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	<title>medievale Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Tempesta solare medievale scoperta negli alberi: può proteggere le missioni lunari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 08:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una tempesta solare medievale nascosta negli alberi: la scoperta che potrebbe proteggere le future missioni lunari Una tempesta solare devastante colpì la Terra oltre 800 anni fa, e nessuno se ne sarebbe mai accorto se non fosse stato per alcuni alberi sepolti in Giappone e per le annotazioni di un...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una tempesta solare medievale nascosta negli alberi: la scoperta che potrebbe proteggere le future missioni lunari</h2>
<p>Una <strong>tempesta solare</strong> devastante colpì la Terra oltre 800 anni fa, e nessuno se ne sarebbe mai accorto se non fosse stato per alcuni alberi sepolti in Giappone e per le annotazioni di un poeta medievale che descrisse strani bagliori rossi nel cielo notturno. La scoperta, pubblicata sulla rivista Proceedings of the Japan Academy, Series B, arriva dal lavoro di un gruppo di ricercatori dell&#8217;<strong>Okinawa Institute of Science and Technology</strong> (OIST) e potrebbe avere implicazioni concrete per chi sta pianificando il ritorno dell&#8217;umanità sulla Luna.</p>
<p>Il punto di partenza è tanto affascinante quanto insolito. Il team giapponese ha incrociato dati provenienti da fonti completamente diverse: da una parte, misurazioni ultraprecise del <strong>carbonio 14</strong> intrappolato nel legno di alberi asunaro sepolti nella prefettura di Aomori; dall&#8217;altra, cronache medievali giapponesi e cinesi che parlavano di <strong>aurore rosse</strong> visibili a latitudini insolitamente basse. Mettendo insieme tutto, è emerso che tra l&#8217;inverno del 1200 e la primavera del 1201 si verificò un cosiddetto evento di protoni solari, un fenomeno in cui particelle cariche sparate dal Sole raggiungono la Terra a velocità prossime al 90% della velocità della luce. Non proprio una passeggiata, ecco.</p>
<h2>Il diario di un poeta e gli indizi nel legno antico</h2>
<p>Uno degli indizi più suggestivi arriva dal <strong>Meigetsuki</strong>, il diario del poeta e cortigiano giapponese Fujiwara no Teika. Nel febbraio del 1204, annotò di aver visto &#8220;luci rosse nel cielo settentrionale sopra Kyoto&#8221;. Quel tipo di osservazione non è direttamente collegata a un evento di protoni solari, ma spesso accompagna le stesse turbolenze solari che li generano. Questo ha dato ai ricercatori una finestra temporale su cui concentrare le analisi.</p>
<p>La professoressa <strong>Hiroko Miyahara</strong>, a capo dell&#8217;unità Solar Terrestrial Environment and Climate dell&#8217;OIST, ha spiegato che gli studi precedenti si erano concentrati solo sugli eventi estremi, quelli più rari e potenti. La novità sta nel riuscire a individuare anche eventi &#8220;sub estremi&#8221;, che hanno una potenza pari al 10/30% dei casi più violenti ma che si verificano con maggiore frequenza. E che restano comunque pericolosi, soprattutto per chi si trova fuori dallo scudo protettivo del <strong>campo magnetico terrestre</strong>.</p>
<h2>Perché tutto questo conta per le future missioni sulla Luna</h2>
<p>Il legame con l&#8217;esplorazione spaziale non è affatto teorico. Nel 1972, diversi eventi di protoni solari esplosero nel periodo compreso tra le missioni <strong>Apollo 16</strong> e Apollo 17. Se degli astronauti fossero stati sulla superficie lunare in quel momento, avrebbero potuto ricevere dosi di radiazioni potenzialmente letali. Con le agenzie spaziali che si preparano a riportare esseri umani sulla Luna, capire con che frequenza si verificano questi fenomeni diventa una questione di sicurezza reale.</p>
<p>I dati raccolti hanno rivelato anche qualcosa di inatteso sul <strong>Sole</strong> di quell&#8217;epoca. Oggi il ciclo di attività solare dura circa undici anni, ma attorno al 1200 quel ciclo si era accorciato a soli sette o otto anni, segno di un&#8217;attività solare eccezionalmente intensa. L&#8217;evento individuato dal team si colloca proprio al picco di uno di questi cicli abbreviati.</p>
<p>Miyahara ha sottolineato come l&#8217;analisi del carbonio 14 da sola non basti. Servono approcci integrati che combinino <strong>documentazione storica</strong>, dendroclimatologia e misurazioni scientifiche di alta precisione. Alcune aurore prolungate a basse latitudini, ad esempio, sembrano cadere vicino al minimo del ciclo solare ricostruito, un dato che va contro le aspettative e che apre nuove domande su quali condizioni solari possano generare fenomeni del genere. Una tempesta solare di 800 anni fa, insomma, sta ancora insegnando qualcosa di nuovo.</p>
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		<title>Cometa di Halley: un monaco medievale aveva capito tutto 700 anni prima</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 02:22:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[astronomia]]></category>
		<category><![CDATA[cometa]]></category>
		<category><![CDATA[Eilmer]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>La cometa di Halley potrebbe portare il nome sbagliato: un monaco medievale aveva capito tutto quasi 700 anni prima</h2>
<p>La <strong>cometa di Halley</strong> è forse il corpo celeste più famoso della storia. Tutti la conoscono, tutti ne hanno sentito parlare almeno una volta. Ma cosa succederebbe se saltasse fuori che il nome che porta da secoli non rende giustizia a chi per primo ne comprese la vera natura? Una ricerca condotta dal professor <strong>Simon Portegies Zwart</strong> dell&#8217;Università di Leida sta facendo discutere parecchio la comunità scientifica, perché suggerisce proprio questo: un <strong>monaco inglese</strong> dell&#8217;undicesimo secolo avrebbe riconosciuto la periodicità della cometa quasi 700 anni prima che <strong>Edmond Halley</strong> ci mettesse sopra il suo nome.</p>
<p>Il monaco in questione si chiamava <strong>Eilmer di Malmesbury</strong>, conosciuto anche come Aethelmaer. Secondo le fonti storiche raccolte dallo storico Guglielmo di Malmesbury nel dodicesimo secolo, Eilmer vide la cometa nel 989 e poi di nuovo nel 1066. E qui viene la parte interessante: pare che il monaco abbia capito che si trattava dello stesso oggetto celeste. Una consapevolezza notevole per l&#8217;epoca, quando le comete venivano considerate presagi terrificanti legati a guerre, carestie e morti di sovrani. Portegies Zwart e il ricercatore Lewis hanno pubblicato le loro conclusioni nel volume <em>Dorestad and Everything After. Ports, townscapes and travelers in Europe, 800 1100</em>, sostenendo che la portata di queste descrizioni medievali era stata sottovalutata fino ad ora.</p>
<h2>Il 1066 e la cometa più famosa del Medioevo</h2>
<p>L&#8217;apparizione della cometa di Halley nel <strong>1066</strong> fu un evento che scosse mezza Europa. I documenti storici cinesi registrarono la sua visibilità per oltre due mesi. Il picco di luminosità venne raggiunto il 22 aprile 1066, ma in Bretagna e nelle isole britanniche fu visibile solo dal 24 aprile. Quell&#8217;apparizione è rimasta così impressa nella memoria collettiva da finire nell&#8217;<strong>Arazzo di Bayeux</strong>, la celebre opera medievale che racconta la conquista normanna dell&#8217;Inghilterra.</p>
<p>La cometa attraversò i cieli durante il brevissimo regno di Re Harold Godwinson, che governò l&#8217;Inghilterra dal 6 gennaio al 14 ottobre di quell&#8217;anno. Come da tradizione, il sovrano venne avvertito che quel segno nel cielo annunciava una catastrofe imminente. E in effetti, la sua morte nella battaglia di Hastings sembrò confermare i peggiori timori.</p>
<p>I ricercatori hanno anche trovato riferimenti a un&#8217;altra cometa associata alla morte dell&#8217;arcivescovo Sigeric di Canterbury nel 995, anche se nessuna cronaca sopravvissuta la documenta. Potrebbe trattarsi di una sorta di <strong>fake news medievale</strong>, una storia esagerata per spaventare la gente con minacce di punizione divina.</p>
<h2>Dovremmo cambiare nome alla cometa?</h2>
<p>Edmond Halley conquistò la fama identificando la natura periodica della cometa, dimostrando che gli avvistamenti del 1531, 1607 e 1682 riguardavano lo stesso oggetto che tornava ogni 76 anni circa. Un risultato straordinario, nessuno lo mette in dubbio. Ma se Eilmer di Malmesbury aveva già intuito lo stesso concetto nel 1066, la questione del nome diventa legittima.</p>
<p>Portegies Zwart ha dichiarato che la ricerca è stata molto stimolante, pur riconoscendo le sfide del lavoro interdisciplinare con gli storici. Il team prevede ulteriori studi su questo tipo di <strong>cometa periodica</strong>. Che la cometa di Halley finisca per chiamarsi in un altro modo è improbabile, certo. Ma sapere che un monaco medievale, ormai anziano, alzò gli occhi al cielo e riconobbe una vecchia conoscenza tra le stelle resta una storia che merita di essere raccontata.</p>
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