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	<title>cometa Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>3I/ATLAS, la cometa interstellare con una chimica mai vista prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 11:22:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La cometa interstellare 3I/ATLAS rivela metano e una chimica mai vista prima La cometa interstellare 3I/ATLAS ha riservato una sorpresa che nessuno si aspettava davvero. Il telescopio spaziale James Webb della NASA è riuscito a catturare per la prima volta la firma chimica nel medio infrarosso di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La cometa interstellare 3I/ATLAS rivela metano e una chimica mai vista prima</h2>
<p>La <strong>cometa interstellare 3I/ATLAS</strong> ha riservato una sorpresa che nessuno si aspettava davvero. Il <strong>telescopio spaziale James Webb</strong> della NASA è riuscito a catturare per la prima volta la firma chimica nel medio infrarosso di un oggetto proveniente da un altro sistema stellare, e quello che ha trovato ha lasciato gli astronomi a bocca aperta. Parliamo di <strong>metano</strong> nascosto sotto la superficie e livelli di <strong>anidride carbonica</strong> fuori scala rispetto a qualsiasi cometa nata nel nostro vicinato cosmico.</p>
<p>I risultati, pubblicati su The Astrophysical Journal Letters, arrivano da due sessioni di osservazione condotte con lo strumento <strong>MIRI</strong> (Mid-Infrared Instrument) del Webb. La prima risale al 15 e 16 dicembre, quando 3I/ATLAS si trovava a circa 329 milioni di chilometri dal Sole. La seconda, il 27 dicembre, con la cometa ormai a 379 milioni di chilometri di distanza. Ed è proprio in questa fase, mentre la cometa si allontanava, che le cose si sono fatte interessanti.</p>
<h2>Metano sepolto e una composizione chimica anomala</h2>
<p>Ecco il punto chiave: il metano è una sostanza estremamente volatile. Passa dallo stato solido a quello gassoso con una facilità impressionante. Eppure sulla <strong>cometa 3I/ATLAS</strong> è comparso solo dopo il passaggio ravvicinato al Sole, non prima. Questo dettaglio racconta una storia precisa. Il metano era intrappolato negli strati più profondi del ghiaccio, protetto dalla crosta superficiale, e solo quando il calore solare è riuscito a penetrare abbastanza in profondità, il gas è finalmente emerso.</p>
<p>La quantità di metano rispetto all&#8217;acqua è risultata molto più alta di quanto si osservi normalmente nelle comete del sistema solare. Solo una manciata di oggetti conosciuti mostra rapporti simili. E poi c&#8217;è l&#8217;anidride carbonica, presente in quantità eccezionali rispetto all&#8217;acqua, ben oltre i livelli tipici delle comete di casa nostra.</p>
<p>Messi insieme, questi dati raccontano qualcosa di fondamentale: la <strong>cometa interstellare</strong> si è formata in un ambiente chimico radicalmente diverso da quello in cui sono nate le comete del nostro sistema solare. Prima di iniziare il suo viaggio attraverso lo spazio interstellare, 3I/ATLAS ha avuto una storia tutta sua.</p>
<h2>Come il Webb ha letto la chimica della cometa</h2>
<p>Le osservazioni hanno anche mostrato un calo netto nella produzione di gas man mano che la cometa si allontanava dal Sole. L&#8217;acqua ha registrato la diminuzione più rapida, il che ha senso: essendo meno volatile rispetto al metano e all&#8217;anidride carbonica, la sua evaporazione si interrompe prima quando le temperature scendono.</p>
<p>Per ottenere questi risultati, il team scientifico ha utilizzato lo <strong>spettrometro a media risoluzione</strong> di MIRI, uno strumento capace di scomporre la luce infrarossa nelle singole lunghezze d&#8217;onda. Analizzando quelle lunghezze d&#8217;onda, i ricercatori riescono a identificare con precisione quali gas sono presenti. Lo strumento funziona anche come unità a campo integrale, il che significa che permette di ottenere uno spettro in ogni punto di una piccola porzione di cielo. Grazie a questa capacità, non è stato possibile solo identificare i gas attorno al nucleo della cometa, ma anche mappare come si distribuivano nello spazio circostante.</p>
<p>Il <strong>telescopio James Webb</strong> continua a dimostrare di essere uno strumento senza pari per questo tipo di indagini. E la cometa 3I/ATLAS, con la sua chimica esotica, ha appena aggiunto un tassello prezioso alla comprensione di come si formano i corpi celesti al di fuori del nostro angolo di universo.</p>
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		<title>Asteroide misterioso si sgretola vicino al Sole: cosa sta succedendo</title>
		<link>https://tecnoapple.it/asteroide-misterioso-si-sgretola-vicino-al-sole-cosa-sta-succedendo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 04:23:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Un asteroide misterioso si sta sgretolando vicino al Sole: cosa sappiamo Un asteroide misterioso sta lentamente cadendo a pezzi sotto il calore feroce del Sole, e la scoperta arriva da dove meno ce lo si aspetterebbe: non da un telescopio puntato nello spazio profondo, ma dalle scie luminose che...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un asteroide misterioso si sta sgretolando vicino al Sole: cosa sappiamo</h2>
<p>Un <strong>asteroide misterioso</strong> sta lentamente cadendo a pezzi sotto il calore feroce del Sole, e la scoperta arriva da dove meno ce lo si aspetterebbe: non da un telescopio puntato nello spazio profondo, ma dalle scie luminose che attraversano il cielo notturno terrestre. Una ricerca pubblicata a marzo 2026 sull&#8217;<strong>Astrophysical Journal</strong> ha individuato un gruppo di 282 meteore che sembrano provenire tutte dalla stessa fonte, un corpo roccioso in orbita estrema che si avvicina al Sole quasi cinque volte più di quanto faccia la Terra. E la cosa davvero interessante è che questo <strong>asteroide</strong> potrebbe rappresentare una categoria di oggetti spaziali che i normali strumenti di osservazione faticano enormemente a individuare.</p>
<p>Lo studio, condotto dal ricercatore Patrick M. Shober della <strong>NASA</strong>, ha analizzato milioni di rilevamenti catturati da reti di telecamere automatiche distribuite tra Canada, Giappone, California ed Europa. Tra quella mole impressionante di dati, un piccolo cluster di <strong>meteore</strong> di recente formazione ha attirato l&#8217;attenzione. Queste scie luminose, battezzate provvisoriamente 87 Virginidi, raccontano la storia di un corpo celeste che si sta letteralmente sgretolando sotto lo stress termico solare.</p>
<h2>Come fa un asteroide a comportarsi quasi come una cometa</h2>
<p>Qui vale la pena fare una distinzione che spesso passa in secondo piano. Le <strong>comete</strong> sono oggetti ghiacciati nati nelle regioni fredde del sistema solare: quando si avvicinano al Sole, il ghiaccio si trasforma direttamente in gas, liberando polvere e creando quella coda spettacolare che tutti conosciamo. Gli asteroidi, invece, sono corpi rocciosi e generalmente asciutti. Non dovrebbero, in teoria, rilasciare materiale nello spazio. Eppure succede.</p>
<p>Gli astronomi parlano di <strong>asteroidi attivi</strong> quando questi oggetti iniziano a perdere frammenti, polvere o gas. Le cause possono essere diverse: rotazione troppo rapida, impatti con microparticelle, stress gravitazionali durante passaggi ravvicinati ai pianeti, oppure il calore intenso del Sole che provoca fratture superficiali e libera gas intrappolati nella roccia. La missione OSIRIS REx della NASA, che ha visitato l&#8217;asteroide Bennu, ha osservato proprio questo tipo di fenomeno.</p>
<p>Il caso più famoso resta quello di <strong>3200 Phaethon</strong>, la sorgente dello sciame meteorico delle Geminidi che illumina i cieli ogni dicembre. Phaethon si comporta in modo simile a quello che sembra fare il nuovo asteroide appena scoperto: durante i passaggi ravvicinati al Sole, rilascia enormi quantità di detriti che poi si disperdono lungo la sua orbita.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>Il punto centrale è questo: le <strong>piogge di meteore</strong> possono funzionare come una sorta di impronta digitale cosmica. Quando la Terra attraversa una scia di detriti, gli scienziati possono risalire all&#8217;oggetto che li ha generati. È un metodo potentissimo per scovare asteroidi vicini alla Terra che altrimenti resterebbero invisibili.</p>
<p>Il nuovo flusso di meteore individuato segue un&#8217;orbita estrema, e l&#8217;analisi della frammentazione atmosferica suggerisce che il materiale è relativamente fragile, più resistente del tipico materiale cometario ma comunque vulnerabile. Tutto punta verso un processo di disgregazione termica progressiva: il Sole sta letteralmente cuocendo la superficie di questo <strong>asteroide misterioso</strong>, provocandone lo sfaldamento.</p>
<p>L&#8217;asteroide genitore non è stato ancora identificato con certezza. Però la missione <strong>NEO Surveyor</strong> della NASA, il cui lancio è previsto per il 2027, potrebbe risolvere l&#8217;enigma. Quel veicolo spaziale è progettato appositamente per individuare asteroidi scuri e potenzialmente pericolosi che viaggiano vicino al Sole, rendendolo lo strumento perfetto per dare finalmente un nome e un volto a questa roccia spaziale che si sta lentamente consumando sotto i nostri occhi.</p>
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		<title>Cometa di Halley: un monaco medievale aveva capito tutto 700 anni prima</title>
		<link>https://tecnoapple.it/cometa-di-halley-un-monaco-medievale-aveva-capito-tutto-700-anni-prima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 02:22:54 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La cometa di Halley potrebbe portare il nome sbagliato: un monaco medievale aveva capito tutto quasi 700 anni prima</h2>
<p>La <strong>cometa di Halley</strong> è forse il corpo celeste più famoso della storia. Tutti la conoscono, tutti ne hanno sentito parlare almeno una volta. Ma cosa succederebbe se saltasse fuori che il nome che porta da secoli non rende giustizia a chi per primo ne comprese la vera natura? Una ricerca condotta dal professor <strong>Simon Portegies Zwart</strong> dell&#8217;Università di Leida sta facendo discutere parecchio la comunità scientifica, perché suggerisce proprio questo: un <strong>monaco inglese</strong> dell&#8217;undicesimo secolo avrebbe riconosciuto la periodicità della cometa quasi 700 anni prima che <strong>Edmond Halley</strong> ci mettesse sopra il suo nome.</p>
<p>Il monaco in questione si chiamava <strong>Eilmer di Malmesbury</strong>, conosciuto anche come Aethelmaer. Secondo le fonti storiche raccolte dallo storico Guglielmo di Malmesbury nel dodicesimo secolo, Eilmer vide la cometa nel 989 e poi di nuovo nel 1066. E qui viene la parte interessante: pare che il monaco abbia capito che si trattava dello stesso oggetto celeste. Una consapevolezza notevole per l&#8217;epoca, quando le comete venivano considerate presagi terrificanti legati a guerre, carestie e morti di sovrani. Portegies Zwart e il ricercatore Lewis hanno pubblicato le loro conclusioni nel volume <em>Dorestad and Everything After. Ports, townscapes and travelers in Europe, 800 1100</em>, sostenendo che la portata di queste descrizioni medievali era stata sottovalutata fino ad ora.</p>
<h2>Il 1066 e la cometa più famosa del Medioevo</h2>
<p>L&#8217;apparizione della cometa di Halley nel <strong>1066</strong> fu un evento che scosse mezza Europa. I documenti storici cinesi registrarono la sua visibilità per oltre due mesi. Il picco di luminosità venne raggiunto il 22 aprile 1066, ma in Bretagna e nelle isole britanniche fu visibile solo dal 24 aprile. Quell&#8217;apparizione è rimasta così impressa nella memoria collettiva da finire nell&#8217;<strong>Arazzo di Bayeux</strong>, la celebre opera medievale che racconta la conquista normanna dell&#8217;Inghilterra.</p>
<p>La cometa attraversò i cieli durante il brevissimo regno di Re Harold Godwinson, che governò l&#8217;Inghilterra dal 6 gennaio al 14 ottobre di quell&#8217;anno. Come da tradizione, il sovrano venne avvertito che quel segno nel cielo annunciava una catastrofe imminente. E in effetti, la sua morte nella battaglia di Hastings sembrò confermare i peggiori timori.</p>
<p>I ricercatori hanno anche trovato riferimenti a un&#8217;altra cometa associata alla morte dell&#8217;arcivescovo Sigeric di Canterbury nel 995, anche se nessuna cronaca sopravvissuta la documenta. Potrebbe trattarsi di una sorta di <strong>fake news medievale</strong>, una storia esagerata per spaventare la gente con minacce di punizione divina.</p>
<h2>Dovremmo cambiare nome alla cometa?</h2>
<p>Edmond Halley conquistò la fama identificando la natura periodica della cometa, dimostrando che gli avvistamenti del 1531, 1607 e 1682 riguardavano lo stesso oggetto che tornava ogni 76 anni circa. Un risultato straordinario, nessuno lo mette in dubbio. Ma se Eilmer di Malmesbury aveva già intuito lo stesso concetto nel 1066, la questione del nome diventa legittima.</p>
<p>Portegies Zwart ha dichiarato che la ricerca è stata molto stimolante, pur riconoscendo le sfide del lavoro interdisciplinare con gli storici. Il team prevede ulteriori studi su questo tipo di <strong>cometa periodica</strong>. Che la cometa di Halley finisca per chiamarsi in un altro modo è improbabile, certo. Ma sapere che un monaco medievale, ormai anziano, alzò gli occhi al cielo e riconobbe una vecchia conoscenza tra le stelle resta una storia che merita di essere raccontata.</p>
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		<title>3I/ATLAS, la cometa interstellare con acqua &#8220;aliena&#8221; mai vista prima</title>
		<link>https://tecnoapple.it/3i-atlas-la-cometa-interstellare-con-acqua-aliena-mai-vista-prima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2026 06:53:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La cometa interstellare 3I/ATLAS e la sua acqua "aliena" La cometa interstellare 3I/ATLAS sta regalando agli astronomi una di quelle sorprese che capitano poche volte in una carriera. Questo oggetto celeste, arrivato da ben oltre i confini del nostro sistema solare, contiene un tipo di acqua mai...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La cometa interstellare 3I/ATLAS e la sua acqua &#8220;aliena&#8221;</h2>
<p>La <strong>cometa interstellare 3I/ATLAS</strong> sta regalando agli astronomi una di quelle sorprese che capitano poche volte in una carriera. Questo oggetto celeste, arrivato da ben oltre i confini del nostro sistema solare, contiene un tipo di acqua mai osservato prima nelle nostre vicinanze cosmiche. E la cosa, va detto, ha lasciato parecchi ricercatori a bocca aperta.</p>
<p>Uno studio guidato dall&#8217;Università del Michigan, pubblicato sulla rivista <strong>Nature Astronomy</strong> l&#8217;8 maggio 2026, ha rivelato che la <strong>3I/ATLAS</strong> possiede livelli straordinariamente elevati di <strong>acqua pesante</strong>, ovvero molecole d&#8217;acqua che contengono <strong>deuterio</strong> al posto del normale idrogeno. Il deuterio è una variante dell&#8217;idrogeno che ha un neutrone in più nel nucleo. Di per sé non è una novità: tracce di acqua pesante si trovano anche sulla Terra e nelle comete del nostro sistema solare. Il punto è che nella 3I/ATLAS ce n&#8217;è una quantità fuori scala. Circa 30 volte superiore rispetto alle comete di casa nostra e quasi 40 volte più alta del rapporto misurato negli oceani terrestri.</p>
<p>Numeri che fanno riflettere. Luis Salazar Manzano, dottorando in astronomia all&#8217;Università del Michigan e primo autore dello studio, ha spiegato che queste osservazioni dimostrano come le condizioni che hanno dato forma al nostro <strong>sistema solare</strong> siano molto diverse da quelle presenti in altre parti della galassia. Un concetto che sembra banale, eppure servono prove concrete per affermarlo con certezza scientifica.</p>
<h2>Un luogo di nascita gelido e remoto</h2>
<p>Il rapporto tra deuterio e idrogeno funziona come una specie di <strong>impronta chimica</strong>. Analizzandolo, gli scienziati riescono a ricostruire le condizioni ambientali in cui un oggetto celeste si è formato. Nel caso della cometa 3I/ATLAS, il quadro che emerge è quello di una regione estremamente fredda e con bassissimi livelli di radiazione. Molto più fredda e oscura, insomma, rispetto alla nebulosa solare da cui sono nati i pianeti che conosciamo.</p>
<p>Teresa Paneque Carreño, co-responsabile dello studio e professoressa di astronomia all&#8217;Università del Michigan, lo ha detto in modo piuttosto diretto: questa è la prova che le condizioni alla base del nostro sistema solare non si ripetono automaticamente ovunque nello spazio. Sembra ovvio, certo, ma è una di quelle cose che nella scienza vanno dimostrate.</p>
<h2>Come è stato possibile studiarla</h2>
<p>Il merito va anche alla tempistica. La <strong>3I/ATLAS</strong> è stata individuata abbastanza presto da permettere osservazioni approfondite. Il team ha prima utilizzato l&#8217;Osservatorio MDM in Arizona per rilevare le prime emissioni gassose della cometa. Poi è entrato in gioco l&#8217;<strong>ALMA</strong>, il grande radiotelescopio situato in Cile, capace di distinguere l&#8217;acqua deuterata da quella ordinaria con una precisione notevole. È la prima volta in assoluto che questo tipo di analisi dell&#8217;acqua viene completata con successo su un <strong>oggetto interstellare</strong>.</p>
<p>La 3I/ATLAS è appena il terzo visitatore interstellare confermato nella storia dell&#8217;astronomia. Ma con l&#8217;arrivo di osservatori sempre più avanzati, il numero potrebbe crescere rapidamente. C&#8217;è però una condizione fondamentale, come ha sottolineato Paneque Carreño: proteggere i cieli notturni dall&#8217;inquinamento luminoso resta essenziale per intercettare questi oggetti deboli e sfuggenti.</p>
<p>Lo studio ha ricevuto il supporto della NASA, della National Science Foundation statunitense e dell&#8217;agenzia cilena per la ricerca e lo sviluppo. Un lavoro corale, frutto di competenze diverse che si sono incastrate al momento giusto. E che dimostra, ancora una volta, quanto possa essere sorprendente ciò che arriva da fuori il nostro angolo di galassia.</p>
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		<title>Cometa 41P potrebbe autodistruggersi: il mistero della rotazione invertita</title>
		<link>https://tecnoapple.it/cometa-41p-potrebbe-autodistruggersi-il-mistero-della-rotazione-invertita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 20:22:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La cometa 41P e il mistero della rotazione invertita La cometa 41P/Tuttle-Giacobini-Kresák potrebbe aver invertito il proprio senso di rotazione nel 2017, un fenomeno che secondo gli scienziati potrebbe condurla verso la sua distruzione. A provocare questo evento sarebbero stati i getti di gas...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La cometa 41P e il mistero della rotazione invertita</h2>
<p>La <strong>cometa 41P/Tuttle-Giacobini-Kresák</strong> potrebbe aver invertito il proprio senso di rotazione nel 2017, un fenomeno che secondo gli scienziati potrebbe condurla verso la sua <strong>distruzione</strong>. A provocare questo evento sarebbero stati i <strong>getti di gas</strong> espulsi dalla superficie della cometa, abbastanza potenti da alterarne completamente la dinamica di rotazione. Si tratta di un caso piuttosto raro nell&#8217;osservazione delle comete, e proprio per questo ha attirato l&#8217;attenzione della comunità astronomica internazionale.</p>
<p>Quando una cometa si avvicina al Sole, il calore provoca la <strong>sublimazione dei ghiacci</strong> presenti sulla sua superficie. I gas che fuoriescono generano delle spinte, un po&#8217; come dei piccoli motori a reazione naturali. In condizioni normali, queste forze modificano leggermente la velocità di rotazione del nucleo cometario. Ma nel caso della <strong>cometa 41P</strong>, qualcosa di molto più drastico sembra essere accaduto. Le osservazioni condotte durante il passaggio ravvicinato del 2017 hanno mostrato un rallentamento estremo della rotazione, tanto marcato da far ipotizzare che il corpo celeste abbia effettivamente invertito il proprio <strong>spin</strong>.</p>
<h2>Perché questo fenomeno è così importante</h2>
<p>Un&#8217;inversione di rotazione non è un semplice dettaglio tecnico. Per una cometa, significa che le forze meccaniche interne subiscono sollecitazioni enormi. Il nucleo, già di per sé fragile perché composto da un miscuglio di ghiaccio, polveri e rocce, viene sottoposto a <strong>stress strutturali</strong> che possono comprometterne la coesione. In parole semplici, la cometa 41P potrebbe letteralmente andare in pezzi nei prossimi passaggi vicino al Sole.</p>
<p>Non sarebbe la prima volta che una cometa si disintegra, ma documentare il processo che porta alla frammentazione è un&#8217;opportunità scientifica enorme. Capire come e perché i <strong>getti di gas</strong> riescano a modificare la rotazione di un corpo celeste aiuta a comprendere meglio la fisica delle comete e, più in generale, il comportamento degli oggetti del <strong>sistema solare</strong>.</p>
<h2>Cosa aspettarsi dai prossimi passaggi</h2>
<p>La cometa 41P/Tuttle-Giacobini-Kresák ha un periodo orbitale di circa 5 anni e mezzo, il che significa che gli astronomi avranno altre occasioni per monitorarla da vicino. La domanda che tutti si pongono è se il nucleo cometario riuscirà a sopravvivere o se i prossimi avvicinamenti al Sole ne decreteranno la fine. Le <strong>osservazioni future</strong> saranno fondamentali per confermare l&#8217;ipotesi dell&#8217;inversione di spin e per tracciare eventuali segni di frammentazione già in corso.</p>
<p>Quello che rende questa storia affascinante è la fragilità nascosta dietro lo spettacolo luminoso delle comete. Dietro quelle code brillanti che affascinano da millenni, ci sono meccanismi violenti capaci di distruggere un oggetto cosmico in tempi relativamente brevi. La <strong>cometa 41P</strong> potrebbe essere, in un certo senso, una cometa che sta scrivendo il proprio capitolo finale.</p>
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		<title>Hubble cattura per caso una cometa che si disintegra in diretta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 04:53:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[cometa]]></category>
		<category><![CDATA[disintegrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Hubble]]></category>
		<category><![CDATA[NASA]]></category>
		<category><![CDATA[perielio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il telescopio Hubble cattura per caso una cometa mentre si disintegra in diretta Qualcuno lassù aveva evidentemente altri piani. Il telescopio spaziale Hubble della NASA ha immortalato una cometa che si frantuma in tempo reale, e la cosa più incredibile è che non stava nemmeno guardando nella sua...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il telescopio Hubble cattura per caso una cometa mentre si disintegra in diretta</h2>
<p>Qualcuno lassù aveva evidentemente altri piani. Il <strong>telescopio spaziale Hubble</strong> della NASA ha immortalato una <strong>cometa che si frantuma in tempo reale</strong>, e la cosa più incredibile è che non stava nemmeno guardando nella sua direzione. Un colpo di fortuna cosmico, letteralmente, che gli astronomi inseguivano da anni senza mai riuscirci. La cometa in questione, denominata <strong>C/2025 K1 (ATLAS)</strong>, non era affatto l&#8217;obiettivo originale delle osservazioni. Eppure, quando il team di ricerca ha dovuto cambiare bersaglio per problemi tecnici, si è ritrovato davanti a uno spettacolo che nessuno aveva programmato: la disgregazione in diretta di un corpo celeste. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista <strong>Icarus</strong>.</p>
<p>&#8220;A volte la migliore scienza nasce per caso&#8221;, ha commentato John Noonan, co-investigatore e professore di ricerca nel Dipartimento di Fisica della Auburn University in Alabama. La cometa K1 era una sostituta. L&#8217;obiettivo originale era diventato inosservabile a causa di nuovi vincoli tecnici. E proprio nel momento in cui Hubble ha puntato verso il nuovo target, la <strong>cometa K1</strong> ha deciso di andare in pezzi. Noonan se ne è accorto solo il giorno dopo, analizzando le immagini: quattro comete dove ne era prevista una sola. &#8220;Sapevamo che era qualcosa di davvero, davvero speciale&#8221;, ha raccontato.</p>
<h2>Cosa è successo davvero alla cometa K1</h2>
<p>Hubble ha osservato la cometa K1 mentre si spezzava in almeno <strong>quattro frammenti distinti</strong>, ciascuno circondato dalla propria chioma, quell&#8217;involucro di gas e polvere che avvolge il nucleo ghiacciato. I telescopi terrestri riuscivano a malapena a distinguerli come macchioline sfocate, mentre Hubble li ha risolti con chiarezza impressionante. Le immagini risalgono al periodo tra l&#8217;8 e il 10 novembre 2025, circa un mese dopo il passaggio più ravvicinato al Sole, il cosiddetto perielio. In quella fase, K1 si era spinta fin dentro l&#8217;orbita di Mercurio, a circa un terzo della distanza tra la Terra e il Sole. Ed è proprio lì che le comete subiscono lo stress termico più violento.</p>
<p>Prima di cominciare a disintegrarsi, la cometa K1 aveva un diametro stimato di circa 8 chilometri, leggermente più grande della media. Secondo le ricostruzioni, il processo di <strong>frammentazione</strong> era iniziato circa otto giorni prima che Hubble lo documentasse. E durante le tre immagini consecutive da 20 secondi ciascuna, uno dei frammenti più piccoli si è ulteriormente diviso. Grazie alla risoluzione di Hubble, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la sequenza a ritroso, risalendo allo stato originario di un unico corpo. Ma c&#8217;era un enigma: perché il ritardo tra la frammentazione e le esplosioni luminose osservate poi dalla Terra? Se il ghiaccio fresco era esposto, perché la cometa non si è illuminata subito?</p>
<h2>Un mistero sulla luminosità e uno sguardo alle origini del sistema solare</h2>
<p>Il team ha avanzato diverse ipotesi. La <strong>luminosità di una cometa</strong> dipende in gran parte dalla luce solare che si riflette sulle particelle di polvere. Quando una cometa si apre, però, espone ghiaccio pulito, non polvere. Una possibilità è che debba prima formarsi uno strato secco di polvere, che successivamente viene spazzato via. Un&#8217;altra teoria suggerisce che il calore penetri sotto la superficie, accumuli pressione e alla fine espella un guscio di materiale nello spazio. &#8220;Mai prima d&#8217;ora Hubble aveva catturato una cometa in frantumazione così vicina al momento effettivo della rottura&#8221;, ha sottolineato Noonan.</p>
<p>Dennis Bodewits, investigatore principale dello studio e anche lui professore alla Auburn University, ha aggiunto un elemento cruciale. Le comete sono avanzi dell&#8217;epoca di formazione del <strong>sistema solare</strong>, fatte di materiali primordiali. Ma non sono intatte: sono state riscaldate, irradiate dal Sole e dai raggi cosmici. Romperne una significa accedere al materiale antico non ancora alterato. Le prime analisi indicano che K1 ha una composizione chimica insolita, con livelli di carbonio significativamente più bassi rispetto alla maggior parte delle comete. Ulteriori dati dagli strumenti STIS e COS di Hubble forniranno informazioni più approfondite. La cometa K1, ora un ammasso di frammenti a circa 400 milioni di chilometri dalla Terra nella costellazione dei Pesci, si sta allontanando dal Sole. Con ogni probabilità, non farà mai più ritorno nel <strong>sistema solare interno</strong>.</p>
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		<title>Groenlandia, il mistero del platino nei ghiacci ha una nuova spiegazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 12:53:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[climatico]]></category>
		<category><![CDATA[cometa]]></category>
		<category><![CDATA[eruzioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un mistero climatico vecchio 12.800 anni nascosto nei ghiacci della Groenlandia Un picco anomalo di platino sepolto nelle profondità della calotta glaciale della Groenlandia ha alimentato per anni una delle teorie più affascinanti della paleoclimatologia: l'idea che una cometa o un asteroide avesse...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un mistero climatico vecchio 12.800 anni nascosto nei ghiacci della Groenlandia</h2>
<p>Un picco anomalo di <strong>platino</strong> sepolto nelle profondità della <strong>calotta glaciale della Groenlandia</strong> ha alimentato per anni una delle teorie più affascinanti della paleoclimatologia: l&#8217;idea che una cometa o un asteroide avesse colpito la Terra circa 12.800 anni fa, scatenando un improvviso ritorno a condizioni glaciali noto come <strong>Younger Dryas</strong>. Ora però una nuova ricerca, pubblicata su PLOS One nel settembre 2025, ribalta completamente questa narrazione. Il colpevole non arriverebbe dallo spazio, ma dal sottosuolo. E più precisamente, dai <strong>vulcani islandesi</strong>.</p>
<p>La storia parte da una carota di ghiaccio estratta nell&#8217;ambito del Greenland Ice Sheet Project (GISP2). Nel 2013, analizzando quei campioni, un gruppo di scienziati trovò concentrazioni insolitamente alte di platino in uno strato risalente a circa 12.800 anni fa. Il rapporto tra platino e iridio era strano: i meteoriti contengono solitamente molto iridio, ma qui non ce n&#8217;era quasi traccia. Qualcosa non tornava. E da quel momento, il dibattito non si è più fermato.</p>
<h2>Eruzioni vulcaniche, non impatti cosmici</h2>
<p>Per capire l&#8217;origine di quel segnale chimico, i ricercatori dell&#8217;Università di Durham hanno analizzato 17 campioni di pomice vulcanica provenienti dai depositi del <strong>Laacher See</strong>, un vulcano tedesco che eruttò più o meno nello stesso periodo. L&#8217;ipotesi era che quella eruzione potesse spiegare il picco di platino. Ma i risultati sono stati netti: la pomice del Laacher See conteneva livelli di platino praticamente nulli, al limite della rilevabilità strumentale. Quindi nemmeno quel vulcano poteva essere la fonte.</p>
<p>Poi è arrivato un altro indizio decisivo, legato alla tempistica. Le datazioni aggiornate delle <strong>carote di ghiaccio</strong> mostrano che il picco di platino si verificò circa 45 anni dopo l&#8217;inizio dello Younger Dryas. Troppo tardi per averlo causato. E non si trattava nemmeno di un evento istantaneo: i livelli elevati di platino persistettero per circa 14 anni, suggerendo un processo prolungato nel tempo. Esattamente quello che ci si aspetterebbe da un&#8217;<strong>eruzione a fessura</strong> in Islanda, il tipo di attività vulcanica che può durare anni o addirittura decenni.</p>
<p>Confrontando la chimica del ghiaccio con altri campioni geologici, la corrispondenza migliore è emersa con i condensati di gas vulcanici, in particolare quelli associati ad attività vulcanica sottomarina. L&#8217;acqua di mare, interagendo con le eruzioni, può rimuovere composti solforati e concentrare metalli come il platino nei gas vulcanici, che poi viaggiano nell&#8217;atmosfera fino a depositarsi sulle calotte glaciali distanti.</p>
<h2>E allora cosa scatenò davvero lo Younger Dryas?</h2>
<p>Se il picco di platino non fu la causa del raffreddamento, resta la domanda più grande: cosa lo provocò? Qui la ricerca offre un&#8217;altra pista interessante. Nelle carote di ghiaccio della Groenlandia esiste un enorme picco di <strong>solfato vulcanico</strong> che coincide con precisione con l&#8217;inizio del raffreddamento, circa 12.870 anni fa. Questa eruzione, che provenga dal Laacher See o da un vulcano ancora non identificato, rilasciò quantità di zolfo nell&#8217;atmosfera paragonabili alle eruzioni più potenti della storia documentata.</p>
<p>Lo zolfo nella stratosfera riflette la luce solare e raffredda il pianeta. In un momento in cui il <strong>clima terrestre</strong> era già in una fase di transizione delicatissima tra condizioni glaciali e interglaciali, quell&#8217;iniezione di aerosol vulcanici potrebbe aver innescato una cascata di effetti: espansione del ghiaccio marino, spostamento dei venti, interruzione della circolazione oceanica.</p>
<p>Capire come eventi passati abbiano provocato cambiamenti climatici così bruschi non è solo un esercizio accademico. Le grandi eruzioni vulcaniche e gli impatti di meteoriti sono rari su scala umana, ma inevitabili su scale temporali geologiche. Sapere come la Terra ha reagito in passato aiuta a prepararsi meglio per le conseguenze di future perturbazioni globali. E a volte, la spiegazione più semplice è anche quella giusta: non serviva una cometa. Bastava un vulcano.</p>
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