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	<title>Musk Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>AI ha un problema enorme e non è quello che pensate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 00:53:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il processo Musk contro Altman e il problema reputazionale dell'intelligenza artificiale L'intelligenza artificiale ha un problema enorme, e non è quello che molti pensano. Non si tratta di tecnologia difettosa o di algoritmi impazziti. Il vero nodo è chi la gestisce, chi la vende e chi pretende di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il processo Musk contro Altman e il problema reputazionale dell&#8217;intelligenza artificiale</h2>
<p>L&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong> ha un problema enorme, e non è quello che molti pensano. Non si tratta di tecnologia difettosa o di algoritmi impazziti. Il vero nodo è chi la gestisce, chi la vende e chi pretende di costruirci sopra il futuro. Il processo <strong>Musk contro Altman</strong> ha messo a nudo qualcosa che in tanti sospettavano già: le persone al vertice di questa industria multimiliardaria non sembrano esattamente le più affidabili per prendere decisioni che riguardano la vita di tutti.</p>
<p>Quasi nessuno dei protagonisti di questa vicenda giudiziaria ispira vera fiducia. Alcune tra le figure più potenti del mondo tech appaiono strutturalmente incapaci di rapportarsi tra loro con onestà. E se questo è vero, la domanda sorge spontanea: perché sono proprio loro a guidare un settore che potrebbe stravolgere l&#8217;esistenza di milioni di persone? L&#8217;<strong>AI</strong> funziona benissimo in determinati contesti. Ma i suoi leader stanno cercando di trasformarla in una nuova corsa all&#8217;oro, litigandosi le pepite prima ancora che qualcuno abbia trovato il filone. O forse litigano perché inizia a serpeggiare il dubbio che questa roba, in fondo, la gente non la voglia davvero.</p>
<h2>Studenti che fischiano, sondaggi impietosi e data center che nessuno vuole</h2>
<p>I segnali dal basso non sono incoraggianti per chi lavora nell&#8217;<strong>intelligenza artificiale</strong>. Alla cerimonia di laurea della UCF, una relatrice che ha elogiato l&#8217;AI è stata sonoramente fischiata dal pubblico. Stessa sorte per <strong>Eric Schmidt</strong>, ex CEO di Google, durante un altro discorso di laurea. E poi c&#8217;è il dato forse più significativo: secondo un sondaggio <strong>Gallup</strong>, sette americani su dieci si oppongono alla costruzione di <strong>data center per l&#8217;AI</strong> nelle loro zone, con quasi la metà che si dichiara fortemente contraria. Solo un quarto è favorevole, e appena il 7% lo è con convinzione.</p>
<p>Qualcuno ha suggerito che le aziende AI dovrebbero semplicemente pagare le comunità locali per compensare i disagi. Può sembrare ragionevole, ma la storia insegna prudenza. Basta chiedere agli abitanti del Wisconsin come è andata con l&#8217;accordo tra lo Stato e <strong>Foxconn</strong>: talmente male che alla fine hanno accettato di far piazzare un data center Microsoft nella struttura rimasta vuota, nonostante tutti detestino i data center. È un po&#8217; come non aver mai visto l&#8217;episodio della monorotaia dei Simpson.</p>
<h2>Contenuti rubati, sondaggi simulati e Apple che forse ha capito qualcosa</h2>
<p>C&#8217;è poi la questione dei <strong>contenuti protetti da copyright</strong> utilizzati senza permesso per addestrare i modelli. Quando vengono messi di fronte al problema, i dirigenti del settore rispondono che senza quei dati non si può fare AI. È un po&#8217; come dire: se non ci lasciate usare le vostre risorse gratis, come facciamo a costruire il prodotto del futuro? Ecco, forse non fatelo.</p>
<p>E la situazione diventa ancora più surreale. Gallup ha annunciato di voler esplorare l&#8217;uso di <strong>risposte simulate dall&#8217;AI</strong> per le proprie ricerche. Il che significa, in pratica, usare l&#8217;intelligenza artificiale per sondare cosa la gente pensa dell&#8217;intelligenza artificiale. Un cortocircuito perfetto, soprattutto considerando che <strong>Anthropic</strong> ha ammesso che un suo modello è capace di &#8220;azioni estreme&#8221; se percepisce una minaccia alla propria autoconservazione. Non è esattamente rassicurante.</p>
<p>E poi c&#8217;è <strong>Apple</strong>. Per oltre un anno è stata criticata per non aver mantenuto le promesse sull&#8217;AI, e le critiche non sono del tutto infondate. Però, a guardarla da un&#8217;altra angolazione, il fatto di non aver riversato altra intelligenza artificiale nella vita quotidiana delle persone potrebbe essere più un pregio che un difetto. A volte, non fare qualcosa è la scelta più intelligente di tutte.</p>
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		<title>Apple ha minacciato di rimuovere Grok dall&#8217;App Store per i deepfake</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 12:56:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Apple ha minacciato di rimuovere Grok dall'App Store per le immagini deepfake La questione dei deepfake generati tramite intelligenza artificiale è tornata prepotentemente al centro del dibattito, e questa volta coinvolge direttamente Apple e la sua gestione dell'App Store. Secondo quanto emerge da...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Apple ha minacciato di rimuovere Grok dall&#8217;App Store per le immagini deepfake</h2>
<p>La questione dei <strong>deepfake</strong> generati tramite intelligenza artificiale è tornata prepotentemente al centro del dibattito, e questa volta coinvolge direttamente <strong>Apple</strong> e la sua gestione dell&#8217;<strong>App Store</strong>. Secondo quanto emerge da un recente report di CNBC, ripreso anche da 9to5Mac, Apple avrebbe minacciato <strong>xAI</strong>, la società di Elon Musk proprietaria del chatbot <strong>Grok</strong>, di procedere alla rimozione dell&#8217;app dallo store se i problemi legati alla generazione di immagini pornografiche non consensuali non fossero stati risolti.</p>
<p>Il punto è che, nonostante la minaccia, l&#8217;app Grok non è mai stata effettivamente rimossa. E questo lascia parecchie domande aperte.</p>
<h2>Cosa è successo a gennaio con Grok e la piattaforma X</h2>
<p>Per diversi giorni, nel mese di gennaio, la piattaforma social <strong>X</strong> (ex Twitter) è stata letteralmente inondata da immagini pornografiche generate dall&#8217;intelligenza artificiale. Non si trattava di contenuti qualunque: erano coinvolti adulti senza il loro consenso e, aspetto ancora più grave, anche <strong>minori</strong>. Una situazione che ha sollevato un&#8217;ondata di indignazione comprensibile, con molti utenti e osservatori che si chiedevano perché le autorità legali fossero così lente a intervenire. Ma soprattutto, il silenzio di Apple sulla vicenda ha fatto rumore.</p>
<p>Apple, che storicamente applica regole piuttosto rigide sulle app presenti nel proprio store, sembrava non voler prendere posizione pubblica. Eppure, dietro le quinte, qualcosa si muoveva. La minaccia di ban dall&#8217;<strong>App Store</strong> nei confronti di Grok c&#8217;è stata davvero. Solo che non si è mai tradotta in azione concreta.</p>
<h2>Musk ha cambiato le regole, ma Grok è rimasta sostanzialmente uguale</h2>
<p>Elon Musk, dal canto suo, ha modificato alcune regole di moderazione sulla piattaforma X dopo che la vicenda è esplosa. Va detto però che questo è avvenuto anche dopo aver di fatto monetizzato quei contenuti illegali attraverso il traffico generato. Un dettaglio che non è sfuggito a nessuno e che ha alimentato ulteriori critiche.</p>
<p>Per quanto riguarda l&#8217;app Grok vera e propria, i cambiamenti sono stati minimi. Le funzionalità che permettevano la generazione di immagini problematiche non hanno subito le modifiche sostanziali che ci si sarebbe aspettati, considerando la gravità della situazione. Questo solleva una questione più ampia: quanto è efficace il potere di Apple come &#8220;guardiano&#8221; dell&#8217;ecosistema app, se poi le minacce restano solo sulla carta?</p>
<p>La vicenda mette in luce un problema strutturale nel rapporto tra le grandi piattaforme e chi dovrebbe regolamentarle. Grok continua a essere disponibile sull&#8217;App Store, X continua a operare come prima, e la protezione delle vittime di deepfake resta un tema che fatica a trovare risposte concrete. Una dinamica che, purtroppo, rischia di ripetersi finché le parole non saranno accompagnate da fatti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/apple-ha-minacciato-di-rimuovere-grok-dallapp-store-per-i-deepfake/">Apple ha minacciato di rimuovere Grok dall&#8217;App Store per i deepfake</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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		<title>X Pro ora costa 40 dollari al mese: l&#8217;aumento che nessuno si aspettava</title>
		<link>https://tecnoapple.it/x-pro-ora-costa-40-dollari-al-mese-laumento-che-nessuno-si-aspettava/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Mar 2026 21:23:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>X Pro ora costa 40 dollari al mese: il cambio di rotta senza preavviso Chi utilizzava X Pro con un abbonamento base si è ritrovato tagliato fuori da un giorno all'altro. Il social network di Elon Musk ha deciso di spostare l'accesso alla sua interfaccia multicolonna dietro il piano più costoso...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>X Pro ora costa 40 dollari al mese: il cambio di rotta senza preavviso</h2>
<p>Chi utilizzava <strong>X Pro</strong> con un abbonamento base si è ritrovato tagliato fuori da un giorno all&#8217;altro. Il social network di <strong>Elon Musk</strong> ha deciso di spostare l&#8217;accesso alla sua interfaccia multicolonna dietro il piano più costoso disponibile, il <strong>Premium+</strong>, che costa 40 dollari al mese (oppure 33 dollari al mese con pagamento annuale). E lo ha fatto senza alcun tipo di avviso agli utenti.</p>
<p>La cosa ha generato parecchie lamentele sulla piattaforma, com&#8217;era prevedibile. Prima del 26 marzo, bastava il piano <strong>Premium</strong> da 8 dollari al mese per accedere a X Pro. Parliamo di uno strumento che molti professionisti, social media manager e giornalisti usano quotidianamente per gestire più feed e liste contemporaneamente. Passare da 8 a 40 dollari significa un aumento di cinque volte, il che non è esattamente un ritocco trascurabile.</p>
<h2>Da TweetDeck gratuito a funzione esclusiva</h2>
<p>Vale la pena ricordare che <strong>X Pro</strong> non è nato come prodotto premium. Era conosciuto come <strong>TweetDeck</strong>, uno strumento completamente gratuito che esisteva da anni e che Twitter aveva acquisito nel 2011. Era diventato parte integrante del flusso di lavoro di tantissime persone. Dopo l&#8217;acquisizione di Twitter da parte di Musk, il rebranding in X Pro è stato solo il primo passo di una strategia di monetizzazione che ora ha raggiunto un nuovo livello.</p>
<p>Sul proprio sito, la piattaforma specifica che le funzionalità incluse nel piano Premium &#8220;sono soggette a modifiche in qualsiasi momento&#8221;. Una clausola che, di fatto, lascia mano libera per cambiare le carte in tavola quando si vuole. E il centro assistenza di X conferma chiaramente che l&#8217;accesso a X Pro è ora riservato al tier <strong>Premium+</strong>.</p>
<h2>Cosa offrono i tre piani di abbonamento</h2>
<p>Attualmente X propone tre livelli di sottoscrizione. Il piano Basic costa 3 dollari al mese (o 32 dollari l&#8217;anno) e include ancora la pubblicità. Il piano Premium, a 8 dollari al mese (84 dollari l&#8217;anno), dimezza il numero di annunci. Il Premium+ elimina le inserzioni pubblicitarie, fatta eccezione per i contenuti sponsorizzati, e costa appunto 40 dollari al mese o 395 dollari l&#8217;anno.</p>
<p>Tutti i piani a pagamento garantiscono la famosa <strong>spunta blu</strong>, quella che un tempo serviva come metodo di verifica reale dell&#8217;identità e che ora è diventata poco più di un elemento estetico acquistabile da chiunque. Tra le altre funzionalità riservate agli abbonati ci sono la maggiore visibilità dei post, la possibilità di modificare i contenuti dopo la pubblicazione, post più lunghi e upload video di durata superiore.</p>
<p>La decisione di rendere X Pro esclusiva del piano più caro racconta molto sulla direzione che sta prendendo la piattaforma. Funzionalità che erano gratuite vengono progressivamente rinchiuse dietro paywall sempre più alti, e chi ci lavora ogni giorno si trova costretto a fare i conti con costi che lievitano senza troppi complimenti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/x-pro-ora-costa-40-dollari-al-mese-laumento-che-nessuno-si-aspettava/">X Pro ora costa 40 dollari al mese: l&#8217;aumento che nessuno si aspettava</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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