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	<title>peste Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Peste di Giustiniano: scoperta la prima fossa comune confermata scientificamente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 09:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fossa comune antica svela gli effetti devastanti della Peste di Giustiniano Una scoperta archeologica straordinaria sta riscrivendo quello che sapevamo sulla Peste di Giustiniano, una delle prime pandemie documentate nella storia dell'umanità. Nel sito dell'antica città di Jerash, in Giordania,...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Una fossa comune antica svela gli effetti devastanti della Peste di Giustiniano</h2>
<p>Una scoperta archeologica straordinaria sta riscrivendo quello che sapevamo sulla <strong>Peste di Giustiniano</strong>, una delle prime pandemie documentate nella storia dell&#8217;umanità. Nel sito dell&#8217;antica città di <strong>Jerash</strong>, in Giordania, un gruppo interdisciplinare guidato dalla University of South Florida ha confermato l&#8217;esistenza di una <strong>fossa comune</strong> legata proprio a quell&#8217;epidemia che, tra il 541 e il 750 d.C., uccise milioni di persone nell&#8217;Impero Bizantino. Non si tratta di una semplice scoperta di ossa e reperti: quello che emerge da questa ricerca, pubblicata sul <strong>Journal of Archaeological Science</strong>, è il racconto umano di una crisi sanitaria che ha stravolto intere comunità. Come ha spiegato Rays H. Y. Jiang, professore associato e responsabile dello studio, l&#8217;obiettivo era andare oltre l&#8217;identificazione del patogeno per capire chi fossero davvero le persone colpite, come vivessero e cosa significasse morire durante una pandemia dentro una città reale.</p>
<h2>La prima fossa comune da pandemia confermata scientificamente</h2>
<p>Fino a oggi, i racconti storici descrivevano epidemie terribili nell&#8217;era bizantina, ma mancavano prove solide. Diversi siti sospettati di essere <strong>sepolture di massa</strong> legate alla peste non avevano mai ricevuto una conferma definitiva. Jerash cambia tutto. Per la prima volta, una fossa comune legata alla Peste di Giustiniano è stata verificata sia attraverso evidenze archeologiche sia tramite <strong>analisi genetiche</strong>. Centinaia di individui sono stati sepolti nel giro di pochi giorni, ammassati sopra detriti di ceramica in un&#8217;area pubblica abbandonata, probabilmente un antico ippodromo. Non si tratta quindi di un cimitero cresciuto nel tempo, ma di un evento singolo, improvviso e drammatico. La ricerca si inserisce in una serie di studi più ampia: i lavori precedenti si erano concentrati sullo <em>Yersinia pestis</em>, il batterio responsabile della <strong>peste bubbonica</strong>. Questa nuova fase, invece, guarda agli effetti sociali della malattia, sia nel breve che nel lungo periodo.</p>
<h2>Mobilità, connessioni nascoste e lezioni per il presente</h2>
<p>Uno degli aspetti più affascinanti dello studio riguarda la questione della <strong>mobilità delle popolazioni antiche</strong>. I dati genetici e storici indicano che le persone si spostavano e si mescolavano tra regioni diverse, eppure le sepolture tradizionali suggerivano comunità sostanzialmente stanziali. La fossa comune di Jerash dimostra che entrambe le cose potevano coesistere. In condizioni normali, la migrazione avveniva lentamente, nell&#8217;arco di generazioni, e si confondeva con la vita quotidiana. Durante una crisi come la Peste di Giustiniano, però, individui provenienti da contesti diversi e con storie di mobilità si ritrovavano uniti in un unico luogo di sepoltura. Quelle connessioni invisibili diventavano improvvisamente evidenti. Jiang ha sottolineato un punto che vale la pena tenere a mente: le pandemie non sono solo eventi biologici, sono eventi sociali. Rivelano chi è vulnerabile e perché. Città dense, spostamenti frequenti, cambiamenti ambientali giocavano un ruolo allora esattamente come lo giocano oggi. Collegando le evidenze biologiche dei corpi al contesto archeologico, il team è riuscito a restituire una dimensione profondamente umana a quella che altrimenti resterebbe solo una nota a margine nei libri di storia. Il sito di <strong>Jerash</strong> trasforma un segnale genetico in una storia fatta di persone vere, di una città che ha affrontato l&#8217;impensabile. E forse, guardando a quei giorni lontani 1.500 anni, si può capire qualcosa di più anche sulle fragilità del mondo contemporaneo.</p>
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		<title>DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi: cosa è successo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2026 22:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[DNA]]></category>
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		<category><![CDATA[preistoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi, sostituita da perfetti sconosciuti Qualcosa di davvero inquietante è successo circa 5.000 anni fa a pochi chilometri da Parigi. Il DNA antico estratto da una grande tomba megalitica nei pressi di Bury, una cinquantina di chilometri a...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il DNA antico svela una popolazione scomparsa vicino a Parigi, sostituita da perfetti sconosciuti</h2>
<p>Qualcosa di davvero inquietante è successo circa 5.000 anni fa a pochi chilometri da Parigi. Il <strong>DNA antico</strong> estratto da una grande tomba megalitica nei pressi di Bury, una cinquantina di chilometri a nord della capitale francese, racconta una storia che sembra quasi un thriller preistorico: un&#8217;intera popolazione è scomparsa nel nulla e al suo posto ne è arrivata un&#8217;altra, completamente diversa, senza alcun legame genetico con chi viveva lì prima. Un azzeramento demografico in piena regola, emerso da uno studio pubblicato su <strong>Nature Ecology and Evolution</strong> nell&#8217;aprile 2026, condotto dall&#8217;Università di Copenaghen.</p>
<p>Lo studio ha analizzato i resti di <strong>132 individui</strong> sepolti nella stessa tomba megalitica, ma in due fasi temporali distinte. Il punto di rottura si colloca intorno al <strong>3000 a.C.</strong>, quando nella regione si verificò un drastico calo della popolazione. Il gruppo più antico mostrava affinità genetiche con le popolazioni agricole dell&#8217;Età della Pietra del nord della Francia e della Germania. Quello più recente, invece, presentava legami chiari con il sud della Francia e la <strong>Penisola Iberica</strong>. Nessuna continuità, nessuna mescolanza graduale. Solo una sostituzione netta.</p>
<h2>Peste, malattie e una mortalità impressionante</h2>
<p>Per capire cosa avesse provocato questo collasso, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica di analisi del DNA capace di catturare tutto il materiale genetico conservato nelle ossa. Ed è saltato fuori qualcosa di notevole: tracce di <strong>Yersinia pestis</strong>, il batterio della peste, e di Borrelia recurrentis, il patogeno responsabile della febbre ricorrente trasmessa dai pidocchi. Tuttavia, come ha precisato Martin Sikora, professore associato all&#8217;Università di Copenaghen, la peste da sola non basta a spiegare tutto. Il declino fu probabilmente causato da un mix di <strong>malattie</strong>, stress ambientale e altri eventi destabilizzanti.</p>
<p>A rendere il quadro ancora più drammatico, l&#8217;analisi dei resti scheletrici ha evidenziato tassi di mortalità anomali nel periodo delle sepolture più antiche, con una quantità sproporzionata di bambini e giovani tra i defunti. Un segnale inequivocabile di crisi profonda, come ha sottolineato Laure Salanova del CNRS francese.</p>
<h2>Una società che cambia dalle fondamenta</h2>
<p>Il <strong>DNA antico</strong> non ha rivelato solo chi viveva dove, ma anche come queste comunità erano organizzate. Nella fase più antica, le persone sepolte nella tomba appartenevano spesso alle stesse famiglie allargate, con legami che attraversavano più generazioni. Un tessuto sociale denso, intimo. Dopo la sostituzione, invece, le sepolture ruotavano attorno a un singolo <strong>lignaggio maschile</strong>, segno di una struttura sociale radicalmente diversa e più selettiva.</p>
<p>Questo studio si inserisce in un filone di ricerche sempre più solido sul cosiddetto <strong>declino neolitico</strong>, un fenomeno che colpì vaste aree dell&#8217;Europa settentrionale e occidentale. E forse aiuta a rispondere a una domanda che gli archeologi si pongono da tempo: perché, a un certo punto, nessuno costruì più dolmen e megaliti in tutta Europa? La risposta, a quanto pare, è tanto semplice quanto brutale. Chi li costruiva era semplicemente sparito.</p>
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		<title>Peste: batterio letale scoperto in una pecora di 4.000 anni fa</title>
		<link>https://tecnoapple.it/peste-batterio-letale-scoperto-in-una-pecora-di-4-000-anni-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2026 06:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[archeologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un batterio letale trovato per la prima volta in una pecora di 4.000 anni fa La peste ha una storia molto più antica di quanto si pensi. Millenni prima della Morte Nera che devastò l'Europa medievale, una forma misteriosa di questa malattia si diffuse attraverso l'Eurasia, lasciando tracce che solo...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un batterio letale trovato per la prima volta in una pecora di 4.000 anni fa</h2>
<p>La <strong>peste</strong> ha una storia molto più antica di quanto si pensi. Millenni prima della Morte Nera che devastò l&#8217;Europa medievale, una forma misteriosa di questa malattia si diffuse attraverso l&#8217;Eurasia, lasciando tracce che solo oggi la scienza riesce a decifrare. Un gruppo di ricercatori ha analizzato del <strong>DNA antico</strong> e ha trovato qualcosa di davvero inaspettato: il batterio <strong>Yersinia pestis</strong>, il responsabile della peste, nascosto nei resti di una pecora domestica vissuta circa 4.000 anni fa. È la prima volta in assoluto che questo patogeno viene identificato in un animale non umano risalente a quell&#8217;epoca, e la scoperta potrebbe riscrivere ciò che sappiamo sulla diffusione delle prime epidemie.</p>
<p>La pecora proveniva da un insediamento dell&#8217;<strong>Età del Bronzo</strong> situato nei Monti Urali, una regione che all&#8217;epoca era un crocevia di popoli, scambi commerciali e migrazioni. Fino a oggi, i ritrovamenti di Yersinia pestis in contesti così antichi riguardavano esclusivamente resti umani. Trovarlo in un animale domestico cambia radicalmente la prospettiva, perché apre un canale di trasmissione che nessuno aveva ancora potuto dimostrare con prove concrete.</p>
<h2>Il grande enigma: come si diffondeva la peste senza le pulci?</h2>
<p>Ecco il punto che rende questa scoperta particolarmente significativa. La <strong>peste medievale</strong>, quella che associamo alla Morte Nera del XIV secolo, si propagava in modo efficientissimo grazie alle pulci dei ratti. Il ceppo di Yersinia pestis responsabile di quell&#8217;ondata aveva sviluppato una mutazione genetica specifica che gli permetteva di sopravvivere nell&#8217;intestino delle pulci e di essere trasmesso attraverso il loro morso. Ma il ceppo più antico, quello ritrovato nella pecora dei Monti Urali, non possedeva questa capacità. Non poteva sfruttare le pulci come vettore.</p>
<p>E allora, come ha fatto a viaggiare per migliaia di chilometri attraverso l&#8217;Eurasia? È una domanda che tormenta i ricercatori da anni. Le evidenze genetiche mostrano che la <strong>peste dell&#8217;Età del Bronzo</strong> era presente in popolazioni sparse su un territorio enorme, dalla Siberia all&#8217;Europa centrale. Eppure, senza il meccanismo delle pulci, il contagio doveva funzionare in modo completamente diverso.</p>
<p>La scoperta nella pecora domestica suggerisce uno scenario nuovo e plausibile. Gli <strong>animali domestici</strong> potrebbero aver giocato un ruolo chiave nella trasmissione del batterio. Pecore, capre, bovini: animali che vivevano a stretto contatto con le comunità umane, che venivano spostati durante le migrazioni stagionali, scambiati tra gruppi diversi, portati lungo le rotte commerciali. Un contatto diretto con un animale infetto, magari durante la macellazione o la mungitura, avrebbe potuto trasmettere il patogeno senza bisogno di alcun insetto.</p>
<h2>Cosa significa questa scoperta per la storia delle epidemie</h2>
<p>Questo ritrovamento non è solo una curiosità archeologica. Ridefinisce il modo in cui vanno interpretate le <strong>pandemie antiche</strong> e il ruolo degli animali nella diffusione delle malattie infettive. Il concetto di zoonosi, cioè il passaggio di patogeni dagli animali agli esseri umani, non è affatto una novità moderna. Ma avere una prova diretta che risale a 4.000 anni fa conferisce a questa dinamica una profondità storica impressionante.</p>
<p>I ricercatori sottolineano che servono ulteriori analisi su altri resti animali provenienti da siti coevi per capire quanto fosse diffuso il fenomeno. Se la <strong>Yersinia pestis</strong> circolava regolarmente tra il bestiame delle comunità dell&#8217;Età del Bronzo, allora le prime ondate di peste potrebbero essere state molto più legate alla pastorizia e alla domesticazione animale di quanto chiunque avesse mai ipotizzato.</p>
<p>Quello che emerge è un quadro affascinante e un po&#8217; inquietante: la relazione tra esseri umani e animali domestici, quella stessa relazione che ha permesso lo sviluppo delle civiltà, portava con sé anche rischi enormi. La peste, in un certo senso, viaggiava insieme alle greggi.</p>
<p>L'articolo <a href="https://tecnoapple.it/peste-batterio-letale-scoperto-in-una-pecora-di-4-000-anni-fa/">Peste: batterio letale scoperto in una pecora di 4.000 anni fa</a> proviene da <a href="https://tecnoapple.it">Tecnoapple</a>.</p>
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