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	<title>polmoni Archivi - Tecnoapple</title>
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		<title>Hantavirus Andes, ecco perché attacca i polmoni in modo unico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 15:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[alveoli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il virus Andes e il suo modo unico di attaccare i polmoni L'hantavirus Andes è uno dei patogeni più letali quando si parla di insufficienza polmonare, eppure il modo in cui colpisce non assomiglia a quello di nessun altro virus respiratorio conosciuto. Questa particolarità, che per anni ha reso...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il virus Andes e il suo modo unico di attaccare i polmoni</h2>
<p>L&#8217;<strong>hantavirus Andes</strong> è uno dei patogeni più letali quando si parla di insufficienza polmonare, eppure il modo in cui colpisce non assomiglia a quello di nessun altro virus respiratorio conosciuto. Questa particolarità, che per anni ha reso difficile comprenderne la dinamica, potrebbe ora aprire strade importanti per lo sviluppo di <strong>trattamenti futuri</strong> più mirati e, si spera, più efficaci.</p>
<p>Quando si pensa a un virus che devasta i polmoni, la mente va subito a scenari tipo polmonite virale o sindrome da distress respiratorio. E in parte è così, perché l&#8217;<strong>hantavirus</strong> provoca effettivamente un quadro clinico gravissimo noto come <strong>sindrome polmonare da hantavirus</strong> (HPS). Ma il meccanismo con cui ci arriva è diverso. Non distrugge direttamente le cellule del tessuto polmonare come fanno molti altri agenti patogeni. Piuttosto, agisce in modo subdolo: altera la permeabilità dei vasi sanguigni nei polmoni, provocando un accumulo massiccio di liquidi che soffoca letteralmente gli alveoli dall&#8217;interno. Il risultato è una <strong>insufficienza respiratoria</strong> rapida e spesso fatale, con tassi di mortalità che in alcune aree del Sud America superano il 30 per cento.</p>
<h2>Un meccanismo di attacco che sfida le convenzioni mediche</h2>
<p>Quello che rende l&#8217;<strong>hantavirus Andes</strong> ancora più insidioso è il fatto che, a differenza di altri hantavirus presenti nel mondo, può trasmettersi anche da persona a persona. Una caratteristica rara e preoccupante, documentata soprattutto in <strong>Argentina</strong> e Cile, che lo distingue nettamente dai cugini nordamericani come il virus Sin Nombre.</p>
<p>Il punto chiave, però, resta il suo <strong>metodo di attacco</strong>. Capire perché questo virus non provoca la classica infiammazione polmonare distruttiva, ma piuttosto un collasso della barriera vascolare, è fondamentale. Se la ricerca riesce a chiarire nel dettaglio i passaggi molecolari coinvolti, si potrebbero sviluppare farmaci capaci di intervenire proprio su quel punto debole: la permeabilità dei capillari polmonari. Questo approccio sarebbe utile non solo contro l&#8217;hantavirus Andes, ma potenzialmente anche contro altre patologie che causano edema polmonare.</p>
<h2>Perché questa scoperta conta davvero</h2>
<p>In un&#8217;epoca in cui la comunità scientifica è giustamente concentrata su virus respiratori più noti, rischiare di sottovalutare un patogeno come questo sarebbe un errore. La <strong>ricerca scientifica</strong> su hantavirus Andes procede, e ogni nuovo dettaglio sul suo comportamento rappresenta un tassello prezioso. Non si tratta solo di comprendere un singolo virus, ma di ampliare la conoscenza su come i patogeni possono aggirare le difese polmonari in modi inattesi. E da questa comprensione, con il tempo e le risorse giuste, potrebbero nascere <strong>terapie innovative</strong> applicabili a uno spettro molto più ampio di malattie respiratorie gravi.</p>
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		<title>Freediving: cosa succede al corpo a 100 metri di profondità</title>
		<link>https://tecnoapple.it/freediving-cosa-succede-al-corpo-a-100-metri-di-profondita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 May 2026 18:24:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[allenamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il freediving sta riscrivendo ciò che sappiamo sui limiti del corpo umano Il freediving, ovvero l'immersione in apnea senza bombole o attrezzature di respirazione, non è solo uno sport estremo che toglie il fiato (letteralmente). Sta diventando un campo di studio straordinario per la fisiologia...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Il freediving sta riscrivendo ciò che sappiamo sui limiti del corpo umano</h2>
<p>Il <strong>freediving</strong>, ovvero l&#8217;immersione in apnea senza bombole o attrezzature di respirazione, non è solo uno sport estremo che toglie il fiato (letteralmente). Sta diventando un campo di studio straordinario per la <strong>fisiologia umana</strong>, capace di rivelare meccanismi del corpo che nessuno pensava possibili. E la cosa davvero interessante è che queste scoperte potrebbero un giorno cambiare il modo in cui si trattano <strong>malattie polmonari e cardiache</strong>.</p>
<p>Partiamo da un fatto che sembra assurdo. Alcuni atleti di freediving riescono a trattenere il respiro per oltre undici minuti, raggiungendo profondità che superano i cento metri. A quelle pressioni, la scienza tradizionale direbbe che i polmoni dovrebbero collassare. Eppure non succede, almeno non nella maggior parte dei casi. Come è possibile? È esattamente la domanda che si stanno ponendo ricercatori in tutto il mondo, e le risposte stanno aprendo porte che nessuno aveva nemmeno immaginato.</p>
<h2>Cosa succede davvero al corpo durante un&#8217;immersione in apnea</h2>
<p>Quando un praticante di <strong>immersione in apnea</strong> scende in profondità, il corpo attiva quello che gli scienziati chiamano <strong>riflesso di immersione</strong>. Il battito cardiaco rallenta drasticamente, i vasi sanguigni periferici si restringono e il sangue viene convogliato verso gli organi vitali: cuore, cervello, polmoni. È un meccanismo ancestrale, condiviso con mammiferi marini come foche e delfini, che nel freediving viene portato a livelli estremi attraverso l&#8217;allenamento mentale e fisico.</p>
<p>I fisiologi stanno studiando come questi adattamenti si sviluppino nel tempo. Non si tratta solo di genetica. Chi pratica freediving con costanza mostra cambiamenti misurabili nella <strong>capacità polmonare</strong>, nella risposta del sistema cardiovascolare e persino nella tolleranza del cervello a bassi livelli di ossigeno. Questi dati sono oro per la ricerca medica. Se si riesce a capire come il corpo di un apneista protegge i propri organi in condizioni di ipossia, si possono sviluppare <strong>terapie innovative</strong> per pazienti che soffrono di insufficienza respiratoria, ictus o arresto cardiaco.</p>
<h2>Dallo sport estremo alla medicina: un ponte inaspettato</h2>
<p>Già oggi alcuni centri di ricerca stanno sperimentando protocolli ispirati al freediving per la <strong>riabilitazione cardiopolmonare</strong>. Tecniche di respirazione controllata, derivate direttamente dall&#8217;allenamento degli apneisti, vengono testate su pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva e altre patologie respiratorie. I primi risultati sono promettenti, anche se la strada verso applicazioni cliniche validate è ancora lunga.</p>
<p>C&#8217;è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato: la componente mentale. Il freediving richiede un controllo psicologico fuori dal comune. La gestione dell&#8217;ansia, la capacità di rilassarsi sotto pressione (in tutti i sensi) e la consapevolezza corporea che questi atleti sviluppano stanno interessando anche gli esperti di neuroscienze. La connessione tra mente e corpo, nel caso del freediving, non è un concetto filosofico. È qualcosa di misurabile, concreto, che produce effetti fisiologici reali.</p>
<p>Quello che sta emergendo, insomma, è che guardare da vicino cosa accade al corpo umano quando viene spinto oltre ogni limite ragionevole non serve solo a battere record. Serve a capire meglio come funzioniamo tutti. E forse, un giorno, a curare chi ha più bisogno.</p>
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		<title>Rettile mummificato di 289 milioni di anni svela l&#8217;origine della respirazione</title>
		<link>https://tecnoapple.it/rettile-mummificato-di-289-milioni-di-anni-svela-lorigine-della-respirazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Apr 2026 07:53:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[costole]]></category>
		<category><![CDATA[fossile]]></category>
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		<category><![CDATA[paleontologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un rettile mummificato di 289 milioni di anni svela come la respirazione terrestre ha avuto inizio Ogni respiro che un essere vivente compie sulla terraferma ha radici antichissime. Un rettile mummificato vecchio di 289 milioni di anni, scoperto in una grotta dell'Oklahoma, sta riscrivendo le...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Un rettile mummificato di 289 milioni di anni svela come la respirazione terrestre ha avuto inizio</h2>
<p>Ogni respiro che un essere vivente compie sulla terraferma ha radici antichissime. Un <strong>rettile mummificato</strong> vecchio di <strong>289 milioni di anni</strong>, scoperto in una grotta dell&#8217;Oklahoma, sta riscrivendo le conoscenze su come gli animali vertebrati abbiano iniziato a respirare fuori dall&#8217;acqua. Si chiama <strong>Captorhinus aguti</strong>, era grande pochi centimetri e somigliava a una piccola lucertola. Eppure nascondeva dentro di sé la più antica testimonianza conosciuta del sistema di respirazione basato sulle costole, lo stesso meccanismo che oggi fa funzionare i polmoni di rettili, uccelli e mammiferi. Lo studio, pubblicato su <strong>Nature</strong> nell&#8217;aprile 2026, è il frutto di un lavoro internazionale guidato da ricercatori dell&#8217;Università di Toronto e di Harvard.</p>
<p>La cosa straordinaria non è solo l&#8217;età del fossile. È quello che contiene. Oltre alle ossa, il <strong>Captorhinus</strong> conserva pelle tridimensionale, cartilagine calcificata e persino tracce di proteine originali. Queste ultime sono quasi 100 milioni di anni più vecchie di qualsiasi altra proteina mai identificata in un fossile. Un dato che, da solo, basterebbe a far tremare le fondamenta della paleontologia molecolare.</p>
<h2>Condizioni uniche e tecnologia avanzata per una scoperta eccezionale</h2>
<p>Il fossile proviene dai sistemi di grotte vicino a <strong>Richards Spur</strong>, in Oklahoma, un sito famoso per la straordinaria conservazione di vita terrestre del tardo Paleozoico. Lì, idrocarburi provenienti da infiltrazioni petrolifere e fango privo di ossigeno hanno protetto non solo le ossa ma anche tessuti delicati come pelle e cartilagine. Il risultato è un fossile mummificato in tre dimensioni, congelato nella sua posizione finale con un braccio ripiegato sotto il corpo.</p>
<p>Per studiarlo senza danneggiarlo, i ricercatori hanno usato la <strong>tomografia computerizzata a neutroni</strong> in una struttura specializzata in Australia. Le scansioni hanno rivelato dettagli nascosti sotto la roccia: una pelle squamosa con una texture a fisarmonica, molto simile a quella delle attuali lucertole vermiformi. Ma la vera sorpresa stava più in profondità. Analizzando tre esemplari di Captorhinus, il team ha ricostruito un sistema respiratorio completo che include uno sterno cartilagineo segmentato, costole sternali e connessioni tra la gabbia toracica e il cingolo scapolare.</p>
<h2>Dalla respirazione cutanea al dominio della terraferma</h2>
<p>Prima che questo sistema si evolvesse, gli anfibi respiravano attraverso la pelle e spingevano l&#8217;aria nei polmoni con movimenti della bocca e della gola. Funzionava, certo, ma poneva limiti enormi ai livelli di attività. La <strong>respirazione costale</strong> documentata nel Captorhinus rappresenta un salto evolutivo formidabile: muscoli intercostali che espandono e comprimono la cavità toracica, portando più ossigeno e rimuovendo anidride carbonica in modo molto più efficiente.</p>
<p>Come ha spiegato Ethan Mooney, dottorando ad Harvard e coautore dello studio, questa innovazione è stata rivoluzionaria perché ha permesso ai primi <strong>amnioti</strong> di adottare uno stile di vita decisamente più attivo. Il professor Robert R. Reisz, dell&#8217;Università di Toronto, ha aggiunto che il sistema trovato nel Captorhinus rappresenta probabilmente la condizione ancestrale della respirazione assistita dalle costole presente oggi in rettili, uccelli e mammiferi.</p>
<p>In pratica, quel piccolo rettile mummificato di 289 milioni di anni fa non era solo un animale che cercava riparo in una grotta dell&#8217;Oklahoma. Era un pioniere biologico, dotato di un&#8217;architettura respiratoria che avrebbe cambiato per sempre il destino della vita sulla terraferma. I fossili sono ora conservati al Royal Ontario Museum di Toronto, dove restano a disposizione per ulteriori studi. E qualcosa dice che non hanno ancora finito di raccontare la loro storia.</p>
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		<title>Influenza e COVID, ecco perché colpiscono più forte gli anziani</title>
		<link>https://tecnoapple.it/influenza-e-covid-ecco-perche-colpiscono-piu-forte-gli-anziani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2026 02:23:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché influenza e COVID colpiscono più duramente gli anziani: la risposta è nei polmoni Una scoperta della University of California San Francisco getta luce su un meccanismo che potrebbe cambiare il modo in cui si affronta l'infiammazione polmonare negli anziani. Lo studio, pubblicato sulla...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Perché influenza e COVID colpiscono più duramente gli anziani: la risposta è nei polmoni</h2>
<p>Una scoperta della University of California San Francisco getta luce su un meccanismo che potrebbe cambiare il modo in cui si affronta l&#8217;<strong>infiammazione polmonare</strong> negli <strong>anziani</strong>. Lo studio, pubblicato sulla rivista <strong>Immunity</strong> il 27 marzo 2026, spiega perché <strong>influenza e COVID</strong> diventano così pericolosi con l&#8217;avanzare dell&#8217;età. E la risposta, a quanto pare, non sta tanto nel virus in sé, quanto in quello che succede dentro i polmoni quando invecchiano.</p>
<p>Il gruppo di ricerca guidato da Tien Peng, professore di Medicina alla UCSF, ha scoperto che alcune cellule polmonari chiamate <strong>fibroblasti</strong> possono innescare una risposta immunitaria esagerata. Invece di proteggere il tessuto, questa reazione finisce per danneggiarlo. Una specie di fuoco amico biologico, insomma. Nei test condotti su topi giovani, attivando un segnale di stress tipicamente legato all&#8217;invecchiamento, i polmoni hanno iniziato a comportarsi come quelli di soggetti anziani, con conseguenze gravi una volta esposti all&#8217;infezione.</p>
<h2>Il ruolo dei fibroblasti e del pathway NF-kB</h2>
<p>I fibroblasti sono cellule strutturali fondamentali per mantenere stabili le vie aeree e gli alveoli. Ma quando si attiva un percorso molecolare chiamato <strong>NF-kB</strong>, comunemente associato alle malattie legate all&#8217;età, queste cellule cominciano a mandare segnali sbagliati. In pratica, comunicano ai macrofagi polmonari di avviare una risposta immunitaria. A quel punto si scatena una reazione a catena: dal flusso sanguigno arrivano altre cellule immunitarie, tra cui quelle contrassegnate dal gene GZMK, già identificato nei casi gravi di COVID.</p>
<p>Il problema? Queste cellule GZMK non sono particolarmente efficaci nel combattere l&#8217;infezione, ma sono comunque capaci di provocare danni significativi al tessuto polmonare. Questo meccanismo è noto come <strong>inflammaging</strong>, un termine che fonde infiammazione e invecchiamento. E potrebbe rappresentare un bersaglio terapeutico del tutto nuovo.</p>
<h2>Dai topi ai pazienti: conferme anche nell&#8217;essere umano</h2>
<p>Dopo aver osservato che i topi giovani con il segnale attivato sviluppavano sintomi gravi simili a quelli degli anziani, il team ha fatto un passo ulteriore. Ha rimosso geneticamente le cellule GZMK, e i topi hanno tollerato l&#8217;infezione molto meglio. Un dato che rafforza l&#8217;idea che il <strong>tessuto polmonare invecchiato</strong> sia un motore chiave dell&#8217;infiammazione dannosa.</p>
<p>Ma la parte davvero interessante arriva dall&#8217;analisi dei campioni umani. I ricercatori hanno esaminato tessuto polmonare di pazienti anziani ospedalizzati per <strong>ARDS</strong> (sindrome da distress respiratorio acuto) legata al COVID. Hanno trovato gli stessi cluster di cellule infiammate osservati nei topi. Chi aveva una malattia più grave presentava un numero maggiore di questi aggregati. I polmoni sani di donatori, invece, non ne mostravano traccia.</p>
<p>&#8220;Durante il COVID abbiamo visto che i pazienti più vulnerabili non avevano più l&#8217;infezione attiva, ma soffrivano ancora di un&#8217;infiammazione polmonare persistente e devastante&#8221;, ha spiegato Peng. &#8220;Questo circuito disfunzionale tra cellule polmonari e cellule immunitarie rappresenta un promettente nuovo <strong>bersaglio terapeutico</strong>.&#8221;</p>
<p>La speranza, ora, è che futuri trattamenti possano interrompere questo ciclo prima che i pazienti arrivino a condizioni critiche. Perché se il problema non è solo il virus ma il modo in cui i polmoni anziani reagiscono, allora forse la soluzione sta nel riprogrammare quella reazione. E questo studio su influenza e COVID negli anziani potrebbe essere il primo passo concreto in quella direzione.</p>
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		<title>Sopravvivere 48 ore senza polmoni: il caso che sfida la medicina</title>
		<link>https://tecnoapple.it/sopravvivere-48-ore-senza-polmoni-il-caso-che-sfida-la-medicina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 11:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scienza e Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[ARDS]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia]]></category>
		<category><![CDATA[infezione]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sopravvivere 48 ore senza polmoni: la storia che ridefinisce i limiti della medicina Un uomo di 33 anni è rimasto in vita per 48 ore senza polmoni, e questa non è fantascienza. È successo davvero, ed è il tipo di notizia che costringe a rileggere il titolo almeno due volte. Il caso, pubblicato...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>Sopravvivere 48 ore senza polmoni: la storia che ridefinisce i limiti della medicina</h2>
<p>Un uomo di 33 anni è rimasto in vita per <strong>48 ore senza polmoni</strong>, e questa non è fantascienza. È successo davvero, ed è il tipo di notizia che costringe a rileggere il titolo almeno due volte. Il caso, pubblicato sulla rivista scientifica <strong>Med</strong> edita da Cell Press il 18 marzo 2026, racconta una procedura chirurgica che sposta parecchio in avanti il confine di ciò che si pensava possibile in ambito medico. Il paziente, colpito da una gravissima infezione polmonare innescata dall&#8217;influenza, ha visto entrambi i polmoni rimossi chirurgicamente. Al loro posto, un <strong>sistema di polmone artificiale</strong> ha tenuto in funzione il corpo fino al momento del <strong>trapianto bilaterale di polmoni</strong>.</p>
<p>La storia comincia nel modo più banale possibile: un&#8217;influenza. Che però degenera rapidamente, complicata da una <strong>polmonite batterica</strong> che travolge tutto. Il paziente sviluppa quella che in medicina viene chiamata <strong>ARDS</strong>, sindrome da distress respiratorio acuto, una condizione in cui i polmoni si infiammano al punto da non riuscire più a fare il loro lavoro. Cuore e reni iniziano a cedere. Quando arriva al Northwestern Medicine di Chicago, il cuore si ferma. I medici devono praticare la rianimazione cardiopolmonare. &#8220;I polmoni si stavano letteralmente dissolvendo&#8221;, ha spiegato <strong>Ankit Bharat</strong>, chirurgo toracico a capo del team. &#8220;A quel livello di danno, i pazienti muoiono.&#8221;</p>
<h2>Via i polmoni per salvare la vita: una scelta estrema ma necessaria</h2>
<p>Ecco il punto critico della vicenda. I polmoni non solo erano irrecuperabili, ma stavano attivamente alimentando l&#8217;infezione nel resto del corpo. Rimuoverli era l&#8217;unica strada per fermare il collasso. Il problema, ovviamente, è che senza polmoni non si vive. Per questo il team ha sviluppato un sistema di <strong>polmone artificiale</strong> capace di ossigenare il sangue, eliminare l&#8217;anidride carbonica e sostenere la circolazione. Una macchina che, in sostanza, ha fatto il lavoro dei polmoni per due giorni interi.</p>
<p>E ha funzionato. Dopo la rimozione, la pressione sanguigna del paziente si è stabilizzata. Gli organi hanno cominciato a riprendersi. L&#8217;infezione è stata contenuta. Quarantotto ore dopo, sono arrivati i polmoni di un donatore e il <strong>trapianto</strong> è stato eseguito con successo. Oggi, a oltre due anni di distanza, il paziente vive una vita normale con una funzionalità polmonare sana.</p>
<h2>Prove molecolari che cambiano le regole del gioco</h2>
<p>C&#8217;è un aspetto di questa vicenda che va oltre il singolo caso clinico. L&#8217;analisi molecolare dei polmoni rimossi ha rivelato cicatrici estese e danni al <strong>sistema immunitario</strong> talmente profondi da rendere impossibile qualsiasi recupero. Fino a oggi, la convinzione diffusa era che nei casi di ARDS grave bastasse supportare il paziente e aspettare che i polmoni guarissero da soli. Questa evidenza dimostra che non è sempre così. Alcuni pazienti avranno bisogno di un trapianto, punto.</p>
<p>&#8220;Nella pratica quotidiana, quasi ogni settimana giovani pazienti muoiono perché nessuno ha considerato il trapianto come un&#8217;opzione&#8221;, ha detto Bharat. Per ora, la procedura è praticabile solo in centri altamente specializzati. Ma l&#8217;obiettivo è renderla più accessibile, trasformando il sistema di <strong>polmone artificiale</strong> in un ponte standardizzato verso il trapianto. Perché quando i polmoni non possono più essere salvati, forse la risposta è toglierli di mezzo e guadagnare tempo. Tempo che, in questo caso, ha fatto tutta la differenza del mondo.</p>
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