presso il Museo Paleontológico Egidio Feruglio a Trelew, in Argentina, dove continuano a essere oggetto di studio. Questa scoperta dimostra, ancora una volta, quanto ci sia ancora da capire sui giganti che dominavano la Terra milioni di anni prima della nostra comparsa.</p>
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		<title>Serpenti con le zampe: il fossile di 100 milioni di anni che cambia tutto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 09:57:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Argentina]]></category>
		<category><![CDATA[cranio]]></category>
		<category><![CDATA[evoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[fossile]]></category>
		<category><![CDATA[Najash]]></category>
		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
		<category><![CDATA[serpente]]></category>
		<category><![CDATA[zampe]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un serpente di 100 milioni di anni con zampe posteriori riscrive la storia dell'evoluzione Quasi cento milioni di anni fa, i serpenti non erano affatto le creature lisce e prive di arti che tutti conoscono. Avevano ancora zampe posteriori e persino un osso zigomatico, il cosiddetto osso jugale, che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un serpente di 100 milioni di anni con zampe posteriori riscrive la storia dell&#8217;evoluzione</h2>
<p>Quasi cento milioni di anni fa, i <strong>serpenti</strong> non erano affatto le creature lisce e prive di arti che tutti conoscono. Avevano ancora <strong>zampe posteriori</strong> e persino un osso zigomatico, il cosiddetto <strong>osso jugale</strong>, che nelle specie moderne è praticamente scomparso. A raccontare questa storia è un fossile straordinariamente conservato di <strong>Najash rionegrina</strong>, rinvenuto in Argentina, che ha costretto la comunità scientifica a rivedere parecchie convinzioni sulle origini dei serpenti. E no, non si trattava di piccoli animali scavatori come si pensava prima. Erano predatori grandi, con bocche larghe e un piano corporeo che nessuno si aspettava.</p>
<p>Lo studio, pubblicato su <strong>Science Advances</strong> nel 2019, è nato dalla collaborazione tra paleontologi argentini e ricercatori dell&#8217;Università di Alberta. La scoperta ha aggiunto un tassello fondamentale a un <strong>registro fossile</strong> che per decenni era rimasto troppo frammentario per spiegare con chiarezza le prime fasi dell&#8217;evoluzione dei serpenti. Fernando Garberoglio, della Fundación Azara presso l&#8217;Universidad Maimónides di Buenos Aires e autore principale della ricerca, ha spiegato che i risultati supportano l&#8217;idea che gli antenati dei serpenti moderni fossero animali dal corpo robusto e dalla bocca ampia. Inoltre, questi serpenti primitivi mantennero le zampe posteriori per un periodo sorprendentemente lungo prima che comparissero le forme quasi completamente prive di arti che popolano il pianeta oggi.</p>
<h2>Cosa ha rivelato la scansione del cranio fossile</h2>
<p>I fossili descritti nello studio provengono dalla <strong>Patagonia</strong> settentrionale e appartengono a un antico lignaggio meridionale diffuso nei continenti del Gondwana. Per esaminare il cranio senza danneggiarlo, il team ha utilizzato la tomografia microcomputerizzata, una tecnica che ha permesso di ricostruire dettagli eccezionali: percorsi di nervi, vasi sanguigni e ossa ancora intrappolate nella roccia. Quel livello di precisione ha risolto un dibattito anatomico che andava avanti da generazioni. Per 160 anni, gli scienziati avevano interpretato male l&#8217;osso jugale nei serpenti e nei rettili affini. I fossili di Najash hanno fornito la prova empirica per correggere finalmente il tiro.</p>
<p>Michael Caldwell, professore all&#8217;Università di Alberta e coautore dello studio, ha definito la ricerca una vera rivoluzione nella comprensione dell&#8217;osso jugale, sottolineando che la correzione non si basa su congetture ma su evidenze concrete. Il Najash cattura un momento in cui i serpenti erano ancora in piena transizione: conservavano un cranio per certi versi ancora simile a quello delle lucertole, possedevano zampe posteriori funzionali e non avevano ancora acquisito il piano corporeo tipico dei loro discendenti moderni.</p>
<h2>Le scoperte successive che hanno complicato (e arricchito) il quadro</h2>
<p>Dopo il 2019, altre ricerche hanno reso la storia ancora più affascinante. Nel 2020, la descrizione di <strong>Boipeba tayasuensis</strong>, un serpente cieco del Cretaceo superiore rinvenuto in Brasile, ha spinto il registro fossile dei serpenti ciechi più indietro nel tempo, fino all&#8217;era dei dinosauri. Quell&#8217;esemplare superava il metro di lunghezza, suggerendo che alcuni serpenti primitivi del Gondwana fossero molto più grandi di quanto si credesse.</p>
<p>Nel 2023, un altro studio su Science Advances ha provato a ricostruire i cervelli di squamati viventi e fossili, indicando che l&#8217;antenato dei serpenti moderni potrebbe essere stato adattato sia alla vita sotterranea sia a comportamenti opportunistici. Poi, nel 2025, una ricerca pubblicata su Nature ha descritto uno squamato del Giurassico medio dalla Scozia, con un mix sorprendente di tratti da lucertola e da serpente. Tutti segnali che l&#8217;<strong>evoluzione dei serpenti</strong> è stata un processo molto più complesso e sperimentale di quanto chiunque avesse immaginato.</p>
<p>Eppure, nonostante tutte queste scoperte successive, Najash rionegrina resta una delle finestre più nitide su quella fase cruciale. Non mostra semplicemente un serpente antico. Mostra un serpente antico nel bel mezzo di una trasformazione che avrebbe cambiato per sempre la forma della vita sul pianeta.</p>
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